
di Salvino Paternò
Forse non è casuale che l’allegorico professore di Cicciano abbia augurato alla figlia della premier di fare la stessa tragica fine della giovane ragazza di Afragola.
Tra lui e quella sconcertante vicenda potrebbero individuarsi delle affinità, un sottile e subdolo filo rosso, latente ma determinante.
E tale connessione si chiama educazione.
Mi spiego.
Oggi da più parti si punta il dito accusatore sulle famiglie.
Le si ritengono incapaci di educare, deboli e disorientate.
Una generazione di genitori, cresciuti a pane e Grande Fratello, che, non sapendo più come formare gli adolescenti, alzano bandiera bianca lasciando che siano gli influencers o le star del trap a dettare i canoni del vivere sociale, i modelli da seguire.
Genitori convinti che la felicità per i propri figli sia una vita senza ostacoli, che si adoperano per spianargli la strada, quando invece la felicità nasce proprio dalla soddisfazione di superare le difficoltà.
E così facendo (anzi, non facendo) non gli forniscono gli strumenti necessari per accettare le sconfitte, né la forza di rialzarsi dopo le cadute.
Se tale mesta analisi ha un fondo di attendibilità, è pur vero che la nostra società non delega l’educazione solo alle famiglie, ma anche alla Scuola.
E qui ritorniamo al prof. di Cicciano e al suo orrido post, perché non si insegna solo quello che si sa (o si crede di sapere), si insegna anche quello che si è.
E che insegnamento ha fornito ai suoi studenti tale insegnante?
Con quello sfoggio di odio e di rabbia incontrollata gli ha mostrato la totale assenza di dialogo e capacità critica.
Addebitando, poi, comicamente, la colpa all’intelligenza artificiale, gli ha spiegato come non assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Infine, la repentina metamorfosi che vede lo spavaldo leone da tastiera crollare miseramente sotto il peso delle responsabilità, accomuna la fragilità adolescenziale a quella del formatore, che dovrebbe invece insegnare a superarla.
E come si può educare il prossimo se non si sa educare se stessi?
Ma la figura del professore odiatore non è un caso isolato nel panorama scolastico.
Magari lo fosse!
Di esempi se ne potrebbero fare a iosa.
Potremmo ricordare il prof Raimo, colui che, da docente di filosofia, insegnava “l’etica del linciaggio” contro i presunti neonazisti e che sobriamente dava del “lurido” al ministro dell’istruzione, indicandolo come un “bersaglio da colpire”.
O come la professoressa universitaria Donatella Di Cesare colei che, sui social, esaltava la figura della Balzarani, nota terrorista delle brigate rosse, descrivendola, così, ai suoi studenti come un’eroina.
Andando indietro nel tempo potrei anche menzionare l’iconica maestra Cassaro, quella che, ebbra, con la birra in mano, urlava a squarciagola “Dovete morire!” alle Forze dell’ordine schierate in piazza.
Ma voglio rimanere ai giorni nostri e citare l’ultimo esempio verificatosi ad un liceo di Magenta, vicino Milano.
Qui l’Associazione Nazionale dei Bersaglieri, nell’ambito di un protocollo d’intesa, doveva svolgere alcuni incontri con gli studenti.
L’iniziativa, però, ha suscitato l’isterica protesta di alcuni docenti che, nero su bianco, hanno scritto le seguenti surreali motivazioni del loro rifiuto all’incontro:
«I Bersaglieri hanno la finalità di custodire le tradizioni del Corpo; ed esaltarne lo spirito come stile e concezione di vita. E’ un decalogo valoriale che prevede obbedienza, rispetto; ginnastica di ogni genere, sentimento della famiglia; rispetto delle leggi e onore al Capo dello Stato oltre che alla patria; fiducia in se stessi. Nella maggior parte di questi dettami noi non ci riconosciamo e non riconosciamo il senso del lavoro educativo che svolgiamo».
Insomma, i valori di cui i Bersaglieri si fanno portatori sarebbero un esempio sbagliato per i ragazzi.
A questo punto, prendendo il “Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari” e ribaltando i termini usati, si giunge alla conclusione che, secondo siffatti docenti, i giusti valori per i loro studenti sarebbero: l’individualismo, la disobbedienza, la mancanza di rispetto, il disprezzo, il deterioramento fisico, il rifiuto della famiglia, la trasgressione, l’assenza di senso di apparenza, l’insicurezza.
Ed è proprio il quadro esatto della fragilità, dell’appiattimento emotivo, della propensione alla violenza fisica ed al possesso, dell’assenza di regole e di limiti, che inducono tante vite acerbe, senza più guida, valori e punti di riferimento, a bruciare tutte le tappe e a volte le vite altrui.
Eccolo il filo rosso!
E’ vero che genitori incapaci di educare generano figli fragili, privati di radici sicure e strumenti per affrontare il mondo.
Ma è altrettanto vero che cattivi maestri incapaci di educare non formano ma deformano.
Seminano confusione al posto di conoscenza, tarpano le ali, intorbidano i cuori e costruiscono un futuro senza valori e senza speranza.
Ah… vabbè…. poi c’è il patriarcato…





