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HO LETTO VANNACCI PER FARMENE UN’IDEA

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di Dario Chioli

Ho voluto leggere questo libro chiacchierato del gen. Vannacci per farmene un’idea e vedere direttamente cosa ci fosse di buono e cosa no.

Procediamo dunque a una disamina.

L’introduzione e il capitolo I “Il Buonsenso” sono generici ma sostanzialmente condivisibili.

Capitolo II “L’Ambientalismo”. Interessanti le ragioni sostenute ma vengono del tutto trascurate le ragioni contro.

Se si può condividere l’avversione alle esagerazioni del “mondo gretino” o lo stupido peana all’auto elettrica che fa più danni che altro, viceversa sugli OGM e sul nucleare si tacciono cose importanti.

Sugli OGM si tace del monopolio che hanno sugli stessi le grandi multinazionali (tipo Monsanto), da cui tutti sarebbero obbligati a rifornirsi, e anche sulla possibilità che certi giudizi “scientifici” troppo universalmente favorevoli siano agevolati da congrui finanziamenti agli istituti che li emettono.

Sul nucleare l’autore sottostima i problemi dello stoccaggio dei materiali radioattivi e non nota – il libro è uscito prima, ma le circostanze erano già quelle – cosa succede quando un produttore di uranio – il Niger – smette di fornire lo stesso quasi gratis al paese nuclearizzato – la Francia. Quest’ultima, pur di mantenere la sua fonte (che noi peraltro non abbiamo) è disposta a fare una guerra, anche se spera che la combattano altri. In effetti la Francia è nucleare anche in virtù del suo perdurante colonialismo…

Sulle “grandi opere” il Vannacci è favorevole, ma ho l’impressione che mentre talvolta ha ragione, in altri casi ne sovrastimi l’utile pubblico, e poi trascura – ed è grave – l’incidenza delle mafie nello svolgimento delle stesse.

Capitolo III “L’energia”. Da considerare, in quanto di buonsenso, quando afferma (p. 70): «Così, tornando all’energia, se il piano principale può contemplare solo alcune fonti energetiche, magari le meno inquinanti, ne dovrò avere uno alternato e funzionante che supplisca a eventuali disfunzioni o discontinuità del primo, uno di contingenza – che gioco forza includa altre fonti – che possa essere implementato nei momenti di crisi e uno di emergenza – sempre alternativo ai tre precedenti – che rappresenti l’ultima spiaggia prima del collasso». Meno convincente quando scrive (p. 74) che «i depositi geologici in profondità possono essere considerati, allo stato delle conoscenze attuali, soluzioni sicure e adeguate per le scorie radioattive». Questo “stato delle conoscenze attuali” mi sembra poco per sostanze radioattive che hanno cicli di emissione di centinaia o migliaia d’anni. Si aggiungano le già citate considerazioni geopolitiche su come finora ci si è procurato l’uranio, e la riflessione su cosa possa succedere di conseguenza quando le fonti aumentino i loro costi…

Circa l’insicurezza sismica ha perfettamente ragione. Troppe case in Italia verrebbero giù alla prima scossa. E così pure sui rischi di zone come Napoli e i Campi Flegrei. Ha ragione anche sul solare (p. 81): «Il solare sembrerebbe costituire l’uovo di Colombo: genera un impatto contenuto, non ha organi meccanici in movimento, produce energia abbastanza pulita ma occupa spazio. Qua abbiamo le Sovraintendenze che entrano in gioco e bloccano i lavori anche nelle aree industriali delle nostre città! Capisco che i pannelli in Piazza del Campo a Siena facciano accapponare la pelle, ma in tutti quei posti dove ci sono capannoni e aree produttive a cosa servono i nulla osta delle varie agenzie a qualsiasi titolo interessate? E le borboniche, complesse, arzigogolate e ridondanti procedure per iniziare i lavori?». Ha anche ragione quando scrive (pp. 82-83): «I pannelli solari e le turbine eoliche non crescono sugli alberi, non germogliano sui campi e non durano in eterno. Una centrale solare ha bisogno, oltre che del sole – che non c’è di notte – di semiconduttori al selenio-germanio o al gallio-arsenico e di silicio raffinato (col deprecato carbone, ovviamente). Una centrale eolica richiede migliaia di magneti permanenti fatti di terre rare come neodimio e disprosio, che generano migliaia di tonnellate di rifiuti tossici per chilogrammo di materiale raffinato. Per entrambe le forme di energia servono inoltre le batterie, che a loro volta richiedono milioni di tonnellate di nichel, cadmio, litio, cobalto e altri minerali».

La realtà è articolata…

Capitolo IV “La società multiculturale e multietnica”. Capitolo complesso. Così commenta verso l’inizio l’autore (p. 93): «Sgombriamo quindi il campo dalla prima verità sottosopra, ovvero, che la ricerca di una società multiculturale sia un’iniziativa spontanea e voluta da chi non si accontenta della vita pacifica, serena e spensierata che una società che condivide la quasi totalità dei valori offre. La sottaciuta evidenza ci mostra quotidianamente che le società multietniche sono invece il prodotto di necessità alle quali abbiamo dovuto adeguarci gioco forza. Siano esse derivate dal colonialismo, dalla necessità di importare forza lavoro a basso costo, dalla globalizzazione, dalla permeabilità delle frontiere o da leggi e norme internazionali che vietano i respingimenti, il mescolamento di etnie e culture diverse che portano con sé valori e principi differenti e, talvolta, poco conciliabili è un fenomeno che subiamo obtorto collo lungi dal rappresentare quell’Eden che alcuni dissimulatori vorrebbero farci apparire».

Ora, il discorso di per sé ha fondamento, ma solo se si commisura con certe realtà. Non vale più se si commisura con la multietnicità russa o cinese, per esempio. È vero che anche lì vi sono stati conflitti, ma pochi e spesso sobillati dall’estero.

Tutta la tirata sul legame tra identità etnica e sentimento patriottico mi lascia indifferente e peggio, giacché da cristiano non credo affatto alle patrie etniche ma solo alla Christianitas. Tuttavia è consistente l’indicazione che ogni cultura ha un suo codice, e che non si può accettare per ragioni multiculturali una scuola giuridica aliena.

Ha anche ragione su certe ideologie idiote che vorrebbero cambiare persino le fiabe per l’infanzia (pp. 99-100): «Anche le fiabe che noi tutti abbiamo letto da bambini sono inopportune, quelle in cui le principesse erano bionde e avevano le trecce lunghe. Dobbiamo cambiare il colore ai principi che da azzurri devono tendere al nero. Peter Pan è diventato troppo patriarcale, Campanellino deve essere di genere fluido e Wendy la deve smettere di accudire tutti quei maschi attorno a lei. Capitan Uncino sicuramente offende qualche minoranza e il coccodrillo non potrà mai più fare una brutta fine».

Il fatto che i mass media propalino simili stupidaggini è davvero preoccupante per lo stato mentale che si vuole ingenerare…

A p. 102 l’autore scrive: «Questa ruvida e amara verità, che io ho semplicemente sperimentato sulla mia pelle in regioni dove ci si è scannati atrocemente fra diverse etnie, l’antropologa Ida Magli l’ha chiaramente evidenziata dopo anni di studi e di approfondite ricerche scientifiche nelle sue opere. La scienziata è lapidaria: “nella nostra storia umana, le culture non si integrano pacificamente fra loro ma una vince e domina e l’altra perde, e viene dominata”.

La descrizione delle problematiche del multiculturalismo è sostanzialmente corretto, come è corretto che vi sia un mucchio di stati che semplicemente impediscono ogni immigrazione irregolare e che non perciò sono accusati alla Corte dell’Aja. Quello che però Vannacci, pur conoscendo bene le dinamiche del problema, non ricorda, forse perché in quanto militare all’estero è stato lui stesso complice, è l’enorme ruolo di fatto svolto dai paesi occidentali nel fomentare i conflitti etnici. Realtà come al-Qa`ida o l’Isis sono lì a dimostrarlo, messe su dagli americani per suscitare guerre che avrebbero dovuto agevolarli geopoliticamente, e conniventi in mille traffici a cui partecipano anche e soprattutto gli occidentali. Il problema dell’arretratezza culturale di certe zone è anche collegato al fatto che tale arretratezza permette di fare traffici sporchi e avere materie prime a basso costo. Ed è tale arretratezza, artificiosamente agevolata e sfruttata da gruppi multinazionali finanziari e di potere, che genera problemi di convivenza nei paesi di destinazione dell’immigrazione.

Una cosa del genere, trattando di questo problema, non può in buona fede essere sottaciuta…

Capitolo V “La sicurezza e la legittima difesa”. Abbastanza scontato. Non si può dire che abbia torto Vannacci quando denuncia un eccesso di tutela dei malviventi. Che per esempio rischi denunce chi filma le borseggiatrici e ne pubblica le azioni sul web è un obbrobrio, visto che deriva dall’esasperazione di chi non sa trovare un modo legale per liberarsi da un problema a cui codici e magistrati non provvedono.

Difendere la privacy dei ladri e dei truffatori è troppo. Anche i troppi vincoli alla legittima difesa sono discutibili, se pur non è il caso di trasformare ogni tentativo di furto in una sparatoria. Ma è chiaro che a un intruso armato è difficile intimare l’altolà senza correre il rischio che ti spari. Rischio suo, direi, è lui che mette a repentaglio la tua sicurezza psichica e fisica, e non tutti vogliono ridursi a martiri.

Tuttavia lo stesso autore ha citato prima esempi di paesi esteri in cui l’intervento delle forze dell’ordine risulta tempestivo anche in caso di semplice dubbio di reato. In Italia non è così, la polizia in città ci mette mezz’ora a intervenire se denunci un episodio di possibile violenza in atto. Provato di persona. E quanto all’intervento nelle manifestazioni, si sono visti i poliziotti picchiare con facilità manifestanti comuni, ma non i Black Bloc, quindi o erano d’accordo con loro (la provocazione non rientra forse nelle abitudini di certi servizi?) o erano magari un po’ vigliacchi…

Quindi direi, prima di trasformare le nostre città nel Far West, magari miglioriamo l’efficienza e la territorialità dei corpi di polizia.

Capitolo VI “La casa”. Il problema degli occupanti abusivi è sicuramente uno sconcio che andrebbe sanato, non può andarci di mezzo il legittimo destinatario o il proprietario. È una sconcezza politica e giuridica che non sia stato ancora seriamente affrontato il problema. Certo l’abusivo molte volte ha a sua volta dei problemi, ma è lo stato o il comune che dovrebbe occuparsene, non che il singolo si ritrovi occupato e devastato il suo alloggio senza alcun risarcimento.

Vannacci riporta qui una serie di casi, anche di legami degli abusivi con la delinquenza organizzata, in particolare a Roma. Il suo sdegno è giustificato, non si può accettare che un cittadino onesto venga preso in giro, costretto a spese legali e a subire danni psicologici, per causa di una classe politica che non sa legiferare e far eseguire le leggi.

Capitolo VII “La famiglia”. Vannacci scrive a p. 188: «Per uno come me veder mettere in dubbio la famiglia tradizionale sembra quasi un attentato all’unica cosa di indiscutibilmente positiva che la società possa offrire».

C’è da capirlo. Distruggere la famiglia è un modo per indebolire il singolo e ridurlo praticamente in schiavitù.

Alle pp. 190-191 aggiunge: «Nel nostro bel Mondo al Contrario siamo arrivati al paradosso dei paradossi: chi potrebbe avere dei figli non li fa e viene dissuaso dal farli sia per ragioni economiche ma anche perché ormai si è socializzata l’idea che avere una prole significa rinunciare alla libertà, all’emancipazione, alla carriera e ad una vita cosiddetta “moderna”; chi invece i figli non li può avere, come le coppie omosessuali, è pronto a qualsiasi espediente per ottenere un paio di pargoli sostenuto in questa assurda tenzone da una pletora di finti moralisti che, mentre accostano alla maternità l’idea di schiavitù, si inventano il “diritto alla genitorialità” e giustificano pratiche come l’utero in affitto per soddisfare i desideri biologicamente contronatura delle coppie arcobaleno».

Anche qui, come essere in disaccordo? Aldilà dei problemi del singolo, certi stravolgimenti ipocriti non sono tollerabili, e chi li tollera è un mascalzone. «Degli otto miliardi di individui che popolano oggi la terra tutti, senza alcuna esclusione, sono nati da un uomo e da una donna. È dunque estremamente naturale che un figlio cresca, sino a che non abbia acquisito la capacità di essere indipendente, nel nucleo che lo ha generato. Anche in questo caso la regola generale è immancabilmente confermata da poche eccezioni» (pp. 193-194).

Commenta ancora (pp.197-198): «Non è un’idea sovversiva sostenere la banale verità che uomo e donna abbiano caratteristiche biologiche, fisiche e psicologiche diverse e che queste diversità, nella loro complementarietà, garantiscano al figlio l’ambiente ottimale nel quale crescere. Anche se il decreto Zan voleva coattamente omologare il pensiero delle masse facendo apparire davanti a un giudice chiunque si opponesse all’“ideologia di genere” che sostiene che la differenza fra uomo e donna sia soltanto una “costruzione sociale”, siamo fortunatamente ancora liberi di poter affermare il contrario».

E pure su questo sono perfettamente d’accordo. Il figlio non è un diritto dei genitori; è invece suo diritto, laddove possibile, avere un padre e una madre.

Temo invece che il desiderio del Vannacci di veder ripristinata la famiglia tradizionale dove la moglie stava a casa a badare ai figli sia irrealistico, anche rispetto al desiderio di affermazione sociale di tante donne. Tuttavia, «Pensare – p. 202 – che uno dei due coniugi di una famiglia con tre o più figli minorenni che si occupi esclusivamente del loro accudimento possa ricevere una remunerazione pari all’incirca ad un salario minimo previsto dal contratto collettivo dei metalmeccanici sarebbe così rivoluzionario?».

Forse no, forse in uno stato ordinato questa via sarebbe percorribile.

Assolutamente poi condivido quando scrive (p. 206): «Creare lo stato di necessità, o approfittarne, per imporre un sistema sociale dove entrambi i genitori siano spinti a lavorare, e a dover quindi affidare i figli a istituzioni pubbliche, ed esaltare questo modello quale simbolo dell’emancipazione femminile, della giustizia sociale e del riscatto degli oppressi alla fine porta agli stessi esiti. Il dubbio che mi pervade è che questo modello sia strumentale alla creazione di una società fatta con lo stampino in cui, invece di esaltare le differenze, i talenti, le attitudini, le capacità e le peculiarità di ogni individuo si miri ad una omogeneizzazione forzata e ad un livellamento coatto sin dall’infanzia».

Capitolo VIII “La Patria”. Retorico, comprensibile visto la storia dell’autore, ma io reputo che gli europei, prima che italiani o francesi o spagnoli dovrebbero identificarsi come cristiani. È il senso della Christianitas che dovrebbe stabilire il collante, lo stato nazionale è un obbrobrio derivante da ideologie senza fondamento metafisico, su cui perciò è fondamentalmente illecito costituire una comunità. Del resto queste comunità “nazionali”, da quando sono nate, non hanno fatto che produrre guerre e massacri a ripetizione. Non me ne importa nulla che una simile visione oggi non abbia corso e sia magari vista come reazionaria, le altre mi sembrano peggio.

Capitolo IX “Il pianeta LGBTQ+++”. Il capitolo inizia con una serie di considerazioni alquanto generiche e inessenziali, poi giunge al nocciolo (p. 242): «quello che è curioso e paradossale al tempo stesso – e che ancora una volta richiama il titolo e l’essenza di questo libro – è la strategia di far passare tutto ciò che non è etero come normale e, al contempo, di discriminare come anormali, malati, disagiati tutti quelli che esprimono critiche o opinioni non positive nei confronti del pianeta lgbtq+. Li si è voluti bollare con il termine di “fobia” che, nel vocabolario clinico, indica il disturbo d’ansia più comune spesso origine di invalidità e sofferenza. Omofobia, lesbofobia, bifobia, transfobia: con questi epiteti si indicano, come se fossero affetti da una terribile patologia, tutti quelli che provano antipatia ed avversione o che dimostrano di non condividere le tematiche tanto care agli arcobaleno».

Ora questa contestazione è in gran parte fondata, salvo che non si mettano nel mucchio anche gli atteggiamenti di aperto disprezzo, di condanna invasiva fuori da ogni logica. Nessuno deve insultare un altro solo perché gli va, questo dev’essere chiaro. Ma ciò non significa che si debba per forza desiderare di accompagnarsi a persone di cui non si condivide lo stile di vita.

Poteva tuttavia risparmiarsi l’autore uscite irridenti come «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!» (p. 243). Uscite come queste squalificano le sue ragioni. Non sta a lui decidere chi è normale e chi no. Su che base? L’omosessualità esiste pure tra gli animali, ed è sempre esistita tra gli uomini e le donne, in varia foggia e con varia considerazione. Ora, non si può pretendere di essere seri e contemporaneamente irridere…

In questo capitolo Vannacci dà qua e là effettivamente il suo peggio: «Il gay, il masochista, il vegano, il mangiatore di cani o di gatti pure è un eccentrico, e tutte le porte gli devono essere aperte nel nome della parità, ma almeno non dovrebbe ostentare la sua eccentricità nel rispetto dei comportamenti e dei valori comuni. E comuni significa anche normali in quanto “appartenenti e condivisi dalla stragrande maggioranza”» (p. 245).

Questo è un ragionamento francamente un po’ idiota. Accomunare il vegano al masochista è una manifestazione di infantilismo goliardico, ma se poi “normale” deve essere ritenuto quanto è condiviso “dalla stragrande maggioranza”, allora anche la nevrosi, il narcisismo, l’ignoranza e l’anaffettività dovrebbero essere ritenuti “normali”. Che razza di ragionamento è?

Vannacci elenca poi una serie di “tecniche” messe in atto mediaticamente per neutralizzare i sentimenti di avversione alle tematiche lgbtq, e qui è anche interessante, c’è veramente troppa invasività di queste tematiche, troppo insistere, troppa violenza culturale, troppe pretese di essere capiti. Chi vuol essere capito deve prima capire lui, e capire anzitutto che nessuno è al centro del mondo.

Non parliamo poi delle pretese delle comunità lgbtq di educare l’infanzia, di diffondere l’ideologia transgender. Ecco qui si ferma la mia empatia: mentre non ho nessun desiderio di danneggiare il trans, neppure voglio che mi si obblighi a considerare “normale” la sua condizione, e tantomeno che la si proponga come opzione ai bambini e ai ragazzini.

Allo stesso modo non vedo perché debba essere concesso di irridere ai simboli religiosi in manifestazioni come il Gay Pride o in certe forme di pseudoarte.

Insomma il mondo qui è ribaltato davvero: si vuol far passare per ordinaria una condizione che non lo è affatto, tutto per ragioni di marketing.

Sul quale marketing il Vannacci non insiste abbastanza, e invece avrebbe potuto.

Capitolo X “Le tasse”. Mi interessa molto poco, e l’ho percorso con celerità. Mi pare non dica nulla di fondamentale. Mi sembra solo che vi si sottostimi l’importanza delle mafie.

Capitolo XI “La nuova città”. Sulla situazione delle città. Un mix di cose di buonsenso e di altre che non so valutare. Bisognerebbe analizzarle una per una e non ho voglia. Certo si fa in fretta a trovare provvedimenti idioti nella gestione della cosa pubblica…

Capitolo XII “L’animalismo”. Premettendo che io sono vegetariano, ed ho una visione “spirituale” del cosmo, per cui non ammetto facilmente che l’animale sia semplice mezzo di sopravvivenza dell’uomo, tuttavia ammetto che questa è la visione ricorrente.

Però che necessità aveva il Vannacci di scrivere (p. 333): «Ce ne dobbiamo fare una ragione: l’uomo non è uguale alla donna; la bestia non è uguale all’uomo così come un pesce non è uguale ad un mammifero, ad un uccello o ad un insetto: il comunismo cosmico non esiste e il tentativo di teorizzarlo rappresenta un’idiozia globale! Non si tratta di pareri ma di leggi dell’Universo perché, contrariamente a quanto affermano i sostenitori della parità delle forme di vita naturali, la Natura per prima è fortemente specista: mette in competizione tutte le diverse creature affinché, vincendo spietatamente quella che più si adatta alle condizioni ambientali del momento, venga garantita la continuità della vita tramite l’evoluzione e l’adattamento. Si chiama “antagonismo” ed è quella relazione che si stabilisce quando un organismo trae beneficio dal danno che causa ad n altro essere».

Manco s’accorge che mette “in competizione” uomo e donna alla stessa stregua delle specie tra loro diverse…

Parte poi per la solita tirata contro i cinghiali, e vabbè, è come sparare sulla Croce Rossa, tanto hanno già legalizzato il tiro libero…

A parte poi che il nostro evidentemente non distingue tra vegetariani e vegani, possibile che non riesca neppure per un istante a cogliere le ragioni di chi da vegetariano campa benissimo?

«Una delle prime follie degli animalisti consiste nel cercare di far passare il concetto che gli animali, come e più degli uomini, abbiano il diritto di non essere uccisi» (pp. 342-343).

Ora magari sarà una follia, e spesso ipocrita, perché magari uno fa l’animalista per il gatto e poi mangia la bistecca, ma quando non è ipocrisia, è una nobile follia quella di non accanirsi come un animale da preda su esseri più deboli di noi…

Insomma, soprattutto negli ultimi capitoli il Vannacci scade un po’ nel già sentito, nello scontato, nel facilone.

Ma anche nel resto del libro, se pure espone dei problemi reali, troppo spesso però si lascia andare a toni superficiali, demagogici.

Diciamo che, se insieme alle critiche, avesse saputo meglio indicare le cause (paura di identificare i mandanti?) e soprattutto ipotizzare delle soluzioni, sarebbe stata un’opera più convincente. Così risulta invece un’opera ideologicamente “schierata” ma di livello molto variabile tendente al basso. Da un militare mi sarei aspettato delle considerazioni geopolitiche e anche delle “strategie” politiche, invece di una semplice rassegna di assurdità.

Tuttavia, ha senso interrogarsi sulle questioni poste, ed è fondamentale resistere all’invasività del “politicamente corretto” che degenera in idiozia e ci invade tramite politici e mass media totalmente in preda a una sorta di demenza senile. Non possiamo rassegnarci a sostituire la tradizione cristiana europea con questa sorta di melassa pseudolibertaria proveniente dalla parte più fuori di testa dell’America…

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