
di Silvano Danesi
La Striscia di Gaza, come l’Ucraina, è al centro dell’attenzione mondiale per l’importanza strategica che ha al fine di conseguire un equilibrio stabile nel Medio Oriente.
Nei giorni scorsi l’Egitto si è fatto promotore di un piano credibile di ricostruzione della Striscia che implica una spesa di 35 miliardi di dollari.
Il piano prevede, senza spostare la popolazione, di allestire alloggi provvisori, di spostare l’enorme quantità di macerie nel mare, allargando il territorio, di costruire un aeroporto e due porti (uno commerciale e l’altro per la pesca) e, ovviamente, abitazioni, infrastrutture civili e alberghi.
Ragionevolmente i finanziamenti necessari potrebbero venire dagli Usa e dall’Arabia Saudita, ma c’è un aspetto, sottaciuto dai media ormai proni ad un’informazione da tifoseria, che ha un valore enorme e che coinvolge direttamente anche l’Italia: il gas.
A 36 chilometri al largo della costa di Gaza, nelle acque Zee, si trova un ricchissimo giacimento di gas naturale (28 miliardi di metri cubi) ancora tutto da sfruttare, il cui nome è Gas Marine. i.
Prima di proseguire specifichiamo che la Zee, zona economica esclusiva, è un’area di mare adiacente alle acque territoriali, nella quale uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali e per la giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali, di ricerca scientifica e di protezione dell’ambiente marino.
In base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la ZEE può estendersi fino a 200 miglia dalle linee di base (baseline) dalle quali viene misurata l’entità delle acque territoriali (territorial waters).
Tornando al giacimento di gas, in zona Zee della Striscia, quindi formalmente dell’Autorità nazionale palestinese, questo è stato scoperto nel 2000 dalla compagnia energetica britannica BG, cui l’Autorità nazionale palestinese aveva ceduto un anno prima i diritti di estrazione in cambio di un 10 per cento di provvigione sulla vendita dell’ipotetico gas.

La mappa del BG Group indica i giacimenti sottomarini di gas al largo della Striscia di Gaza (accanto ai pozzi di Med Yavne e Or, in acque israeliane).
Negli ultimi anni le cose sono cambiate e una licenza è stata recentemente attribuita al Fondo per gli Investimenti Palestinesi (Palestine Investment Fund, Pif), un veicolo di investimento sovrano.
Il giacimento è in grado di soddisfare, se sviluppato, le esigenze energetiche dei Territori palestinesi per diversi decenni.
Più precisamente, il giacimento di gas denominato Gaza Marine è un campo sottomarino situato a circa 36 chilometri dalla costa di Gaza. Scoperto, come s’è detto, nel 1999 dalla British Gas, è considerato uno dei principali giacimenti di gas naturale non sfruttati nel Mediterraneo orientale. Le sue riserve sono stimate in circa 1 trilione di piedi cubici (circa 28 miliardi di metri cubi), una quantità che potrebbe trasformare la vita di milioni di palestinesi, rendendo Gaza un grande produttore di energia.
La storia del giacimento è costellata di controversie e rivendicazioni territoriali, in quanto le riserve stimate di Gaza Marine rappresentano un vero tesoro.
Lo sviluppo e lo sfruttamento di Gaza Marine consentirebbe di creare numerosi posti di lavoro, stimolando settori correlati all’industria del petrolio e del gas, come la costruzione, la manutenzione e il trasporto. Ma soprattutto la produzione di energia moltiplicherebbe le entrate che potrebbero essere utilizzate per migliorare infrastrutture e servizi pubblici.
Il Palestine Investment Fund (PIF) è il fondo sovrano palestinese incentrato sullo sviluppo. Fondato nel 2003, PIF è il principale investitore d’impatto in energia rinnovabile, agroalimentare, infrastrutture, immobiliare, tecnologia e imprenditoria in Palestina. Con quasi 1 miliardo di dollari di asset attualmente in gestione, PIF è in una posizione unica sia per creare che per co-investire in progetti di sviluppo in una varietà di settori critici.
Del Pif fanno parte società di servizi e di investimento di mezzo mondo, dagli Usa all’Europa, dal Canada al Giappone.
Tra i vari soggetti, ad esempio, ci sono J.P.Morgan, Banca Amro, Banca d’America, BNP Paribas, Banca Europea investimenti, Goldman Sachs, Fondo Fratelli Rockfeller, Fondazione Shell, Fondazione per lo sviluppo economico di Soros.
Il business di Gaza, pertanto, ha già una quantità di soggetti pronti a entrare in azione.
Va considerato che il business di Gaza si inserisce in un quadro più ampio che riguarda l’intera costa che va dal Libano all’Egitto.
A ottobre del 2022 Libano e Israele hanno raggiunto un accordo per porre fine a un’annosa disputa sui confini marittimi e per lo sfruttamento dei giacimenti di gas che si trovano in quello specchio di Mediterraneo.
L’intesa, dopo anni di negoziati mediati dagli Stati Uniti, apre la strada all’esplorazione energetica offshore.
L’accordo stabilisce per la prima volta un confine tra le acque libanesi e israeliane e prevede un meccanismo per stabilire i diritti di esplorazione relativi ai giacimenti di gas offshore che si trovano proprio a cavallo del confine.
L’accordo pone Tel Aviv come potenza energetica.
Quello di Karish, infatti, è solo l’ultimo di una serie di giacimenti di gas nei quali Israele sta lavorando. Si stima che il solo giacimento Leviathan, scoperto 130 chilometri a ovest della città portuale di Haifa nel 2010, contenga 535 miliardi di metri cubi di gas naturale. Il Leviathan è il secondo più grande giacimento di gas nel mar Mediterraneo, dopo la scoperta nell’agosto 2015 del giacimento di Zohr al largo delle coste dell’Egitto. Nei primi anni 2000 gli israeliani scoprirono anche il bacino, più piccolo, Tamar, entrato in funzione nel 2013.
Le riserve di gas nel Mediterraneo orientale sono state scoperte solamente di recente. Dopo i giacimenti israeliani di Tamar e Leviatano, scoperti rispettivamente nel 2009 e 2010, nel 2011 è stata la volta di Afrodite al quale è seguito, nel 2015, il maxi-giacimento egiziano Zohr.
Si tratta, però, di una porzione di mare ancora largamente inesplorata, tanto che oggi nessuno è in grado di fornire una stima attendibile delle risorse presenti nell’area. Ne è la dimostrazione una nuova scoperta, risalente a febbraio 2019, nelle acque territoriali di Cipro: un giacimento, denominato Glaucus-1, le cui prime perforazioni stimano una portata tra i 142 e i 227 miliardi di metri cubi di gas, che andrebbero quindi ad aggiungersi ai 307 miliardi di Tamar, ai 605 di Leviatano, ai 129 miliardi di Aphrodite e agli 850 miliardi di Zohr.

In questo quadro l’Egitto punta a diventare l’hub di riferimento nella regione, in quanto il Cairo ha già due importanti impianti di liquefazione in attività (Idku e Damietta), ad oggi portare in Egitto il gas estratto dai giacimenti israeliani e ciprioti sembra essere la soluzione più conveniente dal punto di vista economico.
Il rilancio di EastMed
La creazione di un’organizzazione finalizzata a favorire la cooperazione energetica tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale potrebbe dare nuovo slancio al gasdotto EastMed, un progetto che vede il sostegno dell’Unione Europea tanto da definirlo un progetto di “interesse comune” , finanziandolo con oltre 36 milioni di euro.. Il gasdotto dovrebbe trasportare in Europa, attraverso Grecia e Cipro (senza passare quindi dal territorio turco), il gas proveniente dai giacimenti di Israele.
Non mancano progetti alternativi, come quello di Ankara, che prevede la costruzione di un gasdotto tra Turchia e Repubblica turca di Cipro settentrionale: una condotta lunga 80 km (contro i 1900 di EastMed), con costi quindi largamente inferiori rispetto al progetto sostenuto da Bruxelles.
Il gasdotto mediterraneo EastMed dovrebbe dovrebbe connettere i giacimenti mediterranei – in particolare Leviathan e il cipriota Aphrodite – con l’Europa, per un terzo in terra e il resto in mare.
EastMed ha un costo stimato di 6 miliardi di euro e si estenderà per quasi 2000 chilometri, ad una profondità di tre chilometri, pompando 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno.


L’italiana Edison è socia al 50% nel consorzio IG Poseidon (con la greca Depa) che sta realizzando il progetto.
Il Gas di Gaza, inserito nel contesto libanese, israeliano, cipriota ed egiziano, potrebbe, in una situazione di pace e di rilancio degli Accordi di Abramo, non solo ridurre la dipendenza dalla Russia, ma anche da quella del Qatar.
E qui entra in gioco uno degli attori più ambigui della vicenda energetica: il Qatar, appunto, il quale produce circa 177,2 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno (di cui 123 miliardi vengono esportati). Il Qatar esporta circa l’85% del GTL (60% verso l’Asia e 30% verso l’Europa).
Non a caso il Qatar ha finanziato Hamas, mantenendo una tensione permanente nella zona e impedendo il saldarsi dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele e, guarda caso, lo sfruttamento dell’immenso giacimento di gas mediterraneo.
Un’alleanza strategica tra imprese gasiere della costa orientale del Mediterraneo, non solo abbasserebbero la dipendenza dei Paesi europei dalla Russia, ma anche dal Qatar, in quanto l’Europa, nel suo tentativo di emanciparsi dal gas russo, ha stretto accordi a lungo termine con Doha, soggiacendo ai ricatti del piccolo, ma potente emirato.
In un’intervista rilasciata di recente al commentatore politico americano Tucker Carlson, il primo ministro del Qatar Mohammad bin Jassim Abdulrahman Al Thani ha affermato che se la centrale nucleare iraniana di Bushehr venisse mai attaccata, l’acqua nel Golfo Persico verrebbe contaminata e Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti rimarrebbero senza acqua entro tre giorni.
A un certo punto dell’intervista ammette: “Abbiamo combattuto contro l’Iran in Siria per 14 anni”, ma sottolinea che i due Paesi mantengono legami bilaterali nonostante le loro differenze.
Menziona anche che un membro del Congresso degli Stati Uniti lo ha esortato a tagliare i legami con l’Iran, ma lui ha risposto che ciò non è possibile, spiegando quanto siano geograficamente vicini il Qatar e l’Iran.
Il Qatar, pertanto, è un nodo da sciogliere per chiudere definitivamente ogni possibile spazio ad Hamas, ma anche ai ricatti dell’emirato in Europa, come dimostra il riemergere dello scandalo Qatargate, che ha coinvolto recentemente due europarlamentari italiane del Pd.
La procura federale del Belgio ha presentato infatti, nei giorni scorsi, la richiesta all’ufficio di presidenza del Parlamento europeo per poter procedere nei confronti delle due europarlamentari italiane del Pd che si sono autosospese dal Gruppo dei Socialisti e Democratici , dichiarandosi “estranee a ogni fatto corruttivo”.
La sinistra europea, soprattutto italiana, qualche scheletro qatariota nell’armadio ce l’ha.
Il Qatar è questione bollente in casa Usa, in quanto nell’emirato
Lo scorso anno, come ha riportato la CNN, gli Stati Uniti dell’amministrazione Biden, hanno raggiunto silenziosamente un accordo per estendere la loro presenza militare nella vasta base in Qatar per altri 10 anni.
Questo accordo evidenzia la dipendenza di Washington neocon da questa piccola nazione del Golfo.
La base aerea di Al Udeid, situata nel deserto a sud-ovest di Doha, è la più grande installazione militare statunitense in Medio Oriente, con una capacità di ospitare oltre 10.000 soldati statunitensi.
Ciò avviene in un momento in cui il Qatar è sempre più sotto esame per aver ospitato importanti leader di Hamas, sebbene i funzionari del Qatar sostengano di aver consentito l’apertura dell’ufficio politico di Hamas a Doha solo in seguito a una richiesta degli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama.
Ora, con Trump, anche la questione Qatar dovrà essere affrontata chiudendo ogni rapporto con Hamas, altrimenti tutto l’impianto Medio Orientale (Siria compresa) può vacillare.
Nel quadro, chiaramente, è in gioco anche la Russia, che potrebbe agire nei confronti dell’Iran, frenando ogni velleità atomica, in cambio delle basi siriane.





