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Francisco Franco, una lunga traversata

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El Valle de los Caídos, già mausoleo di Franco. Sulla guerra civile v. Javier Rodrigo-Miguel Alonso David Alegre, “La guerra civil española” (Galaxia-Gutenberg) e Gustavo Martín Asensio, “Marea Roja. La estratégia revolucionaria soviética en la España de la Segunda República” (Espasa). Sui rapporti tra Spagna ed Europa, v. Aldo A. Mola, “L'integrazione europea e la penisola iberica”, in “Storia dell'integrazione europea”, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol. I, pp. 595 - 636.
El Valle de los Caídos, già mausoleo di Franco. Sulla guerra civile v. Javier Rodrigo-Miguel Alonso David Alegre, "La guerra civil española" (Galaxia-Gutenberg) e Gustavo Martín Asensio, "Marea Roja. La estratégia revolucionaria soviética en la España de la Segunda República" (Espasa). Sui rapporti tra Spagna ed Europa, v. Aldo A. Mola, “L'integrazione europea e la penisola iberica”, in “Storia dell'integrazione europea”, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol. I, pp. 595 - 636.

Il ritratto veridico della Spagna Franchista

Novant’anni orsono, il 18 luglio 1936 quattro generali (José Sanjurjo, in quel momento esule in Portogallo, Emilio Mola y Vidal, Gonzalo Queipo de Llano e Francisco Franco y Bahamonde) insorsero contro il governo della Repubblica di Spagna.

Iniziò una guerra civile durata quasi tre anni. Il calcolo delle sue vittime rimane ancora approssimativo. Un bilancio, sempre in aggiornamento, stima circa 400.000 morti, tra militari caduti in combattimento e civili vittime di rappresaglie o “per cause di guerra” (bombardamenti, esecuzioni sommarie e violenze durante i saccheggi…).

Tra la guerra civile spagnola e quella europea del 1939-1945 vi fu sequenza cronologica ma non strettamente logica. Perciò, a differenza di Hitler e di Mussolini, spazzati via dal crollo del nazi-fascismo, Franco morì al potere, nel 1976, in una Spagna del tutto diversa da quella uscita dalla guerra civile.

“Intellettuali” tra esilio e ritorno

Come ogni anno, il 12 ottobre 1936 gli spagnoli celebrarono la h. Quel giorno all’Università di Salamanca si scontrarono il rettore Miguel de Unamuno (Bilbao, 1864 – Salamanca, 1936) e José Millán Astray, fondatore della Legión.

Secondo la versione più nota, Unamuno, filosofo, scrittore, autore di celebri opere teatrali e dal 1891 docente di greco e latino nella prestigiosa Università, espresse un severo giudizio sulla mentalità del “soldato”, dall’orizzonte chiuso tra la vita e la morte, in spregio ai dubbi degli intellettuali. Millán Astray sbottò: «Viva la muerte!» o «Muoia l’intelligenza!».

Lo scrittore José Maria Pemán tentò la mediazione: «Viva l’intelligenza e muoiano gli intellettuali cattivi.» Per Unamuno l’Università era “il tempio dell’intelligenza”. Da suo sommo sacerdote disse: «Voi state profanando il suo recinto». Concluse: «Vincerete ma non convincerete.»

Dati i precedenti, gli poteva andare molto male. Nel 1931 Unamuno era stato destituito da Rettore perché antimonarchico. A suo favore – era lo spagnolo più noto all’estero – si schierarono scrittori e artisti euro-americani. Invano.

Unamuno lasciò le Canarie, ove era “confinato”, poco sicure per la sua incolumità, riparò a Parigi e poi si installò a Endaya, sul confine franco-spagnolo. Rientrato a Salamanca dopo la caduta della monarchia fu rieletto rettore. Ora doveva fare i conti con l’ala dura dei “nazionali” insorti il 18 luglio.

A sorpresa, in soccorso del pensatore intervenne Carmen Polo, la moglie di Francisco Franco y Bahamonde. Scelto dal settembre precedente come capo unico della sollevazione dei “nazionali” contro il governo di Madrid, Franco aveva insediato il comando a due passi dalla Cattedrale di Salamanca e dall’Università.

Donna Carmen offrì il braccio a Unamuno e scortata da Pemán lo condusse al sicuro, fendendo la folla. Affranto, il filosofo scrisse a un amico: «Vincere non è convincere e conquistare non è convertire. […] Si lotta, si ammazzano gli uni con gli altri, bruciano chiese, celebrano cerimonie, sventolano bandiere rosse e stendardi di Cristo.»

Ma non era vero che metà degli spagnoli credessero nella religione di Cristo e metà in quella di Lenin. Gli spagnoli non credevano in niente.

«Il popolo spagnolo è uscito pazzo. Il popolo spagnolo e il mondo intero. Sono solo. Solo come [Benedetto] Croce in Italia!». Nuovamente destituito da rettore, questa volta dai franchisti, si ritirò a vita privata. Morì il 31 dicembre.

A suo avviso i “ribelli” (cioè i “nazionali”) tendevano a «salvare la civiltà occidentale cristiana e l’indipendenza» della Spagna. Ma non si schierò per nessuna delle due fazioni. Il successo internazionale e l’immensa produzione letteraria non lo mettevano al sicuro.

Autore di opere celebri, come “Pace nella guerra” (1897), “Il sentimento tragico della vita” (1913) sino a “Vita di Don Chisciotte” e “Romancero dell’esilio”, Unamuno sapeva dell’assassinio immotivato, già a luglio, del poeta granadino Federico García Lorca, che non aveva accolto l’invito a riparare negli Stati Uniti d’America.

Nella notte del 28 – 29 ottobre 1936 Ramiro de Maetzu fu svegliato nella prigione madrilena di Ventas. Un carceriere gli disse che era inutile si vestisse: «Per dove vai va bene anche il pigiama.»

Ottenuta l’assoluzione da un prete compagno di sventura, uscì. Venne fucilato. Dopo Unamuno e Ortega y Gasset, de Maetzu era l’intellettuale spagnolo più famoso all’estero.

Il suo percorso è esemplare. Nato nel 1874 a Vitoria, nel paese basco, esordì collaborando a “El socialista”. A Londra dal 1905 al 1920, scrisse, come Ezra Pound e George Bernard Shaw, in “The New Age”: una rivista aperta a esoterismo e riformismo. Rientrato in Spagna si schierò con Miguel Primo de Rivera.

Dopo il colpo di stato indolore del 13 settembre 1923, con la “ditta-blanda”, come la sua era detta per distinguerla da una “ditta-dura”, de Rivera impresse all’economia spagnola un’imponente accelerazione, sorretta da cospicui investimenti esteri, in specie britannici. Ne ha scritto Fernando García Sanz.

Ortega y Gasset, già autore di un affermato saggio sul “Don Quijote” di Cervantes e fondatore dell’Unione Monarchica Nazionale, nel 1931 si schierò contro la repubblica nata dall’equivoca interpretazione dei risultati delle elezioni amministrative. Le sinistre prevalsero a Madrid e nelle maggiori città, ma i monarchici ebbero più voti.

A contare, però, furono le manifestazioni di piazza. Memore degli eventi di un settantennio prima e del naufragio della prima repubblica, Alfonso XIII di Borbone lasciò la Spagna, sicuro di essere presto richiamato sul trono.

Autore di “Difesa dell’Ispanità” (1933), che gli valse l’ingresso nella Real Accademia, ed eletto deputato, Ortega si schierò per la difesa dei valori tradizionali contro gli “eccessi” dell’anticlericalismo divampante: incendio di chiese, devastazione di conventi, rogo di archivi, profanazione di salme di ecclesiastici defunti, violenze ai danni di preti e di monache.

Gli stranieri rimasero indifferenti. I più identificavano il cattolicesimo spagnolo con l’Inquisizione, la caccia alle streghe (nel Cinque-Seicento imperversante soprattutto nell’Europa centrale, tra evangelici e riformati), l’oscurantismo e, ciò che più pesò, la “limpieza de sangre” e l’espulsione degli ebrei dalla Spagna.

Altro intellettuale di prestigio europeo era Salvador de Madariaga (La Coruna, 1886-Locarno, 1978), storico, diplomatico, poeta, autore della storia dell’Impero ispanico americano. Lasciata la Spagna non vi tornò.

Molti “colti” andavano e venivano. In cerca. I contadini, gli operai, gli imprenditori rimasero. Finirono nel vortice della guerra civile.
Per cambiare la Spagna bisognava viverci; e purtroppo anche morirci. Un’espiazione collettiva.

Le ripercussioni su “Giustizia e Libertà”

La guerra civile spagnola si ripercosse su “Giustizia e Libertà”, il movimento creato in Francia da Carlo Rosselli, dopo l’evasione con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, massone, dal confino di polizia a Lipari, al quale era stato condannato dal regime fascista.

Messe a segno alcune imprese, non sempre fortunate e comunque lontane dall’impensierire Mussolini, che riscuoteva vasto consenso nel Paese, Rosselli organizzò una “colonna” di qualche decina di volontari a sostegno della repubblica di Madrid con l’insegna “Oggi in Spagna, domani in Italia”.

Essa incontrò difficoltà a farsi accogliere, inquadrare e inviare “in linea”. Non tutti i suoi componenti, a cominciare da Rosselli e Aldo Garosci, che ne scrisse la storia, avevano pratica di armi e, a differenza di Lussu, meno ancora di battaglie.

Nello scontro di Monte Pelato cadde Mario Angeloni, massone. Dopo vicissitudini che lasciamo tra parentesi, lamentando una dolorosa flebite Rosselli rientrò a Parigi. Trentacinque anni anni addietro lo storico Franco Bandini pubblicò il frutto di lunghe riflessioni sulla domanda: “Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli?” (ed. SugarCo). A Bagnoles-de-l’Orne il 9 giugno 1937 Carlo e suo fratello Nello, studioso del Risorgimento, rimasto in Italia e sempre ai margini della militanza politica, occasionalmente in Francia, furono assassinati da “cagoulards”.

La Cagoule, organizzazione criminale, si dichiarava di estrema destra; però le sue vittime erano, sì, “di sinistra”, ma anticomunisti, quando questi erano stalinisti.

Perché un delitto così efferato? Quale posizione politica e quali progetti coltivava Rosselli? In mancanza di prove, Bandini non espresse una sentenza categorica. Tassello dopo tassello, documentò che Rosselli non viveva affatto in clandestinità.

Si premurò di rinnovare il passaporto, per Stati dell’Europa centro-settentrionale (Germania hitleriana esclusa). In Catalogna i volontari italiani avevano assistito sgomenti alla carneficina di anarchici e “moderati” da parte dei comunisti eterodiretti da Mosca, quali Togliatti e Vidali.

“Giustizia e Libertà” non si riconosceva nel Fronte Popolare varato da Stalin per egemonizzare l’antifascismo. Pertanto i suoi militanti costituivano un nemico, da eliminare fisicamente, come scoprì il repubblicano Randolfo Pacciardi, comandante del battaglione “Garibaldi” in Spagna.

Quando avvertì che la sua vita era minacciata, previa una seconda iniziazione massonica, Pacciardi riparò negli Stati Uniti d’America.

Bandini intitolò il suo libro “Il cono d’ombra”. Non immaginava che, ruvidamente stroncato da Arturo Colombo nel “Corriere della Sera”, il volume sarebbe finito a sua volta… in un cono d’ombra. Vi rimase malgrado un convegno di studi dedicatogli in Firenze e altre rievocazioni. La vicenda, va però osservato, rimase ed è del tutto circoscritta nei confini italiani.

Nessuna tra le maggiori opere di autori spagnoli ed esteri sulla guerra di Spagna menzionano la “colonna Rosselli”. Se ne cerca invano traccia nella monumentale biografia di Franco scritta dall’inglese Paul Preston e nei volumi di Juan Pablo Fusi e Fernando García de Cortázar. La ignora lo scrupoloso Pío Moa che ha passato in rassegna “Los mitos de la guerra civil”.

Anche Roberto Gremmo nel documentatissimo “Rosselli e la Cagoule. Silenzi e segreti d’un oscuro delitto politico” (ed. Storia Ribelle, 2018), con molti interrogativi sulla presenza di Aimone di Savoia a Bagnoles-de-l’Orne, lascia “aperto” il verdetto sul duplice assassinio.

Repressione e lenta modernizzazione

I vent’anni dalla “ditta-blanda” di Primo de Rivera alla svolta “occidentale” di Francisco Franco segnarono molti passaggi dall’uno all’altro “bando”. Personalità eminenti ebbero la sventura di essere uccise o di rimanere intrappolate nelle tragiche regole di una guerra locale sull’orlo di divenire mondiale.

Essa si esaurì con la vittoria dei franchisti nella battaglia dell’Ebro, la loro avanzata in Catalogna e l’ingresso in Barcellona il 26 gennaio 1939. A quel punto la Gran Bretagna riconobbe Franco e abbandonò i repubblicani al loro destino. I più previdenti passarono in Francia, ove furono concentrati in “campi”, in pessime condizioni e circondati da diffidenza.

Altri ripararono in Messico. In marzo in Madrid divampò l’ultima lotta tra fazioni dell’estrema sinistra. Il 28 del mese i nazionali entrarono in Madrid e il 1° aprile Franco vi celebrò il trionfo, presenti molti filofranchisti esteri, come Eddy Sogno, che ne scrisse.

Il regime si sostanziò in tre operazioni concatenate: prolungamento dello sterminio dell’opposizione con la legge speciale contro il comunismo e la massoneria (ne hanno scritto Juan José Morales Ruiz nel fondamentale “Palabras asesinas” e José Antonio Ferrer Benimeli; sussunzione nel “franchismo” di tutti gli avversari del governo repubblicano; consolidamento del potere del Generale, assurto a “Jefe del Estado”.

In quel quadro vennero sfumate le differenze sostanziali e mai risolte di tanti “nazionali”, da Franco monumentalizzati e sottratti alla storia. Fu il caso di José Antonio Primo de Rivera. Quando lo fucilarono nel carcere di Alicante, i repubblicani fecero un regalo a Franco, perché il programma della Falange stava al franchismo come il fascismo delle origini stava al Mussolini degli Anni Trenta.

Aveva aperture sociali e culturali molto lontane dalla rigidità di Franco. Anche Emilio Mola y Vidal, ideatore della sollevazione, aveva un programma che solo la sua morte per incidente areo il 3 giugno 1937 lasciò “in bozze”.

Per assicurare le fondamenta del regime provvisorio Franco usò mano durissima. Esecuzioni e condanne a pene esorbitanti continuarono nel tempo. In celle da due persone ne vennero rinchiuse dieci e anche più, causando morti per denutrizione, malattie, suicidi. Ogni infrazione a regolamenti arcaici erano puniti con bastonate inflitte da carcerieri usi a uccidere e sicuri dell’impunità.

D’altronde, pochi mesi dopo la sua vittoria, iniziò la guerra europea, sicché nessuno badò a quel che accadeva all’interno della Spagna, uno spazio tra i Pirenei e la Rocca di Gibilterra. Importavano le sue risorse naturali, in specie i minerali rari, che Franco, con calcoli sagaci, mise a disposizione dei due fronti.

Scaltro, fortunato e lungimirante, il “Caudillo”, come volle farsi chiamare, fece il vero e più decisivo voltafaccia. Con il rifiuto di immischiarsi nella guerra a fianco dell’Asse e di infastidire il dominio britannico su Gibilterra, vitale per gli inglesi, fece buon viso agli Stati Uniti d’America, che in cuor suo detestava: nulla di più lontano tra New York (cantata da García Lorca) e la “sua” Spagna.

Questa, però, aveva dalla propria la “Lettera collettiva dell’episcopato spagnolo” schierato al suo fianco dal 1° luglio 1937. Dalle file dei cattolici sorsero l’Opus Dei e la tecnocrazia che mutò il volto della Spagna. Dato a Dio quel che era di Dio, Franco pensò a Cesare: il regime. Per farlo finse di non vedere che il cambiamento sarebbe sorto proprio dalla sua scelta di campo.

Franco condivideva poco o nulla dello statuto delle Nazioni Unite e meno ancora della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Però, per non avere intrusioni sgradevoli dall'”Occidente”, aveva bisogno di sedere nell’ONU (la Spagna vi fu accolta nel 1955, come l’Italia) e di offrire all’esterno una parvenza di rispettabilità. Chi lo visitava constatava che il Paese era “in ordine”. Le città si rianimarono.

Nell’arco di un decennio si affacciò una dirigenza che non arrivava dalla guerra civile. Ne fu esponente Manuel Fraga Iribarne, onnipresente in convegni promossi dalle Nazioni Unite.

Prevalentemente in divisa, chiuso in ossessioni allucinanti, Franco completò il “grande balzo” ricevendo al Palazzo d’Oriente diplomatici e militari che lasciavano in albergo grembiule, sciarpa e guanti di loggia, da indossare nelle logge castrensi installate nelle basi militari americane e della NATO in Spagna o in residenze private.

Con lo pseudonimo di J. Boor egli scriveva articoli contro la massoneria ma non “vedeva” i “fratelli” che incontrava. Al tema Fernando Gil González ha dedicato il capitolo “Por qué Franco tuvo problemas con la masonería” in “Origen de la Masonería en España” (Cordova, Ed. Almuzara, 2024).

Vi ricorda che Franco tentò di essere ammesso in loggia, ma fu respinto per inaffidabilità, al contrario del fratello Ramón, asso dell’aviazione repubblicana, che appartenne alla “Plus Ultra” di Parigi. Sapeva, inoltre, di essere circondato da massoni anche nella guerra contro i repubblicani, come lo era stato Mussolini nell’ascesa al potere.

Credeva nel “contubernio” giudeo-massonico-comunista ai danni della “vera” Spagna e identificava la massoneria con il comunismo (come fece con la legge del 1° marzo 1940 e con l’istituzione del Tribunale per la repressione, durato dal 1940 al 1963). Eppure la Terza Internazionale aveva decretato l’incompatibilità tra comunismo e massoneria, espressione della borghesia.

L’ossessione antimassonica accompagnò Franco sino al suo ultimo discorso pubblico, pronunciato a Madrid il 1° ottobre 1975.

Grazie a quella distopia, da taluni considerato doppiezza, gettò le basi della lunga transizione che, a differenza di quanto solitamente narrato, non iniziò dopo la sua morte ma dagli Anni Sessanta. La Spagna è un continente. La Galizia e le Asturie sono più vicine alla Scozia o al Baltico che all’Andalusia e questa è più vicina all’America Latina che alla Catalogna.

Nell’ultimo quindicennio del regime la Spagna cambiò a ritmi del tutto diversi da un capo all’altro del suo spazio. A Torremolinos era consentito quanto veniva rigorosamente vietato in Estremadura. Seppe anche offrire ai visitatori una vetrina di prim’ordine con l’invenzione dei “Paradores”. Nel corso dei secoli ne aveva viste tante ma la “hispanidad” era nelle vene dei suoi abitanti.

Tra gli “intellettuali” esuli alcuni rientrarono, con la massima discrezione. Lentamente furono poste le basi per l’attuazione del programma invocato da Manuel Azaña il 18 luglio 1938: “paz, piedad, perdón”. Madrid aveva fretta di entrare a far parte del Mercato comune europeo e delle istituzioni comunitarie nascenti.

Incappò nell’ostilità di quanti prendevano a pretesto la perdurante repressione di movimenti centrifughi per escluderne la sempre più fiorente produzione agroalimentare e manifatturiera.

In quegli anni la Spagna non fu l’unico Stato a combattere senza esclusione di colpi (a volte con supplizi aberranti, quali la garrota) indipendentismi armati come l’ETA, speculare all’IRA.

Ognuno di essi poté farlo a mani basse perché la divisione dell’Europa in blocchi favoriva la sopravvivenza dei regimi. Nondimeno, sotto la scorza del franchismo la Spagna mutò in profondità. Con il ripristino della monarchia, non restaurata ma instaurata, Franco fece il resto. Anche perché, accantonato Juan, conte di Barcellona, scelse Juan Carlos di Borbone.

Rientrato dall’esilio il comunista Santiago Carrillo osservò che per gli spagnoli la monarchia è come la “sopa de ajo”, un piatto popolare.

Ma dopo Felipe González i socialisti imboccarono la via della “ley de la memoria”, poi “memoria democrática”, che si risolse in memoria a senso unico e nell’elusione della complessità della storia.

Negare che i progressi della Spagna odierna hanno radici negli ultimi quindici anni dell’età di Franco significa bendarsi gli occhi dinnanzi ai fatti.

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