E ancora una volta cavalchiamo l’onda woke
Non guardate le gambe delle atlete. Il woke, strizza l’occhio all’Islam e colpisce ancora.
Grasse, basse e tarchiate vengono premiate come reginette nei concorsi di bellezza, mentre il corpo femminile più disciplinato, più allenato, più performante che la nostra specie sia capace di produrre è diventato un problema.
Non per chi lo possiede. Per chi lo guarda.
L’European Broadcasting Union, in collaborazione con European Athletics, ha sgravato ventitré pagine per indicare ai cameraman TV del continente come non inquadrare le atlete d’élite durante le gare di atletica leggera.
Un’opera enciclopedica di cui realmente si avvertiva il bisogno. D’inverno, per accendere il fuoco nel camino.
Il documento si chiama “Raising the Bar,” alzare l’asticella, con un gioco di parole che probabilmente ha richiesto una riunione a parte.
Tredici angolazioni di ripresa specifiche marchiate con una croce rossa, come fossero manovre pericolose di un manuale di volo.
Telecamere basse: vietate. Inquadrature strette da dietro: vietate. Replay al rallentatore che permette ai telespettatori di indugiare sul corpo: vietati. L’obiettivo dichiarato è impedire la “sessualizzazione” delle atlete.
Il corpo di una saltatrice in alto, un corpo con il sette per cento di massa grassa, scolpito da quindicimila ore di allenamento, capace di superare due metri di asticella con una biomeccanica che farebbe piangere un ingegnere aerospaziale, quel corpo va protetto dallo sguardo.
Non dallo sforzo. Non dagli infortuni. Non dal doping. Dallo sguardo.
E chi ha deciso che lo sguardo è il nemico? Tre ex atlete olimpiche. Sottolineare “ex”.
Holly Bradshaw, salto con l’asta, britannica. Ritirata nel settembre 2024 e oggi co-proprietaria di un carretto di caffè artigianale.
Blanka Vlašić, salto in alto, croata. Ritirata nel febbraio 2021. L’ultima volta che ha messo piede su una pedana risale alle Olimpiadi di Rio. 2016. Dieci anni fa.
Ivana Španović, salto in lungo, serba, trentasei anni, tendine d’Achille malandato, riciclata nel salto triplo in fase crepuscolare di carriera.
Due su tre sono in pensione. La terza ha cambiato disciplina. Una non gareggia da un decennio.
E sono queste le donne che dichiarano: “Durante la gara sono più concentrate sulle telecamere che sulla propria prestazione”.
Quale gara? La prossima fiera del cappuccino?
Bradshaw dichiara di aver “ricevuto abusi sui social media e visto video inappropriati” di se stessa. Lo ripete con questa identica formulazione in ogni intervista, in ogni articolo, in ogni comunicato.
Sempre le stesse parole ripetute a pappagallo. Mai un dettaglio. Mai un esempio. Mai la descrizione di cosa questi “abusi” consistano concretamente. Una minaccia di morte? Un insulto sessista? Un commento che dice “sei bellissima”?
Non lo sapremo mai. Perché nel lessico contemporaneo la parola “abuso” ha smesso di avere un perimetro e molte volte addirittura un senso.
Viviamo nell’epoca in cui una donna ha girato un video virale per denunciare come “molestia emotiva” il fatto che uno sconosciuto le abbia detto “buongiorno” per strada.
Se “buongiorno” è molestia, un replay al rallentatore di un salto con l’asta è praticamente un crimine di guerra.
Il problema degli abusi online è reale, nessuno lo nega. Ma un’intera dottrina sulle angolazioni televisive, costruita su un’accusa generica ripetuta in modo petulante da una pensionata del caffè artigianale non è una politica. È un atto di fede.
E qui si apre la voragine che le ventitré pagine aggirano con la cura meticolosa di chi sa esattamente dove si nasconde la dinamite.
Le atlete gareggiano in bikini bottom. E non perché qualcuno le costringa. Perché vogliono.
Sono donne, oltre che atlete, e conoscono il potere del proprio corpo e non hanno nessuna intenzione di nasconderlo.
Una saltatrice in alto che ha dedicato la propria esistenza a costruire un fisico perfetto non ha bisogno che un burocrate di Ginevra le spieghi come farsi o non farsi guardare.
Sa benissimo di essere bella. Sa benissimo che quel corpo è il risultato di una disciplina che il novantanove per cento della popolazione non riuscirà mai nemmeno ad avvicinare.
E quando sale in pedana con un bikini bottom e un top aderente, non lo fa perché la Nike le ha puntato una pistola alla tempia. Lo fa perché è orgogliosa di ciò che è.
Una donna che si sente guardata, ammirata, desiderata mentre vola sopra un’asticella a due metri d’altezza non è una vittima. È una regina. E tre ex colleghe in pensione hanno deciso che quella corona va nascosta.
Ecco il cortocircuito che l’EBU non ha il coraggio di affrontare. Le atlete scelgono di mostrarsi. Le telecamere le riprendono. E un comitato di ritirate decide che le telecamere sbagliano.
Non le atlete che scelgono il costume. Non le federazioni che lo regolamentano. Non gli sponsor che ci costruiscono campagne miliardarie. Ma i cameraman. L’ultimo anello della catena diventa il colpevole designato.
L’agnello sacrificale di un sistema che celebra il corpo femminile e poi si vergogna di averlo fatto.
Nike presentò per le Olimpiadi 2024 un body femminile molto aderente con taglio a bikini e la mezzofondista americana Lauren Fleshman, pure lei oggi pensionata, pur di cavalcare l’onda woke, lo ha definito un costume nato da “forze patriarcali”.
Se quel costume fosse davvero funzionale alla performance, ha osservato, lo indosserebbero anche gli uomini.
L’infervorata ex atleta ha dimenticato che gli uomini non hanno bisogno del reggiseno, essendo sprovvisti del contenuto. Mentre, per dotazione naturale, non possono correre o peggio saltare con slip a taglio inguinale.
Ma il punto è che molte atlete quel body lo hanno indossato volentieri. Perché piacersi e piacere non è un crimine. O almeno non lo era, prima che tre pensionate decidessero il contrario.
L’EBU, peraltro, non ha la forza nemmeno delle proprie convinzioni. Le linee guida non prevedono alcuna sanzione. Sono raccomandazioni. Nessuna conseguenza per chi non le rispetta.
La Diamond League non è nemmeno tenuta a seguirle. Il documento stesso ammette di non essere “un elenco di restrizioni”. È, nei fatti, un manifesto simbolico. L’equivalente burocratico di un post su Instagram con l’hashtag giusto.
Non cambierà nulla nella realtà delle riprese televisive, ma permetterà a qualche funzionario di presentarsi al prossimo congresso con la coscienza a posto e la slide sulla gender equality aggiornata. Come se con Trump contasse ancora qualcosa.
Ventitré pagine senza un solo dato empirico. Un’intera dottrina normativa costruita sulla sensazione, sull’aneddoto e sulla certezza morale di essere dalla parte giusta della storia.
Il mondo occidentale, nell’arco di una generazione, è passato dalla liberazione sessuale, donne in minigonna come atto politico, topless come diritto, corpo femminile come territorio sovrano di autodeterminazione, alla riscrittura maniacale delle angolazioni televisive affinché un gluteo allenato non venga ripreso da troppo vicino.
Da “il mio corpo è mio e lo mostro quando voglio” a “il tuo corpo è tuo, ma la telecamera la gestiamo noi”.
La traiettoria è rettilinea. Ed è esattamente la traiettoria che l’Islam aspettava senza nemmeno dover combattere.
L’Occidente sta facendo da solo il lavoro che nessun imam avrebbe mai potuto imporre dall’esterno: insegnare alle donne che mostrarsi è pericoloso, che lo sguardo maschile è una minaccia, che il corpo va schermato per il bene di chi lo porta e che la visibilità deve essere amministrata da un’autorità esterna.
Il velo e le linee guida dell’EBU partono dalla stessa premessa. Solo che uno lo chiama modestia e l’altro lo chiama rispetto.
Il risultato è identico. E a nessuno dei due interessa davvero cosa ne pensi la donna.





