
di Tommaso Scarponi
Scrutando nella mia anima, porgendo ascolto ai suoi suoni sotterranei, io, nel corso del tempo, penetro sempre più profondamente nelle sue viscere, vivo gli strati della mia anima. Ogni nuova stratificazione trovata è straordinariamente palpabile, e attira a sé e scuote, riempiendo l’anima di una nostalgia indicibilmente dolce, di un indecifrabile impulso verso lontananze che io ho visto una volta da qualche parte. Sono i miei antenati che parlano in me e quanto più lontano è il fatto tanto più chiaro io lo vedo […].
Sotto la corteccia esterna […] io trovo lo strato del radicalismo, della scienza, della filosofia – della cultura scientifica di mio padre e dei miei […].
E più in basso lo strato dei miei antenati. Si sentono brani di canti e si vedono fumi d’incenso, e tuniche e icone e braccia tese al cielo… Il fremito che avvolge dei misteri e il Sacrificio incruento che si compie… E ancora più sotto – il sacerdozio pagano. Divinità ed elementi, la mitopoiesi, querceti e fonti consacrate, i misteri celebrati a cielo aperto e templi di pietra non incastonata «sulle alture». Vedo funzioni solenni e processioni… E ancora più in basso mi inebrio e languisco al profumo di una terra nerissima, arata da poco ed erpicata, nutrita di acqua del disgelo e appena appena calda sotto i raggi di un sole primaverile. Mi sazio del profumo della terra frolle, quando la zolla di terra arata si asciuga un po’ […] Mi stringerei col viso alla terra e, stretto, io rimarrei così, irrorandola di calde lacrime di estasi. E la fanghiglia nera mi ungerebbe il volto – di terra – e io sarei felice […].
E ancora più sotto, vedo distese di erba florida di un inebriante verde smeraldo… I miei antenati nomadi. Il migrante chiama per steppe sconfinate sotto la cupola cristallina del cielo […]. Si vorrebbe galoppare su un cavallo morello, senza sella, nudi, nella bufera notturna, correre vorticosamente come matti per la steppa tra i lampi avvinghiati a un unico amico, il cavallo.
E ancora più sotto… Alcuni elementi indefiniti. Stratificazioni acquose, verdi, fredde… Aliti di vento… E io che mi disfo in essi, mi perdo e scompaio. Ora ci sono, ora non ci sono… Volo sui campi […]. Azzurrine lontananze che svaniscono nell’infinito.
P.A. FLORENSKIJ, Geologia dell’anima (1905), testo tratto dal Taccuino 1904-1905, poi trascritto nel quaderno di sogni Al confine dei mondi





