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EUROPA, RIFONDAZIONE O MORTE (1)

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Se l’Unione Europea non diventerà quello che non è e che è auspicabile diventi, ossia l’Europa dei popoli e delle nazioni e non lo strumento della finanza e della burocrazia, è evidente che il suo futuro sarà la morte.

La costituzione dell’Unione Europea ha fatto emergere regioni ricche ed economicamente competitive che puntano a dipendere sempre meno dalla dimensione degli Stati e che intendono trovare condizioni migliori per il proprio collocamento in un contesto più ampio.

Sono i territori e le città a vocazione internazionale a trainare lo sviluppo e ad attrarre capitali e competenze. Milano (con la sua area regionale), che produce il 30 per cento del Pil italiano, è fra queste e si confronta con l’area di Londra, con la Baviera, con la Renania settentrionale, con L’ile de France.

All’orizzonte c’è la macro regione alpina Eusalp, che accorpa 46 regioni, appartenenti a sette Stati diversi, e accomunate da un continuum che travalica i confini nazionali.

Il tema all’ordine del giorno è rivedere il funzionamento delle autonomie decisionali in un’ottica europea e globale.

Altro tema è quello dello strapotere delle burocrazie. Alle burocrazie statali si è sovrapposta la burocrazia europea, creando un mostro che determina inefficienza e oppressione, comprime l’economia e massacra le piccole patrie e le tradizioni locali, in ossequio ad un mondialismo che vorrebbe trasformare i popoli in masse di consumatori indifferenziati, esseri umani senza qualità, schiavi del “Dio Consumo” e delle regole imposte dai poteri finanziari e dalle multinazionali.

 Altro grande tema è quello del welfare, che si intreccia con quello delle risorse energetiche. Il welfare diventa sempre più difficile da sostenere se non si abbassano i costi energetici, differenziando le fonti. Qui l’Europa non c’è.

Gli esempi potrebbero continuare, mettendo in campo il nucleare, le risorse rinnovabili, la ricerca.

Il fatto è che l’Europa riguardo al tema strategico dell’energia è un colabrodo e l’Unione un fantasma.

L’Europa non ha una politica estera unitaria e credibile.

 L’Europa non ha un esercito comune.

L’Europa non ha una struttura unitaria di intelligence.

Così accade che il potere finanziario-burocratico, con la sua azione, indebolisce gli Stati membri, aprendo inevitabilmente spazi alle piccole patrie, senza dare una risposta coerente in termini di una nuova statualità europea democratica, che abbia la sua legittimazione autentica nel voto popolare.

L’Europa, così com’è, mantiene Stati, nazioni, patrie e popoli in mezzo ad un guado che rende la stessa Europa un player internazionale incapace, mentre si stanno ridefinendo gli assetti del potere mondiale.

L’Europa, come entità politica unitaria è stata pensata all’indomani della seconda guerra mondiale al fine di chiudere una lunga serie di guerre civili tra i popoli europei. Prima di giungere alla formulazione dei Trattati di Roma, alcuni uomini come Andrè Malraux, Helmuth James von Moltke, Joseph Retinger e Winston Churchill, pensarono agli Stati Uniti d’Europa come soluzione stabile di pace e di prosperità per il continente uscito massacrato dai conflitti. Quella emersa dai trattati e concretizzatasi nella realtà è un’Europa ben distante dall’idea originaria, che era molto simile al modello statunitense.

Alla luce delle difficoltà in cui versa l’attuale Unione Europea, sono stati indicati nuovi programmi unitari, relativi ad un esercito comune, ad una politica estera comune, ad una ricerca comune, ad un intelligence comune e via discorrendo.

Fare dell’Europa la Patria degli Europei non è cosa facile, anche se non impossibile, e per attuare questo obbiettivo è necessario anzitutto dotare l’Unione Europea di una Costituzione, che ne fissi i valori e i principi istituzionali.

L’impresa più difficile è, fatta l’Europa, fare gli Europei, ossia trovare quel sostrato comune archetipico in grado di strutturare un’identità comune.

Per quanto riguarda i valori, gran parte del sistema valoriale è stato elaborato dai nostri Antenati, a cominciare dalla libertà, in tutte le sue declinazioni, con particolare riferimento alla libertà personale, di pensiero e di espressione.

Acquisiti sono inoltre valori come la democrazia, la tripartizione dei poteri statuali, la parità tra uomo e donna, la laicità dello Stato e la libertà di professare le proprie convinzioni religiose.

Riferimenti essenziali sono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani votata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, la Carta costituzionale italiana, figlia della Carta del Carnaro.

Un valore fondamentale riguarda il welfare, in quanto lo Stato deve assicurare ai cittadini una vita dignitosa e in questo senso sono paradigmatici la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America e l’ancestrale patto tra il re, la tribù e la terra, con l’impegno regale a garantire la prosperità.

Nella dichiarazione di Indipendenza si legge: “Quando, nel corso degli umani eventi, diviene necessario per un popolo spezzare i legami politici che lo hanno unito ad un altro, ed assumere, fra le potenze della terra, la posizione distinta e paritaria a cui le leggi della Natura e di Dio gli danno diritto, il giusto rispetto dovuto alle opinioni dell’umanità esige che esso dichiari le ragioni che lo costringono a separarsi. Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento del benessere. Che per garantire questi diritti, vengono istituiti fra gli uomini dei governi che derivano dal consenso dei governati il loro giusto potere. Che ogni qualvolta una forma di governo diviene antagonistica al conseguimento di questi scopi, il popolo ha diritto di modificarla e abolirla, e di creare un governo nuovo, ponendo a base di esso quei principi, e regolando i poteri di esso in quelle forme che offrono la maggiore probabilità di condurre alla sicurezza ed alla felicità del popolo medesimo. La prudenza consiglierà, in fatto, di non cambiare per motivi tenui o transitori governi stabiliti da tempo; l’esperienza dimostra, invero, che gli uomini sono più inclini a sopportare i mali, finché sono tollerabili, che a riprendere la giusta direzione, abolendo forme alle quali sono adusati. Ma quando una lunga serie di soprusi ed usurpazioni, volti invariabilmente ad un unico scopo, offrono prova evidente del disegno di un governo di assoggettare il popolo a condizioni di dispotismo assoluto, é diritto e dovere del popolo di abbattere quel governo e di creare nuove salvaguardie per la sua sicurezza futura”.

Per quanto riguarda l’aspetto istituzionale già Emanuele Kant, nel 1795, con il suo scritto: “Per la pace perpetua”, avanzava l’idea, per l’Europa, della formazione di una federazione repubblicana di popoli liberi (Civitas gentium), indicata come l’unico mezzo atto a sostituire lo stato di guerra con lo stato di pace.

Ogni membro di questa federazione, secondo Kant, continuerebbe a formare uno Stato particolare, avente la sua autonomia, la sua Costituzione, il suo Potere Legislativo, il suo Potere Giudiziario, il suo Potere Esecutivo, il suo Governo. Questi Stati particolari, però, costituirebbero e manterrebbero sopra loro uno Stato federale, la cui Legislatura, il Tribunale, il Consiglio esecutivo, avvolgerebbero e reggerebbero l’insieme formato dagli Stati.

Scrive Kant: “Non deve alcun Stato indipendente (poco importa se piccolo o grande) poter essere acquisito da un altro per mezzo di eredità, scambio, compera o donazione. Uno Stato non è (come il territorio in cui ha sede) un bene, un avere (patrimonium). È società d’uomini su cui nessuno, tranne essa stessa, può comandare o disporre”.

La Natura, sostiene Kant, “adopera due mezzi per distogliere i popoli dal frammischiarsi; la diversità delle lingue e delle religioni: questa, invero, trae con sé una predisposizione ad odiarsi e pretesti a guerre, ma colla crescente civiltà e le progredenti relazioni fra gli uomini, conduce pure ad una maggiore uniformità di principii e ad un accordo per la pace, che è prodotto ed assicurato dall’equilibrio di tutte le forze, non già dal loro indebolimento, come avviene col dispotismo che si fonda sulla tomba della libertà”.

E’ a questa uniformità di principi che ci provengono dalla natura che è necessario guardare per costruire una narrazione comune a tutti i popoli europei.  

Un’idea federale d’Europa ci viene anche da Carlo Cattaneo, il quale dopo il 1848 si fece sostenitore di un assetto federale dell’Italia e anche dell’Europa (gli Stati Uniti d’Italia e d’Europa), scrivendo, a questo proposito, in una notazione del 1833, un riferimento diretto agli Stati Uniti d’America, “nazione possente” e non “una greggia di piccole colonie sbrancate, invidiose, nemiche, costrette a vivere coll’armi alla mano, perpetuamente, come gli europei”.

Cattaneo afferma che “solo al modo della Svizzera e degli Stati Uniti può accoppiarsi libertà e unità. Così solamente si adempie il precetto del Fiorentino [Machiavelli] che il popolo, per conservare la libertà, deve tenervi sopra le mani. (Da Castagnola, 6 febbraio 1850). Da Lugano, 30 settembre 1850, Carlo Cattaneo, con una sintesi lapidaria scrive: “Stati uniti d’Europa; ogni popolo padrone in casa sua”. “Stati uniti – spiega Cattaneo – è una gran parola che può sciogliere molti problemi in Italia e in tutta Europa e può prevenire cento mille controversie. Qual altra cosa sarebbe stata se Kossuth, invece di proclamare l’ambiziosa repubblica dei Magyarok, avesse proclamato li Stati Uniti del Danubio; quanti odj e quante opposizioni di meno in Servia, in Croazia, in Transilvania; qual felice mezzo termine per trasformare le Kronländer in Freyländer, l’impero austriaco in una Svizzera gigantesca e invincibile! E come non potevano Trieste e Venezia e Milano appoggiare il patto di federazione come una semplice alleanza, come facevano da principio con la Svizzera i Grigioni e i Ginevrini? (…) Io credo che il principio federale, come conviene agli Stati conviene anche agli individui. Ognuno deve conservare la sua sovranità personale”. (Da Castagnola, agosto 1851).

Infine, Cattaneo scrive: “I popoli devono statuire sin dal primo istante la libertà, la sovranità, ma devono darsi immediato soccorso come fanno i loro nemici, e devono farne pubblico patto (…). Un patto federale vuole una dieta, un congresso, una costituente che lo scriva e che lo sancisca”. (Da Castagnola, 29 ottobre 1851).

Non mi dilungo oltre sulla questione in quanto ritengo chiarito che l’impianto istituzionale europeo debba, a mio parere, essere una federazione di popoli nella Forma di Stati Uniti d’Europa, avendo come paradigma l’esperienza degli Stati Uniti d’America e nel rispetto della sovranità dei singoli popoli e dei singoli stati.

Siamo ovviamente ben lontani dall’attuale forma di Unione Europea, riguardo alla quale, Noam Chomsky, il maggior linguista vivente scrive: “Non è meno eclatante il declino della democrazia in Europa, dove il processo decisionale sui temi di maggior rilevanza si è spostato nelle mani delle burocrazie di Bruxelles e dei poteri finanziari che esse in larga misura rappresentano. Il loro spregio della democrazia è emerso nella reazione furibonda al referendum di luglio 2015: era inaccettabile l’idea che il popolo greco potesse dire la sua sulle sorti della sua società, fatta a pezzi dalle disumane misure di austerity della Troika, ossia Commissione Europea, Banca Centrale europea e Fondo monetario internazionale (in questo caso i referenti politici del Fmi, non quelli economici, che avevano invece criticato quelle misure devastanti). Obiettivo dichiarato delle politiche di rigore era ridurre il debito greco; in realtà esse hanno aumentato il debito in rapporto al Pil, il tessuto sociale è stato ridotto a brandelli, e la Grecia è diventata un canale per far transitare i cospicui pacchetti di salvataggio delle banche francesi e tedesche che avevano concesso prestiti rischiosi”. [i]

segue

 

[i] Noam Chomscky, Chi sono i padroni del mondo, Ponte alle Grazie

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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