
Equilibrio e stabilità. E’ questo che il mondo chiede per non precipitare in una catastrofe dalla quale nessuno uscirà vincitore e l’umanità uscirà semidistrutta.
In questo possibile nuovo equilibrio, che non può che essere multipolare, il macronismo risulta semplicemente fuori dalla storia, pericoloso e distruttivo di qualsiasi possibilità di fare dell’Europa qualcosa di diverso da un burosauro che risponde alle logiche della tecno finanza.
Macron, il pupillo dei Rothschild, ossia il pupillo di un mondo di banchieri e di finanzieri, ancora una volta ha tirato fuori dal cappello del prestigiatore i soliti ottimati (nella fattispecie Draghi e Letta) con l’intento di assegnare all’Italia i player europei che vuole lui, con qualche appoggio di chi, in Italia, sembra essere solo un perenne aspirante abitante della dependance dell’Eliseo.
L’Italia, nel nuovo equilibrio mondiale che può nascere, se prevarrà un’idea di multipolarità contrattata, ha un ruolo che deve essere deciso dal governo liberamente eletto il quale, con buona pace di chi continuamente mette i bastoni tra le ruote, ha il diritto di chiedere di avere uomini, in Europa, in linea con le sue posizioni e non con quelle dei circoli finanziari e del novello Napoleone.
Francesco Galietti, su Domino 5/2022, scriveva: “Tra poco la geopolitica comincerà a farsi sentire. Come? Forzando le élite economiche tedesche a guardare sempre più verso l’Atlantico e salutare la Cina, portando con sé le molte imprese italiane ancorate alla catena del valore tedesche. E facendo dell’Italia un indispensabile hub energetico, e dunque nuovo baricentro dell’Europa”.
“La guerra in Ucraina – proseguiva Galietti – sposta la geografia degli approvvigionamenti energetici europei e di conseguenza l’asse strategico del continente europeo. L’Europa guarderà sempre di più a Sud (Algeria, Libia, Egitto) e sempre meno a Est. Il Mediterraneo guadagnerà maggior centralità “.
Se guardiamo ai recenti pronunciamenti del G7 e anche alla posizione degli Usa riguardo all’Africa, si può ben capire che all’Italia spetta una parte importante in un possibile riequilibrio nel quadrante africano e medio orientale
Se guardiamo alle risorse energetiche, considerato che la logica attuale è quella di rendere indipendenti i Paesi europei dal gas e dal petrolio russi, è del tutto evidente che l’Italia, non fosse altro che per la sua posizione nel Mediterraneo, è il naturale punto di approdo delle pipe line provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente.
Il gas attualmente arriva dall’estero in 5 punti principali di ingresso sul territorio nazionale.
Tarvisio, Friuli Venezia Giulia: qui arriva la totalità del gas russo, tramite il TAG (Trans Austria Gas) che porta in Italia il gas dalla Russia passando attraverso Ucraina, Slovacchia e Austria. Ha un secondo “ramo” che entra in Italia a Gorizia passando dalla Slovenia.
Passo Gries, Piemonte: da qui passa il gas che arriva dai giacimenti del Mare del Nord tramite Transitgas, il gasdotto proveniente da Norvegia e Olanda.
Mazara del Vallo, Sicilia: qui arriva il Transmed che collega l’Algeria all’Italia tramite la Tunisia fino al punto di ingresso di Mazara del Vallo. Ad oggi l’Algeria è il primo paese per esportazioni di gas in Italia.
Gela, Sicilia: a Gela arriva l’altro gasdotto proveniente dall’Africa, il Greenstream, proveniente dalla Libia. Si tratta del gasdotto più lungo del Mar Mediterraneo.
Melendugno, Puglia: in Puglia c’è il Tap (Trans Adriatic Pipeline) che trasporta il gas dell’Azerbaijan verso il Nord Europa.

Una delle infrastrutture più interessanti del prossimo futuro energetico riguarda l’EastMed – Poseidon che dovrà portare il gas da Israele alla Puglia.

EastMed-Poseidon Pipeline è un’interconnessione diretta tra fonti e mercati: un progetto strategico europeo, confermato tecnicamente fattibile ed economicamente competitive, inserito nel Piano RePowerEU.
EastMed-Poseidon Pipeline è una rotta strategica di collegamento diretto tra l’Europa e le fonti israeliane.
E’ del tutto evidente che un’infrastruttura come quella dell’EastMed-Poseidon Pipeline necessita di una situazione di equilibrio e di stabilità nel Mediterraneo e, non a caso, in una logica di contrasto a Israele e ai Paesi europei, in questi giorni abbiamo assistito alle minacce degli Hezbollah a Cipro, ossia a uno dei punti nevralgici della pipe line.
L’EastMed-Poseidon Pipeline approda in Puglia, elemento non secondario da considerare.
Un altro elemento strategico sul quale ragionare è il Corridoio Economico India Medio Oriente Europa, altrimenti detto Via del Cotone, in alternative alle Vie della Seta (come, ad esempio, il Corridoio di Mezzo, la TITR, rete di vie di trasporto che riproduce l’antica Via della Seta, estendendosi dalla Cina all’Europa attraverso il Kazakistan, il Mar Caspio e il Caucaso fino alla Turchia.
La Via del Cotone è non solo alternativa alla Via della Seta, ma anche ai rapporti con la Cina, essendo una via che privilegia i rapporti europei con l’India.


Il corridoio Economico India – Medio oriente – Europa presenta due problemi non di poco conto.
Il primo è che per la sua attuazione è necessaria una stabilità medio orientale che veda, anzitutto, Israele e mondo arabo sunnita riconoscersi reciprocamente. La via passa da Emirati, Giordania e Arabia Saudita e Israele e senza un accordo tra i Paesi sunniti e Israele è difficilmente attuabile.
Il secondo problema è il porto del Pireo.
Il porto di Haifa è stato acquistato dal gruppo indiano Adani, molto vicino al presidente indiano Modi, che sta cercando di elevare l’India a principale rivale della Cina nel controllo dell’indo-pacifico, ma il porto del Pireo è cinese.
La Cinese Cosco, infatti, dopo aver acquisito nel 2016, nel pieno della crisi del debito che travolse Atene, il Pireo (esempio, questo, della follia franco tedesca che ha messo in ginocchio la Grecia in funzione predatoria), in pochi anni ne ha fatto lo scalo più trafficato del Sud Europa, la via d’accesso privilegiata per le merci destinate ai mercati dell’Europa orientale e il punto di smistamento più servito per quelle destinate ai mercati dell’Europa centrale.
Il Pireo non è il primo porto Ue in cui una società statale cinese ha messo radici. Pechino, attraverso le sue Soe (state-owned enterprises), ovvero aziende statali che rispondono al Partito Comunista Cinese, ha partecipazioni nei più importanti terminal portuali del Vecchio Continente: a Rotterdam (primo porto d’Europa), Anversa, Zeebrugge, Bilbao, Valencia, Vado Ligure, Dunkirk, Marsiglia, Le Havre, Marsaxlokk, Salonicco.
Quello del Pireo è però un caso più unico che raro, perché nessun Paese dell’Ue aveva mai ceduto prima a un investitore estero, per giunta statale, il controllo di un’intera Autorità Portuale (Port Piraeus Authority), e non solo dei singoli terminal.
E’ pensabile che la Via del Cotone finisca in un porto controllato dalla Cina o, meglio, dal Partito comunista cinese?
E’ del tutto chiaro che i porti italiani, di un’Italia atlantica, costituiscono un’alternativa reale e che l’Europa del futuro, se vuole emanciparsi da Russia e Cina, deve fare i conti con il Mediterraneo e, quindi, con l’Italia.
C’è qualcuno che pensa di poter fare i conti con l’Italia scavalcando il governo legittimamente costituito in forza di elezioni democratiche?
I conti con l’Italia, pertanto, vanno fatti e vanno fatti anche in ragione della proiezione militare nel Mediterraneo.
Tutti i ragionamenti infrastrutturali sin qui fatti devono avere come corollario necessario il controllo del Mediterraneo.
E’ pensabile che il Mediterraneo sia controllato da un’Unione Europea che esclude l’Italia e i suoi interessi? Con cosa? Con le renne lituane?
E’ pensabile che un riarmo necessario in chiave di deterrenza e di controllo rientri nelle follie del Patto di Stabilità, vero e proprio cappio al collo dei Paesi europei voluto dall’asse franco Tedesco?
Interrogativi che non possono essere elusi, salvo costruire un assetto politico europeo a misura di Sholz-Macron che è, semplicemente, l’anticamera della dichiarazione di fallimento.





