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ELKANN IN GINOCCHIO CON “META” ALLA CORTE DI TRUMP

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Come c’era da aspettarsi i giornali italiani mainstream, soprattutto quelli di proprietà di John Elkann, stanno vendendo l’ingresso del rampollo degli Agnelli in Meta come la grande operazione del secolo, mentre l’annuncio fatto da Mark Zuckerberg, presidente e ad di Meta, dell’’ingresso nel board dei direttori di John Elkann, nasconde una realtà ben diversa.

Per dirla in musica e parafrasando un famoso testo di Gianni Morandi, Zuccherino, che aveva censurato Donald Trump per seguire gli ordini dello staff di Joe Biden, ora canta: “Ritornerò in ginocchio da te/
Biden non è, non è niente per me/ Ora lo so, ho sbagliato con te/Ritornerò in ginocchio da te”.

E in fila in ginocchio c’è pure il rampollo degli Agnelli, perché nel campo dei social presto cambierà tutto ed è meglio piegarsi che rompersi.

In un post su Facebook (il social che in Italia subisce la censura di Enrico Mentana), da lui inventato, scrive: «Sono entusiasta di inaugurare l’anno con alcune notizie su cui stavamo lavorando da tempo: Dana White (repubblicano, uno dei migliori 5 amici di Donld Trump, ndr), John Elkann e Charlie Songhurst entrano a far parte del consiglio di amministrazione di Meta. Abbiamo enormi opportunità davanti a noi nel campo dell’intelligenza artificiale, dei dispositivi indossabili e del futuro dei social media, e il nostro consiglio ci aiuterà a realizzare la nostra visione».

Dana White era a fianco di Trump venticinque anni fa, era alla Convention repubblicana a presentare Trump lo scorso luglio, su Tik Tok ha introdotto Trump alla vasta platea online durante un suo evento ed era sul palco della vittoria con Trump dopo l’elezione.

Dana è il presidente e amministratore delegato dell’Ufc (Ultimate Fighting Championship), che ha trasformato una delle aziende sportive in maggior valore per crescita e popolarità al mondo.

Charlie Songhurst è un investitore tecnologico con una vasta esperienza nel settore. È noto per essere stato il responsabile della strategia aziendale presso Microsoft, dove si è concentrato su partnership e acquisizioni, tra cui quelle di Yahoo e Skype. Dopo la sua carriera a Microsoft, Songhurst è diventato un investitore angelico e advisor, fondando Katana Capital, un fondo di copertura azionario long-short, e gestendo il Songhurst Group, che detiene partecipazioni in varie aziende private. Ha investito in oltre 500 aziende durante la sua carriera, con un focus particolare su AI, deep tech, fintech, biotech e quantum

Un altro cambio della guardia è assai significativo.

Nick Clegg, ex vice primo ministro britannico, ha recentemente annunciato di aver lasciato il suo incarico come presidente degli affari globali e capo della comunicazione presso Meta, dove ha lavorato dal 2018. Al suo posto subentra Joel Kaplan, noto per i suoi legami con il Partito Repubblicano e per il suo ruolo precedente come vice capo dello staff alla Casa Bianca durante l’amministrazione di George W. Bush. Questo cambiamento si verifica in un momento significativo, con l’imminente insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Durante il suo mandato presso Meta, Sir Nick, come riferisce la BBC, “si è affermato non solo come portavoce, ma anche come ponte tra governi, autorità di regolamentazione e l’azienda tecnologica. Quando nuove normative e legislazioni hanno iniziato a costringere le aziende di social media ad assumersi una maggiore responsabilità per i contenuti sulle loro piattaforme e per le relative conseguenze, tale ruolo è diventato cruciale. Ha supervisionato la creazione dell’Oversight Board, un organismo indipendente istituito per supervisionare le decisioni di moderazione dei contenuti di Meta. Di recente, tuttavia, ha affermato che le azioni dell’azienda hanno portato troppo spesso alcune persone a essere “ingiustamente penalizzate” sulle sue piattaforme”.

BBC fa notare anche che Sir Nick ha espresso apertamente le sue opinioni sullo stretto alleato di Trump, Elon Musk, descrivendolo come un burattinaio politico e sostenendo di aver trasformato X, ex Twitter, in un “cavallo di battaglia iper-partigiano gestito da un solo uomo”.

Affondato.

Donald Trump ha ripetutamente accusato Meta e altre piattaforme di censurare e mettere a tacere il dibattito conservatore. I suoi rapporti con Zuckerberg sono stati particolarmente tesi dopo che Facebook e Instagram hanno sospeso gli account dell’ex presidente per due anni nel 2021, dopo aver affermato che aveva elogiato coloro che erano stati coinvolti nella violenza al Campidoglio il 6 gennaio.

Più di recente, come ricorda la BBC, Trump ha minacciato di imprigionare Zuckerberg se avesse interferito nelle elezioni del 2024 e a marzo ha definito Facebook un “nemico del popolo”.

Dopo la vittoria di Trump, le tensioni tra i due sembrano essersi allentate, come mostra una cena nella tenuta di Trump a Mar-a-Lago, in Florida.

Zuckerberg, ci ricorda la BBC, si è congratulato con Trump per la vittoria e ha donato 1 milione di dollari (786 mila sterline, precisa la BBC) al fondo per l’inaugurazione.

“Ritornerò in ginocchio da te/ Biden non è, non è niente per me/ Ora lo so, ho sbagliato con te/Ritornerò in ginocchio da te”.  

Che meraviglia questi magnati. Frangar, non flectar? Ma dai, che stiamo a dire?

Dopo aver fatto da servi al Clan Clinton, all’amministrazione Dem e agli interessi della tecno finanza globalista, censurando in modo vergognoso le opinioni di chi non si adeguava al pensiero unico politicamente corretto, ora Zuckemberg e gli ex innamorati del progressismo cantano in ginocchio il peana di Trump, messi a cuccia in un board dove agiscono alcuni stretti alleati del neo presidente.

Sarà interessante vedere come l’inginocchiatoio si realizzerà sul patrio suolo, dove è in arrivo Joe Biden per il suo viaggio presidenziale in articulo mortis: meta (si fa per dire) incontrare il Papa dell’opposizione a Trump.

Sembra non aver niente a che fare con la vicenda Meta quella di papa Francesco che nomina, come spiegava in prima pagina ieri Il Foglio, vescovo di Washington il più antitrumpiano dei cardinali statunitensi, ma non è così. Il Vaticano è rimasto uno dei pochi baluardi del progressismo in versione clintonian-sorosiana.

“Se c’è un vescovo americano che fin dal 2016 è in prima linea nel denunciare Donald Trump, la sua politica, la sua agenda e i suoi princìpi ispiratori – scriveva ieri Il Foglio,- questi è il cardinale Robert Walter McElroy. Punta di diamante dell’ala liberal, schieratissimo nell’avversare i programmi della destra a trazione muskiana, avversario manifesto dei settori ancora maggioritari dell’episcopato conservatore statunitense”.

“La diocesi della capitale federale – precisava Il Foglio – non ha il prestigio storico di New York, Boston o Baltimora, sedi antiche e ricche di storia, ma politicamente è il boccone prelibato: significa avere accesso quotidiano ai membri del Congresso, frequentare salotti e brunch, poter guardare con i propri occhi e non con una webcam quel che avviene in Pennsylvania Avenue. McElroy è uno dei capifila dell’opposizione episcopale alla linea dominante, ancora ancorata alle linee giovanpaoline e poi ratzingeriane. Aperto a tutto, dalla sinodalità più integrale all’inclusività radicale (lgbtqi+, divorziati risposati, esclusi, scartati): è il sommo interprete statunitense del todos, todos, todos bergogliano, declinato a seconda delle circostanze”

In questa nomina c’è la chiave del viaggio in Italia di Joe Biden, il cui interlocutore vero è Jorge Mario Bergoglio, il Papa che segue le politiche di George Soros, premiato da Biden con la Medaglia della libertà, la massima onorificenza civile americana assieme a Hillary Clinton.

Bergoglio, oltre ad essere come si vede bene dalle nomine, il referente dell’opposizione in America, lo è anche in Italia, dal momento che la Cei è ormai, con la direzione del Cardinal Zuppi, la centrale da cui partono le direttive di opposizione al governo di Giorgia Meloni, evidente e dichiarata alleata di Trump.

Non è un caso che una parte dei piddini di origine democristiana, con il solito Romano Prodi, stiano tentando di ricostituire la Balena Bianca in salsa bergogliana e filo cinese.

Sarà interessante vedere come, dopo l’inginocchiatoio di Meta alla corte di Trump, se la caveranno i giornaloni della filiera che risponde a Elkann e ai progressisti.

Sicuramente dal 20 gennaio i rapporti tra Casa Bianca e Vaticano non saranno dei migliori, se, come è stato deciso, ad assumere l’incarico di ambasciatore Usa presso la Santa Sede Trump ha indicato Brian Burch, presidente del gruppo Catholic Vote, che pensa e dice l’esatto contrario di quello che afferma Bergoglio.  

Molte cose si legano, in questi giorni, a dimostrare che il vento sta cambiando direzione. Cadono teste, come Trudeau e chi non cade si inginocchia.

Amen.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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