
di Sergio Restelli
Mi ritrovo a riflettere sulla sobrietà, un concetto che sembra essersi smarrito nel mondo della politica odierna. Un aspetto significativo che attira la mia attenzione è l’uso eccessivo degli aerei di Stato. Mentre penso alla signora Merkel recarsi in vacanza a Ischia in aliscafo, come un qualsiasi cittadino, non posso fare a meno di notare come ministri e sottosegretari italiani continuino a godere di lussuosi voli, accompagnati da ogni confort.
È banale dirlo, ma siamo immersi nell’era degli eccessi.
Sentiamo sempre di più la mancanza di quella fantastica parola che ha segnato la storia degli italiani per generazioni: la sobrietà. Essa ha rappresentato uno stile di vita, un approccio empatico verso gli altri, un esercizio di non sprecare né consumare tutto senza ragione, che sia oggetti, talento o risorse immateriali, immersi nell’orgia degli eccessi. La sobrietà è un concetto che ritroviamo anche nelle religioni.
Pensiamo a Gesù che nei Vangeli, invitava sempre le persone a sedersi in fondo durante i banchetti, evitando la prima fila. Possiamo trovarla anche nell’arte, come nell’arredamento semplice e sobrio delle stanze raffigurate nelle tele di Vincent Van Gogh. Nella sfera pubblica, la potenza di figure come Angela Merkel è proporzionale alla loro sobrietà, sia nel modo di vestire che nell’approccio alle vacanze, come dimostra il suo arrivo a Ischia in aliscafo, come un comune cittadino. La sobrietà è un requisito quasi dogmatico, soprattutto per coloro che ricoprono incarichi pubblici, come i politici. Purtroppo, continuiamo ad assistere a comportamenti e fatti che vanno nella direzione opposta, rappresentando una classe politica sfacciata nel loro esercizio del potere e dei privilegi, lontana dalla sobrietà.
La crisi del coronavirus ha riaffiorato il concetto di sobrietà, ma questa volta come una necessità imposta da un minuscolo e invisibile elemento esterno, più che come una scelta personale. Forse ne siamo maggiormente consapevoli in occasioni come la Pasqua, con tutte le sue celebrazioni. La crisi ci avverte di una logica dimenticata, quella di porre un freno alle irrazionalità di una crescita che pretende di essere illimitata o alle conseguenze devastanti di una globalizzazione focalizzata esclusivamente sull’aspetto economico. La crisi ci spinge a riscoprire l’etica che ci induce a ripensare il nostro comportamento umano, a riacquistare consapevolezza dei nostri limiti, a comprendere l’importanza dell'”altro” di cui non possiamo fare a meno, ad abbracciare il principio di uno per tutti e tutti per uno (come proclamato sull’arco del parlamento svizzero, che contrasta l’assolutismo dell’interesse privato, fulcro del sistema dominante.
Tuttavia, passare dalle parole ai fatti non è né semplice né facile, nemmeno in circostanze costrittive. Siamo intrappolati in un’economia in cui la condizione per esistere è il consumo sempre crescente, e la sobrietà viene vista come illogica, pericolosa, qualcosa di cui non conviene parlare in questo momento, un’eventuale morte per l’economia stessa. Siamo immersi in una società in cui siamo riusciti a far credere che il consumo sfrenato sia un obbligo etico perché si traduce in sviluppo umano, benessere per tutti, creazione di lavoro e reddito da spendere, nonché una fonte di profitti per nuovi investimenti.
In questo contesto, la sobrietà diventa un nemico duplice: perché è imposta dall’esterno e perché va in contrasto con il nostro modo di essere e vivere. Così tanto da rendere improvvisamente “etico”, non solo economicamente salvifico, l’indebitamento quasi illimitato dello Stato, che in passato era considerato il male supremo, addirittura contrastato da rigorosi imperativi costituzionali, sia a livello federale che cantonale. Ma, in realtà, l’indebitamento è diventato un pretesto per politiche di tagli al sociale, per politiche fiscali che favoriscono la disparità di reddito e ostacolano la ridistribuzione della ricchezza, nonché per una promozione assurda dell’indebitamento delle famiglie. Se guardiamo attentamente, ciò equivale a una sorta di assurda sobrietà o austerità imposta solo a alcuni, ma non ad altri, creando un terreno fertile per il populismo.
La sobrietà significa moderazione, essenzialità e semplicità. Si manifesta attraverso uno stile di vita che evita ogni forma di eccesso o superfluo, che tiene conto della condizione dell’altro e dell’utilizzo consapevole della natura. Forse è per questo che spesso la sobrietà è percepita come una pena, un martirio. Certamente, tutto viene misurato dal denaro, da ciò che si ha e si spende, e quindi dal proprio valore e dall’apparenza che si crea attraverso il consumo.
Da questa prospettiva emergono due situazioni singolari: coloro che hanno un reddito limitato o sono costretti da circostanze avverse diventano inevitabilmente sobri; e, erroneamente, si confonde la povertà, la costrizione e la privazione di libertà con la sobrietà, che invece è una scelta e una forma di libertà.La sobrietà può essere solo una scelta volontaria e richiede una rinuncia consapevole. Qui sta il punto cruciale, che solo l’individuo può affrontare.
Se prevale una mentalità dominata dall’idea di accumulo e accumulazione economica, dalla distribuzione ingiusta basata su ciò che possiedi, spendi e mostri, allora la sobrietà sarà solo una perdita o un’impos zione. Se invece riesco a riscoprire e scegliere i valori e il significato della sobrietà, allora sarà una riscoperta di me stesso e degli altri.
La crisi attuale ci mostra chiaramente le conseguenze negative del binomio formato dall’eccesso e dal malessere. La sobrietà potrebbe significare rinunciare all’appariscenza e al superfluo, ma soprattutto avere la libertà di scegliere la propria vita senza lasciarsi influenzare, nemmeno da una malattia mortale. È un cammino che richiede coraggio e consapevolezza. Dobbiamo essere disposti a mettere in discussione le nostre convinzioni, a superare il conformismo e a sfidare il sistema dominante.
La sobrietà non è una rinuncia priva di senso, ma un atto di resistenza contro l’illusione del consumo sfrenato.La sobrietà ci invita a essere consapevoli delle nostre azioni e delle loro conseguenze. Ci spinge a considerare l’altro e l’ambiente in cui viviamo. Ci porta a scegliere ciò che è essenziale e a porre un freno alle nostre voglie di accumulo.
Non è un compito facile, ma è necessario se vogliamo costruire una società più equa, sostenibile ed empatica. La politica, in particolare, ha il dovere di dare l’esempio e di abbracciare la sobrietà come valore fondamentale. I politici devono agire con responsabilità e mettere al centro l’interesse comune anziché i loro privilegi personali. La sobrietà non è solo una scelta individuale, ma una sfida collettiva. È un invito a riflettere sulle nostre priorità e a cercare modi migliori di vivere e di interagire con gli altri e con il mondo che ci circonda.
Quindi, mentre guardo al panorama politico attuale, mi rendo conto che la sobrietà è diventata una virtù rara. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Possiamo coltivarla nelle nostre vite quotidiane e chiedere che sia reintegrata nel tessuto della politica. Solo allora potremo sperare di costruire un futuro basato su principi di equità, sostenibilità e umanità.





