di Antonio Foccillo
Voglio riprendere un concetto che mi sta molto a cuore di cui vedo che non vi è la necessaria attenzione e cioè, cosa rappresenta la legge sull’Autonomia differenziata sulla vita dei cittadini e sullo stato democratico di questo Paese.
È vero che si stanno raccogliendo le firme per il referendum abrogativo, ma mi sembra che ci sia un’insufficiente mobilitazione sui rischi e una mancanza di dibattito che fa paura.
La costatazione è che nei momenti che stiamo vivendo si sono dimenticati i valori che nobilitano l’uomo nella sua natura più significativa e intrinseca: quella dello stare insieme attraverso la solidarietà, la coesione, la socialità.
L’uomo si distingue proprio perché ha una sensibilità che lo spinge a fermarsi e a prestare soccorso al proprio simile. Un gruppo che non aiuta il più debole al proprio interno mi ricorda solo intolleranza ed egoismo. Mentre è la solidarietà che dà sostanza alla convivenza civile.
Unificare passato, presente e futuro in unico filo rosso, come si diceva una volta, che dia valore alle cose è l’unica possibilità di sopravvivere in piena armonia, riscoprendo gli antichi valori.
Questo non significa che vi è la volontà di affermare la conservazione o il rimpianto per un passato che fu, ma che vi è anzi la volontà di prefigurare la modernità, non sulla base di cambiamenti pragmatici e di nuovi effimeri valori, ma mantenendo il senso di fondo della convivenza di interessi, che mantiene unito un popolo su valori che sono ancora attuali.
Negli ultimi tempi si è prodotto uno sviluppo senza regole e globalizzante che ha generato inevitabilmente disuguaglianze, anche a livello internazionale, che sono sfociate, come la storia ed anche l’attualità ci dicono, nei conflitti, nel terrorismo e nella guerra.
Per chi come me, ha una storia di riformista e laico, si pone l’idea di lavorare per arrivare a raggiungere l’obiettivo di superare l’attuale modello di società, riaffermando l’intervento pubblico e lo stato sociale come strumenti indispensabili per avviare politiche di riforma strutturale nella direzione che auspichiamo e cioè di uno sviluppo sostenibile che da anni viene indicato come obiettivo non solo nazionale ma anche planetario.
Come sosteneva Kant: “Il potere legislativo può sottostare alla volontà collettiva del popolo. Ed è da questo potere che devono provenire tutti i diritti, esso non deve assolutamente arrecare ingiustizia a qualcuno con le sue leggi. Soltanto la volontà, la volontà concorde e collettiva di tutti, in quanto ognuno decide la stessa cosa per tutti e tutti la decidono per ognuno, per questo solo la volontà del popolo può essere legislativa”.
Per questo sostengo che non svolge il ruolo del conservatore chi rivendica il valore dell’intervento pubblico, perché questo è il ruolo di chi si erge a difesa del sistema di diritti e conquiste frutto di un progresso civile e democratico che non può essere rinnegato. Ed è questa la volontà del popolo, dei cittadini e dei lavoratori.
Non ha chiaro il significato della parola “conservatore” chi intende definire tale il sostenitore dello stato sociale.
Il progresso ha una sola direzione e se per cambiare la società si dovesse tornare indietro nel tempo, non si dovrebbe innovare molto, semmai si dovrebbero ripristinare i valori di oltre qualche secolo.
Valori che hanno costruito società coese e solidali, puntando, pur progredendo, sulla continuità nel tempo di questi principi che sono, poi, quelli del modello socialdemocratico europeo. Questo processo occupa uno spazio preciso nella storia dell’umanità.
D’altronde è la nostra Costituzione che, conformandosi ai principi di democrazia sostanziale a cui si ispira e ribadendo l’unitarietà dello Stato: “La Repubblica, una e indivisibile”, impegna il Legislatore ad attuare i servizi che dipendono dallo Stato stesso, in maniera omogenea su tutto il territorio e per tutti i cittadini.
La recente legge sull’Autonomia differenziata del governo di centro destra è andata nel senso inverso. Hanno prevalso egoismo e voglia di divisione, spaccando proprio il principio della indivisibilità della Repubblica ed i valori di solidarietà e coesione insiti nella Carta Costituzionale.
Peccato che nessuna Istituzione abbia affrontato con la giusta opposizione la dirompenza di questa legge e neppure non vi è ancora la conoscenza adeguata nei cittadini di quello che aspetta loro. Nessuno promuove dibattitti e coinvolgimenti per allargare l’informazione necessaria, con un confronto fra chi è d’accordo e chi è contro in tutto il territorio italiano. Mi piacerebbe che il nostro giornale promuovesse un confronto sulle varie posizioni, per rendere più chiari i contenuti di questa legge. .
Ecco perché, essendo assertore di questa Costituzione, voglio ancora una volta e fino alla vittoria del referendum che abroga questa deleteria legge, affermare l’esigenza di mantenere l’unicità della Repubblica e la garanzia di difendere, pur nel decentramento dei poteri, i diritti essenziali per tutti i cittadini in modo sostanzialmente e formalmente uniforme.
Nell’evoluzione fenomenologica dello Stato moderno, lo stato sociale è stata una tappa importante dei rapporti fra Stato e società. Il welfare state, infatti, ha indicato genericamente un tipo particolarmente sviluppato di istituzione sociale.
Si sono impegnati, in passato per merito anche dei governi di centro sinistra fino alla tragedia di tangentopoli, soggetti economici, sindacati e associazioni per ottenere una serie di diritti quali il diritto di associazione, la previdenza sociale, il diritto al lavoro, l’istruzione, la sanità, l’ambiente, le garanzie di tutela generale del cittadino.
È stata la risposta dello Stato alle esigenze dei ceti deboli che segnava il ritorno dell’intervento nella gestione dell’ordine economico e la messa in evidenza del fine statuale del benessere, inteso come progressivo riequilibrio sociale.
Naturalmente sia il Welfare sia la cittadinanza presuppongono e possono concepirsi solo con lo Stato. Essi, infatti, necessitano di uno Stato in senso moderno che si concretizza nell’idea di una nuova sovranità, oggi persa, che sia in grado di garantire e rendere concreti quei diritti.
È finito, per fortuna, il socialismo reale nella sua versione anti umana, ma non per questo devono trionfare il neoliberismo, la finanziarizzazione ed il libero mercato senza regole, perché sono, anche essi, una versione anti-umana di modello di società.
All’interno degli stati industrializzati la crisi economica e monetaria ha messo in forse la distribuzione di servizi sociali ed ha spinto a ripensare ad una eventuale più oculata e misurata distribuzione degli stessi o addirittura a ridisegnare i compiti assistenziali dello Stato dietro alle parole magiche “ridurre il perimetro dello Stato in economia” e “privatizzare i servizi pubblici”, con grave danno per i cittadini che pagano di più a fronte di servizi meno puntuali e meno diffusi.
La conseguenza è che i servizi sociali mostrano la degenerazione burocratica, l’impoverimento, la rinuncia o il ridimensionamento delle prestazioni, per esempio quelle mutualistiche.
La situazione non fa che aggravarsi e diventare drammatica sotto la pressione di persone sempre più povere se non anche diseredate, che addirittura rinunciano a curarsi per mancanza di risorse.
In Italia il passaggio dal vecchio modello di Stato di diritto, che vede affermare il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini, al nuovo stato sociale è stato segnato dalla Costituzione all’art.3.
Il nostro Legislatore, secondo la Costituzione, deve rimuovere gli ostacoli affinché tutti i cittadini che si trovino in situazioni di inferiorità a causa delle loro condizioni economiche e sociali, abbiamo le medesime opportunità e possano godere tutti dei medesimi diritti loro formalmente riconosciuti.
La Pubblica Amministrazione è stata il cardine di questo complesso sistema ed il suo funzionamento o meno è essenziale proprio dal punto di vista costituzionale per assicurare a tutti gli stessi servizi: la sua funzione neutrale ed efficace può garantire benessere o meno alle persone e la sua imparzialità può assicurare la democrazia e la solidarietà necessaria in un sistema civile come quello italiano.
E poiché l’amministrazione tanto sarà democratica quanto più permetterà ai cittadini di partecipare nelle sedi in cui gli interessi da essa curati si localizzano, proprio per questo deve essere sempre più trasparente, funzionale ed efficiente.
La scolarità e l’istruzione universitaria, il fisco equo, la salute, la previdenza, l’assistenza, la sicurezza, la tutela ambientale sono tutti temi che insieme compongono la misura della soddisfazione sociale, e sui quali ognuno deve rivendicare una partecipazione alle scelte che ne decidono i livelli di organizzazione e diffusione.
Per questo voglio ribadire la necessità di un cambiamento delle precedenti e persistenti impostazioni di riduzione dei servizi. E lo voglio fare sostenendo una vera democratizzazione dello Stato, che introduca la partecipazione e la gestione dei cittadini e dei lavoratori.
Ma voglio, ancora una volta, precisare che bisogna difendere il ruolo sociale del servizio pubblico che è fondamentale nella nostra democrazia ed è una scelta di progresso e di civiltà.
Innovare la P.A. passa anche per un progetto di investimenti che diano sostanza a queste scelte. Rilanciare il settore pubblico, e quindi investirvi, significa rendere competitivo il Paese e ridurre, se non eliminare, le disuguaglianze, le emarginazioni e le povertà.
Per questo va ripresa un’iniziativa per ripristinare quello che è stato una fonte di benessere e di civiltà, ma anche di innovazione di questo Paese, la unicità della nostra Repubblica e la difesa dei servizi pubblici: unici elementi qualificanti di essere un cittadino con uguali diritti e uguali doveri.
Non farlo significherebbe vivere in una giungla dove il più forte prevale sul più debole!
E questo per me rappresenta la legge sull’Autonomia differenziata!




