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ECONOMIA EUROPEA, I NODI VENGONO AL PETTINE

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di Giuseppe Augieri

Giulio Sapelli, in un articolo opportunamente segnalato da Imberti, alza un sipario che si è creato – e che si sta colpevolmente e irresponsabilmente infittendo – su quanto sta accadendo all’economia europea e sulle prospettive nel 2025.
L’elemento di maggior spicco è il mantenersi la Germania sul crinale della recessione. La crisi tedesca innesca a catena altre crisi in Paesi che l’hanno “eletta” locomotiva economica, l’Italia tra essi. Dunque una situazione complessa e delicata da gestire. Ma soprattutto è l’inerzia sindacale e politica che ha contraddistinto l’azione tedesca negli ultimi 5-7 anni a dover essere esaminata: perché anche quella è stata esportata, e a larghe mani.
Gli elementi di debolezza dell’Europa – ne ho già avuto occasione di parlarne sollecitando una sua dimensione di “terzo polo” autonomo rispetto ai due che si stanno contrastando nel mondo – sono sicuramente ascrivibili al crollo della globalizzazione, aggravato dalle conseguenze pesanti delle sanzioni alla Russia. Non è solo il venir meno dei mercati fornitori ai quali la Germania – e non solo – è ricorsa per sfruttare la mano d’opera a costo basso, quest’ultima oggi affrancatasi: ma anche l’incapacità di vagliare con le componenti sociali ed i corpi intermedi alcune scelte di strategia economica. Strategia, dunque ben più che obiettivi di investimento: strategia che è stata assunta sotto la veste di “politica” e dunque di quasi esclusiva pertinenza dei partiti.
Tra esse quella del green, e l’abbandono del motore termico. Operazioni di questo genere, che comportano trasformazioni delle grandi industrie, la messa in discussione di un indotto di PMI incredibilmente vasto, e vere rivoluzioni sul mercato dei consumi – sostiene Sabelli – non possono essere imposte dall’alto, ma discusse ed anzi cogestite con chi direttamente sarà chiamato – dunque Confindustria e Sindacato – ad attuarne la realizzazione e gestirne le conseguenze.
Se questo non è stato fatto in Germania, ed in particolare nel settore automobilistico, patria della esperienza di cogestione, figuriamoci in Italia. La questione green, già solo in territorio “politico” è stata l’occasione per polemiche di schieramento e nulla più. Se oggi ci meravigliamo della incombente drammatica crisi del settore automotive, cercando i responsabili, il mea culpa dovrebbe riguardare quasi tutte le forze politiche, la dirigenza industriale e quella sindacale.
Sebbene in ritardo, ancora ora qualcosa potrebbe essere fatto. Macché. L’unica iniziativa è stata inserire l’argomento in uno sciopero generale per chiedere un contributo della collettività, cioè di tutti noi, per poter dare incentivi a Stellantis, quella che scelte sbagliate di vendita delle aziende italiane hanno costituito come monopolista del settore in Italia. E che perciò detta condizioni.
Ma è inutile, anche se prudono le mani, rinvangare passato e critiche relative. Se questa fosse la soluzione, ob torto collo si potrebbe anche accettare. Non è così. Rischiamo di fare come si è fatto per l’Alitalia: mettere a carico dell’intera nazione le retribuzioni di addetti ed i costi di un settore che, se non si cambiano le premesse, è purtroppo defunto.
L’azione da compiere è invece quella – comune tra maggioranza ed opposizione – in Europa per ricontrattare tempi e modalità dell’abbandono dei motori a scoppio. In Italia l’azione dell’opposizione deve essere quella di pretendere di essere chiamata, assieme al Sindacato – e la CISL a qualcosa su questo lo accenna – per una modifica straordinariamente vasta e qualitativamente innovativa della gestione delle imprese e dei rapporti dell’intero mondo del lavoro. L’ipotesi di Sabelli di una nuova IRI non si può escludere a priori: ma non basta.
Questo presuppone la volontà di una collaborazione: richiesta al Governo di essere disponibile ad una stagione di riforme, ovviamente condivise, e contemporanea offerta di disponibilità a discutere senza pregiudiziali. Un pianeta oggi inesplorato perché considerato inesistente.
L’isola che non c’è viene sostituita dall’attesa di una frenata, credo anche brusca, della crescita economica in Italia ed alle sue conseguenze, in particolare sul debito pubblico e sull’occupazione. Per dare luogo poi alla solita tarantella delle accuse a Meloni di aver detto panzanate ed essersi vantata del nulla ed alle difese sterili di Meloni di essere ostaggio di errori del passato e di responsabilità “esogene”. Immagino già il dibattito ai tanti bar dello sport e salotti… senza aggettivi.
Tutto parzialmente vero. Ma, scusate il francesismo: e chi se ne frega. La questione resta lì, e le botte le sentiremo tutti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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  • Redazione

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