Apologia dei Servizi sovietici sulla loro presunta complicità nel caso Moro e sul terrorismo delle BR
Visto a posteriori il dossier 10443/128 si conferma un documento imprescindibile per chi voglia avvicinarsi allo studio delle Brigate Rosse.
Fu il primo carteggio che mi feci inviare dall’archivio dei Servizi segreti di Praga nel 2016.
All’epoca stavo inseguendo con una certa curiosità la pista cecoslovacca collegata al caso Moro, ossia l’ipotesi che il presidente democristiano Aldo Moro, dopo la strage di via Fani del 16 marzo 1978, fosse stato tenuto prigioniero nell’ambasciata cecoslovacca a Roma, a pochi passi dal luogo dell’agguato.
Così avevo letto in un testo del 1979 scritto dal giurista statunitense Vittorfranco Pisano.
Gli archivisti di Praga avrebbero voluto immediatamente smentirmi: “guardi che qui da noi non c’è niente su Moro”. Ma chiesi di insistere nella ricerca e il dossier 128 ne fu il risultato.
Mi arrivò in DVD per posta ordinaria, ancora ne conservo la busta con i francobolli.
Il primo nome che mi balzò agli occhi fu quello di Cossiga. Si trovava nell’elenco dei nomi all’inizio del faldone, che era stato accuratamente e integralmente fotografato in ogni foglio, fronte e retro.
La seconda cosa che mi colpì fu la lingua incomprensibile dei cechi. Era un ostacolo quasi insormontabile, specialmente dieci anni fa, quando ancora non esisteva l’intelligenza artificiale. Compresi subito che ci avrei messo un bel po’ a decifrare quei geroglifici.
La prima operazione che decisi di compiere fu di aggirare l’ostacolo della lingua, catalogare tutti i nomi e compiere una ricerca di intelligence tra vecchi quotidiani e archivi online. Fu anche questa una mossa corretta, perché mi restituì una visione subito chiara della situazione analizzata dalle spie dell’STB cecoslovacco.
Poi contattai tramite i social Luigi Ceccobelli, visto che gran parte della seconda cartella del dossier si occupava di lui. Era un bel rischio. E se avessi preso contatto con un terrorista mai scoperto dalla magistratura?
Ma anche quella volta la sorte mi fu amica: Ceccobelli era una brava persona su cui erano state svolte indagini superficiali e prive di riscontri. E così lo sfortunato postino di Fratta Todina – era questo il lavoro di Ceccobelli – diventò un mio fedele alleato nella trascrizione e traduzione di testi.
Arrivai in un paio d’anni ad avere un quadro non completo ma almeno affidabile di ciò che voleva dirmi quel faldone cecoslovacco numero 10443/128.
Si trattava di una sorta di apologia dei Servizi sovietici riguardo a una presunta loro complicità nel caso Moro, nonché sul terrorismo delle Bierre in generale.
Fu redatto tra il 1976 e l’agosto del 1978, cioè poco dopo l’uccisione del presidente Moro, e passava al setaccio i contatti tra STB e brigatisti: documenti, richieste della magistratura italiana dal 1970 in poi, carte d’identità sospette, ritagli di giornale selezionati con criteri precisi, eccetera.
Purtroppo, dall’indice degli argomenti si intuisce che alcuni fogli molto importanti furono distrutti prima della caduta del muro, relazioni che, probabilmente, ci avrebbero fatto comprendere quanto la conoscenza dell’STB e del KGB fosse approfondita sulla criminalità italiana.
Tutto nasceva dalle accuse dell’ex Ministro dell’Interno Cossiga, pubblicate nel 1976 su una rivista vicina alla Democrazia Cristiana, che l’STB intendeva smentire, predisponendo misure attive nella nostra informazione italiana.
Ma, per smentire, bisognava ricostruire per bene i fatti, i passaggi di terroristi “rossi” per la Cecoslovacchia, i contatti con l’ambasciata di Praga.
Ed è per questo che il dossier 128 diventa propedeutico per lo studio delle Brigate Rosse. Consente di accostarsi al percorso di indagine seguendo le orme di chi era vivo e attivo nel settore dell’intelligence negli anni Settanta.
Ci si può affiancare all’esperto dell’STB e riavvolgere tutto il nastro delle Brigate Rosse, dalla loro nascita al caso Moro, da Feltrinelli a Renato Curcio e Mario Moretti.
Salvo poi prendere ognuno la propria strada: l’STB avviato sui depistaggi verso tracce improduttive che portavano agli uomini della CIA e della diplomazia statunitense presenti all’epoca a Roma – come testimoniano le traduzioni del dossier 128 -; noi più propensi a riflettere sui legami tra spionaggio dell’est e terrorismo sia di destra sia di sinistra. È una storia sicuramente molto complessa che non si risolve in maniera “tranchant” tifando per gli USA o per il KGB.
Il terrorismo degli anni ’70 si va configurando come una guerra civile all’interno del blocco Atlantico. Moro era in contatto con la versione rivoluzionaria dei servizi segreti occidentali: Aloia, Miceli, Giannettini.
Oltre al “malaffare” di Roberto Faenza, che è un libro molto interessante sulle ingerenze statunitensi nella politica italiana, ne aveva parlato Lino Jannuzzi su Tempo nel 1976. E lo riscrisse Eugenio Scalfari più tardi. È plausibile che Moro conoscesse i suoi rapitori e che sapesse che lo stavano ricattando.
Chi accusa dell’uccisione di Moro direttamente Gladio, come la magistratura italiana o personaggi noti al grande pubblico come Gero Grassi, Michele Santoro, Paolo Cucchiarelli e Giovanni Fasanella tende a non voler vedere l’organizzazione internazionale del terrore.
E non ne cogliamo la ragione. L’organizzazione c’era e, se non bastassero tutti gli articoli dei quotidiani degli anni ’70, eccone la prova: un album fotografico tascabile del KGB con le foto e le informazioni biografiche dei terroristi della RAF, dell’Armata Rossa giapponese, dei palestinesi e… di Ordine Nuovo.
Sì, cari lettori, compaiono anche tre ordinovisti nell’album, datato 1976: Antonio Braggion, Claudio Mutti, Salvatore Francia.
Domanda spontanea: i russi costruirono questa agenda per controllare i propri uomini sguinzagliati all’ovest oppure per dare la caccia a dei terroristi?
La presenza dei tre personaggi di spicco dell’ultradestra italiana farebbe propendere per la seconda ipotesi, oltretutto perfettamente in linea con le teorie della STASI sull’unico terrorismo di destra e sinistra, già pubblicate integralmente nel mio libro “L’indagine possibile”.
Ma è altrettanto vero che tra le 300 ‘figurine’ dei terroristi mondiali ci sono pure i palestinesi di Settembre Nero. E difficilmente questi esaltati guerriglieri integralisti possono essere accostati agli americani, da sempre fedeli alleati dello Stato di Israele.
È assai più probabile che i mandanti del terrorismo mondiale fossero una via di mezzo tra est e ovest: vicini ideologicamente al comunismo, e quindi ai sovietici, abili a muoversi nella terra di nessuno dei Paesi non allineati, potevano usufruire segretamente, e insospettabilmente, di qualche aiuto militare e logistico degli Stati Uniti.
Tuttavia, soltanto l’URSS poteva disporre di una visione globale e completa del panorama terroristico mondiale, fino al punto di gestirne i contatti e dirigerne le operazioni verso un obiettivo per loro fondamentale: la destabilizzazione degli Stati aderenti alla NATO.
Leggendo nei dettagli questo dossier 128 oggi è possibile persino inquadrare il ruolo preciso degli statunitensi nel terrorismo delle Brigate Rosse, che andrebbe descritto come un lavoro di infiltrazione sistematico e più spregiudicato rispetto a quanto gli stessi politici delle Commissioni Moro più recenti vorrebbero far credere.
Gladio non organizzò alcun complotto per portare l’Italia verso una dittatura di destra, al contrario serviva per mettersi al comando delle cellule brigatiste e condurle verso attività eversive meno dannose e poi alla loro implosione.
In questo senso, alcune relazioni interne dell’STB sono state illuminanti, ma anche uno storico apprezzato come Gianluca Falanga, che svolge lo stesso mio lavoro in Germania sul terrorismo tedesco, è arrivato a conclusioni simili.
In Germania tuttora i Servizi dell’ex Germania Ovest sono sotto processo per quell’attività di infiltrazione del terrorismo, che prima di portare a degli arresti costringeva il controspionaggio a macchiarsi di gravi delitti.
All’interno dell’ambiente giornalistico e storiografico mi è stato chiesto di espormi maggiormente e buttare giù una mia personale ipotesi sui colpevoli del rapimento Moro. Beh, oggi si può tentare di azzardare una ricostruzione di massima senza il timore di prendere fischi per fiaschi.
Non sono in grado di dimostrarlo con una prova, ma mettendo insieme vari elementi ormai consolidati la scelta dei brigatisti di rapire Moro, ma eventualmente anche Andreotti e Fanfani, sarebbe legata al loro ruolo ambiguo nella P2, di cui certamente si sapeva qualcosa nel 1978.
Potrebbe, insomma, non essere un caso che nell’agenda dei terroristi ci fossero proprio i nomi dei politici più controversi dell’epoca. Su Moro vi era il dossier del SID: M.fo.biali, che accusava il presidente democristiano di aver ceduto segreti militari alla Libia.
Un altro punto fermo è appunto il dossier 10443-128 dell’STB, secondo cui alcune cellule bierre erano controllate da CIA e SID, e guarda caso oggi sappiamo che la magistratura aveva prove concrete sul legame SID-bierre marchigiane, quelle con a capo Gino Liverani, morto in Nicaragua e referente – secondo la storiografia più recente – di Washington.
È abbastanza singolare che Mario Moretti, per esempio, si fidasse di Massimo Gidoni, psichiatra, quindi borghese di Falconara, che viveva da borghese col proprio nome. Questi signori si avventurarono insieme, nell’agosto del 1979, in un pericoloso viaggio in barca alla ricerca di armi palestinesi.
Altrettanto singolare è che un covo bierre fosse rappresentato da un intero motel a due passi da Ancona – peraltro conosciutissimo e utilizzato da parenti di militari di leva arruolati in una vicina caserma – con tutti i terroristi impiegati a vario titolo, dai camerieri alla segretaria. Probabilmente qualche intermediario aveva fatto da garante.
Lo scopo di Gladio fu, a mio avviso, quello di deviare le azioni delle bierre su obiettivi che potevano urtare il rapporto tra bierre e Mosca, forse per provare a tastare il terreno e far accusare del delitto i terroristi, come ammesso da più parti in un interessante documentario svizzero del 2007 intitolato: “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”.
L’unico nodo da sciogliere al momento è se, data la spaccatura in vari clan dei servizi segreti italiani, quella fazione che avevo indicato come più “rivoluzionaria” non svolgesse un doppio gioco in linea con lo spirito piduistico, operando cioè su più tavoli: in superficie infiltrarsi nel terrorismo per condurre ad arresti, in concreto destabilizzare il Paese per compiacere al Patto di Varsavia.
Ciò spigherebbe meglio il fatto che una cellula così anomala, quale quella marchigiana, fosse stata integrata senza sospetti dai leader delle Bierre, almeno fino al pentimento di Patrizio Peci (poi sappiamo bene come andò, con il rapimento e l’uccisione per vendetta del fratello Roberto Peci su ordine di Giovanni Senzani).
Un fatto possiamo darlo per certo: Aldo Moro fu sacrificato dagli Stati Uniti per scopi utili al controspionaggio, ovvero portare il terrorismo italiano verso una perdita di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.
Su una simile grave accusa il documentario svizzero rappresenta una prova molto solida, poiché vi era la conferma importante dell’ex ministro dell’interno Francesco Cossiga.
Ma perché il Patto di Varsavia poteva volere la morte di uno statista che stava intavolando un dialogo con i Paesi dell’est, sia a livello politico sia commerciale?
Ecco, purtroppo non è facile rispondere con prove concrete a quest’ultimo interrogativo, ma la direzione che la ricerca storica deve prendere è sicuramente questa: chiarire bene l’ambiguità delle manovre di controspionaggio della NATO, ovviamente con buona pace di chi ancora spera di poter risparmiare il mondo post-comunista dal coinvolgimento diretto in questi fatti.
Consulta il Dossier 10443/128 tradotto in italiano – III parte


Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".


