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La controstoria di NGN – Il caso Moro 2

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Il caso Moro - via Fani

Moro fu prigioniero della Banda della Magliana?

Via Pietro Maffi 131, quartiere Primavalle, Roma. Siamo a poche centinaia di metri dal luogo della strage di via Fani. La vera prigione dell’ex presidente del Consiglio Aldo Moro potrebbe essere stata questa.

Intorno alla metà di maggio del 1978 la polizia aveva trovato una misteriosa villetta nel quartiere romano di Primavalle, una villa con un ampio giardino pieno di piante. Qui alcuni sacchi di immondizia coprivano una scala che portava a un sotterraneo, dove era stata costruita una stanza apparentemente confortevole.

Il giardino era pieno di scatoloni di proiettili. Questa stessa notizia oggi l’ho ritrovata in italiano sul quotidiano svizzero Libera Stampa. Ed ecco spuntare i nomi che portano a uno scenario molto ampio, ma che si inserisce nel quadro che avevo già delineato.

La notizia della villetta di Primavalle, collegata al sequestro Moro, in Italia non era praticamente uscita, se non sul quotidiano L’Unità. Il 16 maggio 1978, poco dopo la morte del presidente democristiano, gli agenti della questura di Roma arrestarono i due coniugi che figuravano come proprietari dell’appartamento di via Maffi.

Si chiamavano Bruno Gentilezza all’epoca quarantenne, e Anna Dini trentaseienne. Sono due nomi apparentemente sconosciuti, ma inseriti nei motori di ricerca degli archivi conducono alla banda della Magliana.

Nella villetta in realtà non abitavano i due, ma un certo Vincenzo Taormina, un cognome omonimo di un famoso avvocato che spesso si vede in televisione.

Questo Vincenzo Taormina era di Palermo e le successive indagini della squadra mobile del dottor Di Gennaro scoprirono che era l’organizzatore di un vastissimo di giro di spaccio di hashish che dalla Sicilia giungeva nella capitale, nel quartiere Boccea, dove abitava un altro malvivente, Mario Vinciguerra, anche lui omonimo, in questo caso di un pentito di Gladio.

Questo fiume di hashish, nascosto in cassette di agrumi, veniva gestito dalla banda della Magliana. Bruno Gentilezza compare infatti molte altre volte nei quotidiani dell’epoca in seguito alle operazioni di polizia contro la malavita romana. Era un boss dello stesso calibro di Enrico De Pedis e Franco Giuseppucci. Nel 1983 venne fotografato sull’Unità mentre veniva arrestato.

Torniamo ora un attimo sulla presunta prigione di Moro, in via Maffi. Non si trattava di uno scantinato qualsiasi. Sia Libera Stampa, sia L’Unità insistevano sul fatto che i malviventi avessero adattato quel locale di tre metri per tre o quattro, nato probabilmente come luogo fresco in cui conservare il vino, per nasconderci qualcuno.

La saletta era dotata di una finestrella per il ricambio dell’aria, e ciò confermerebbe le ipotesi che nello Speciale TG1 erano state fatte dalla storica dell’archivio Flamigni, Ilaria Moroni, circa il fatto che Moro stando all’autopsia non fosse rimasto prigioniero in un’intercapedine, bensì in un luogo più arieggiato.

Questo scantinato si trovava a 15 metri di profondità e la finestrella ovviamente non dava sull’esterno ma nell’interno di un pozzo pieno d’acqua. Secondo Libera Stampa i proiettili, che dovevano servire per un’organizzazione criminale, non erano, come affermò l’occhiello dell’Unità, nello stesso scantinato, ma nel giardino, coperti dalle piante.

Forse Bruno Gentilezza affittò questa prigione ai brigatisti, ma è altrettanto probabile che la banda della Magliana non fosse altro che uno dei tre livelli di cui parlava l’ex capo dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti. Ossia il primo livello era quello che tutti conosciamo, dei terroristi di sinistra, poi il secondo dei servizi segreti dell’est e infine il terzo dei servizi segreti dell’ovest, la CIA.

La banda della Magliana forniva certamente manovalanza ai servizi segreti, e lo dimostra proprio il caso Chichiarelli, il criminale, falsario di quadri d’autore, che firmò il comunicato numero sette del Lago della Duchessa. È possibile che il ruolo di Antonio Chichiarelli non sia stato ben compreso, oppure che non lo si sia voluto comprendere.

Fu appurato che la sua macchina da scrivere venne usata per dattiloscrivere quel falso comunicato delle Brigate Rosse, ideato apparentemente per depistare le indagini.

Ma anche un’altra macchina da scrivere proveniva dagli uffici dei Servizi, ed era stata rinvenuta nella tipografia di via Pio Foà a Roma, dove fu arrestato Enrico Triaca.

Secondo la ricostruzione dell’Archivio 900, ad acquistare la macchina di via Foà era stato l’impiegato dell’ENI, Claudio Avvisati, nel cui appartamento era stato trovato un manifesto della RAF, la Frazione Armata Rossa del duo Baader-Meinhof.

Il comunicato numero 7 preannunciava che Moro sarebbe morto come quei terroristi tedeschi. Ed effettivamente fu ritrovato nella Renault 4 rossa in via Caetani proprio nello stesso giorno in cui la Meinhof fu trovata morta nel carcere di Stammheim: il 9 maggio. Qualcosa di vero dunque nel comunicato numero sette c’era. Lo avevamo detto.

Se siamo o no con Bruno Gentilezza nel terzo livello delle Brigate Rosse, è presto per dirlo. Certo è che quella prigione di via Pietro Maffi 131 molto probabilmente fu utile anche alle Brigate Rosse.

L’Unità, sebbene tendesse inizialmente ad escludere questa eventualità, il 18 maggio 1978 in un secondo articolo dovette ammettere che “la possibilità è molto remota, anche se non può essere esclusa”.

Nel frattempo sono accaduti altri fatti che rimettono tutto in gioco. Ad indagare su quel covo di Primavalle era il sostituto procuratore Guido Guasco. Secondo L’Unità, il giudice tornò più volte in via Maffi per effettuare degli accertamenti.

Ma chi era? E perché tra i vari inquirenti di via Fani, come Gallucci e Infelisi, non compare più nelle ricostruzioni?

Secondo il blog di Claudio Meloni, Guido Guasco fu tirato in ballo dal presidente emerito Francesco Cossiga nel 1993, allorché quest’ultimo confessò di aver preparato un piano, su consiglio di quel giudice e anche dei procuratori Padalino e De Matteo, per “isolare” Moro nel caso di una sua liberazione.

Questo piano era stato denominato Viktor. I tre procuratori smentirono ogni accusa, mentre appare più probabile che l’ideatore fosse il criminologo Franco Ferracuti, iscritto nella loggia P2.

Era stato progettato che, in caso di liberazione di Moro, il presidente della DC venisse “isolato” in ospedale al Policlinico Gemelli. Questo perché secondo il perverso dossier Ferracuti il presidente Moro nella prigione dei brigatisti aveva – sottolinea testualmente il blog di Meloni – “fatto propria la percezione “distorta” secondo la quale i veri responsabili della sua prigionia non fossero i brigatisti, ma le persone incaricate di liberarlo, le quali, a suo modo di vedere, avevano fatto di tutto per ritardare la sua liberazione.”

Sono tutti elementi che, messi insieme, portano a credere che in via Maffi 131, a Primavalle, vicino alla sede dei servizi segreti di Forte Braschi, vi fossero i veri complici delle Brigate Rosse.

Quante bufale sulla morte di un presidente!

L’ex presidente del consiglio Aldo Moro fu ucciso il 9 maggio del 1978 nella Renault 4 rossa in cui fu trovato, e giaceva in quella posizione rannicchiata, che abbiamo visto in tutte le foto dei giornali e dei libri scolastici, quando ricevette i proiettili mortali dai suoi brutali assassini. I colpi furono 11, che lo uccisero in un tempo massimo di quindici minuti.

Su questi elementi non c’è nessun giallo, non c’è nulla che sia stato nascosto. Al contrario, autorevolissime testate, non so per quale scopo, ipotizzano a 40 anni di distanza dagli eventi, con molti protagonisti ormai deceduti, nuove possibili piste per un giallo che andrebbe analizzato semmai sotto altri profili.

Ad esempio suggeriamo di approfondire, con tanti documenti liberi ormai dal segreto, il piano politico internazionale. Statunitensi e russi nei documenti di intelligence si accusavano a vicenda del terrorismo delle Brigate Rosse, e tutti ritenevano di avere ragione.

Probabilmente entrambi avevano colto qualcosa che i nostri mass media nel corso degli anni hanno perso. Ed è per questo che il presente blog, a carattere storico-politico, interviene nella vicenda.

La nostra ricostruzione, giunta a questo punto, si potrebbe collocare non distante da quanto veniva pubblicato nel 1979 nello Speciale della Rai sul cosiddetto “Caso Moro”, a un anno di distanza dai tragici fatti.

Le notizie sulla posizione di Moro nella Renault 4 erano il risultato di una perizia medico legale sul corpo del presidente della Democrazia Cristiana, rapito in via Fani a Roma il 16 marzo del 1978 e ritrovato morto appunto il 9 maggio in via Caetani, sempre nella Capitale.

La perizia era stata chiesta dal sostituto procuratore generale presso la Procura Generale della Corte di Appello di Roma, il dottor Guido Guasco, al professor Silvio Merli. Quest’ultimo fu aiutato dai medici Cesare Gerin e Franco Marracino, che già avevamo conosciuto verificando le notizie della Stasi sul presunto tumore di Moro.

Questa perizia è disponibile a tutti su Internet, non solo all’archivio Flamigni che abbiamo visto in televisione sulla Rai. Parliamo di un documento proveniente dall’archivio del Senato che si può leggere tra i numerosi allegati della Commissione sulla strage di via Fani del 1989.

Interessanti e abbastanza comprensibili anche ai meno abituati al linguaggio medico sono le conclusioni a cui giunsero i periti, i quali esposero i risultati dell’esame autoptico rispondendo alle domande che gli inquirenti, Guasco e Gallucci, avevano loro posti.

L’ispezione cadaverica avvenne alle ore 16:45 del 9 maggio 1978. Era ufficiale: Moro era morto in quella posizione rannicchiata in cui fu trovato dopo la famosa telefonata dei brigatisti. I periti lo affermarono con certezza a causa di un proiettile deformato che venne trovato nel pianale del portabagagli nel versante sinistro della Renault 4.

Questo proiettile era l’unico che non era stato rinvenuto “sul cadavere” e corrispondeva a un foro nel corpo del povero presidente ucciso. La direzione di questo proiettile fu la stessa degli altri dieci, quindi “tutti i proiettili – scrivevano i dottori – hanno attinto la vittima nello stesso vano portabagagli e nella stessa posizione quantomeno del tronco”.

Il presidente, in altre parole, non si sarebbe mai mosso mentre gli venivano sparati gli 11 colpi, e la posizione era la stessa del suo rinvenimento, quella vista in tutte le foto dei giornali.

Ma dov’erano gli assassini quando spararono? “Appare attendibile – aggiunsero – l’ipotesi che il e/o i feritori si trovassero all’interno dell’autovettura a livello del suo sedile posteriore”.

Il motivo di questa ricostruzione sta nella traiettoria dei proiettili, che tuttavia non poteva escludere altre versioni dei fatti, ad esempio che gli assassini al momento di premere il grilletto dell’arma si trovassero fuori dalla macchina, davanti al portellone posteriore aperto.

Ma quando morì il presidente? A che ora di quel tragico giorno? La risposta dei periti è molto chiara: la morte si collocava tra le ore 9 e le 10 del mattino del 9 maggio 1978.

I colpi furono sparati in rapida successione e, di questi, 8 rimasero nel corpo del presidente e 3 fuoriuscirono, dei quali uno si conficcò nella lamiera dell’auto, due furono trovati tra gli indumenti del defunto presidente al momento dell’ispezione cadaverica.

Aldo Moro quella mattina non aveva mangiato niente, o, almeno, non aveva mangiato nelle due ore precedenti all’omicidio. È un altro elemento che viene scritto in questa relazione originale del 1978. La morte come detto non fu istantanea ma sopravvenne in un lasso di 15 minuti al massimo.

Il giorno 29 maggio 1978 alle ore 11 fu redatto il verbale in cui i medici legali, oltre a leggere la loro relazione, aggiungevano altri dettagli sui resti ritrovati addosso al cadavere del presidente democristiano.

All’Istituto di medicina legale dell’Università di Roma erano presenti esattamente questi dottori: Silvio Merli, Cesare Gerin, Franco Marracino, Claudio De Zorzi, Antonio Ugolini, Gianni Lombardi, Roberto Boragine e Valerio Giacomini. Poi c’erano i tecnici di parte civile che lasciamo da parte perché non ci interessano, in questo momento.

Tra i reperti sono interessanti soprattutto i granelli di sabbia, di cui molto si è parlato. Residui di una gita al mare dei brigatisti con l’ostaggio, o solo vecchie tracce del lavoro del proprietario della Renault 4, che trasportava bitume per la sua azienda?

Tra l’altro, apro una piccola parentesi, un mio collega del Resto del Carlino di Ancona diceva di sapere molte cose su questa automobile. E questo particolare è stato reso pubblico, sia pure senza specificare i nomi, da Giorgio Guidelli nel suo libro “Porto d’armi”.

Torniamo alla sabbia: era sui pantaloni e sul lenzuolo che fu usato per trasferire il cadavere all’obitorio. Vi erano inoltre detriti sui parafanghi della Renault 4. Un elemento sottovalutato ma che ci interessa per stabilire se Aldo Moro fu tenuto prigioniero anche a via Maffi 131, nello scantinato della villa della Banda della Magliana, sono le tracce “vegetali” di cui parla la relazione.

Una foglia era stata trovata nel pianale anteriore della Renault, altri elementi “vegetali”, forse dei cardi, erano nell’abitacolo posteriore, e poi ancora nei risvolti dei pantaloni del presidente e nella tasca sinistra del suo cappotto.

Questi ultimi dettagli ci colpiscono. Se Aldo Moro fosse stato sempre nell’intercapedine del covo brigatista di via Montalcini certamente non avrebbe potuto raccogliere foglie o fiori. Mentre se fosse stato in via Maffi 131 avrebbe potuto beneficiare di qualche ora d’aria nel giardino in cui era scavato lo scantinato.

Sarebbe stato interessante capire se i residui vegetali trovati nell’abitacolo della Renault 4 erano gli stessi rinvenuti sui pantaloni e nella tasca del presidente. La relazione però si ferma qui. Vengono menzionate ancora le spese che vennero fatturate allo Stato per gli esami radiografici, istologici, ematologici e per le analisi autoptiche nonché di laboratorio: 367mila 740 lire.

La centrale parigina di Hyperion

Tra i finanziatori della sinistra eversiva degli anni Settanta c’erano sicuramente anche i cecoslovacchi. Una nota del Sisde del 9 marzo 1978, conservata tra gli allegati della Commissione Moro del 1996 e disponibile online, affermava che, nel periodo del sequestro del presidente democristiano, la ditta Skoda, un noto marchio di automobili, aveva versato a fondo perduto 70 milioni di vecchie lire ai dirigenti milanesi di “Autonomia operaia”, che era il gruppo diretto dal professore universitario Antonio (Toni) Negri. Fondi – sottolineava il Sisde – di chiara provenienza cecoslovacca.

A fare da tramite dell’operazione furono Nanni Balestrini del movimento “Potere operaio”, e Iaroslav Novak, studente di Scienze Politiche, anche lui iscritto a “Potere operaio”. L’agente della Skoda si chiamava invece Pietro De Stefani.

Vi fu uno scambio di corrispondenza tra i vari servizi segreti italiani. La nota finale del generale Santovito, direttore del Sismi, datata 19 ottobre del 1979, non poteva che confermare queste notizie anche se prive degli ulteriori approfondimenti che erano stati richiesti.

Siamo nel periodo in cui i cecoslovacchi, se il lettore ricorderà quanto scritto sul nostro blog a proposito del dossier dell’Stb, erano entrati in contatto con l’ex partigiano Guido Campanelli, che aveva chiesto ai servizi segreti di Praga di sostenere l’attività dell’estrema sinistra.

Si ricorderà anche quanto i cecoslovacchi diffidassero di questi estremisti, sia per paura di rovinare ulteriormente i rapporti con il Partito Comunista, sia per la presenza nella sinistra italiana dei maoisti.

Ciò nonostante era evidente l’intenzione dell’Stb di attivare dei canali in Italia attraverso cui diffondere la loro posizione sul terrorismo e controbattere agli attacchi che le istituzioni del nostro paese stavano lanciando contro il mondo comunista.

L’affare Skoda conferma anche quanto scritto dal professor Roberto Bartali, quando afferma nel suo lavoro “L’ombra di Yalta sugli anni di piombo” che sul terrorismo di sinistra non vi poteva essere l’influenza di una sola parte dei tanti servizi segreti in competizione tra loro.

Al contrario, su un blog comunista intitolato “Informiskrazione” è stato scritto recentemente che Toni Negri sarebbe stato un membro della massoneria, e avrebbe fatto parte di un progetto fascista di estremizzazione della politica comunista, con lo scopo di condurre il mondo proletario verso la strada sbagliata della lotta armata contro lo Stato.

Un concetto che riprende a distanza di anni la campagna propagandistica della Stasi, il servizio segreto dell’ex Germania dell’Est.

Trovato il movente, secondo i giornalisti di Informiskrazione, avremmo anche il mandante del terrorismo italiano, ovvero la CIA, attraverso il famoso Centro di studio delle lingue: l’Hyperion.

L’avete mai sentito nominare? Quella di Hyperion è una storia vecchia, che non finisce mai fuori moda. Su di essa sono stati scritti libri e film (il già citato “Piazza delle Cinque Lune”, tanto per dirne uno).

Ma era interessante poter offrire un giudizio dal nostro punto di vista su questo grande enigma della storia italiana, e siamo andati a cercare qualche notizia ufficiale sulle indagini all’epoca portate avanti dalla magistratura.

Fortunatamente, ci vengono spesso in soccorso, in storie così importanti, gli allegati delle Commissioni Moro dei decenni scorsi. Nella fattispecie fu archiviata dalla Commissione del 1995 una nota del Gabinetto del Ministero dell’Interno con la quale venivano riepilogate tutte le notizie su questa vicenda.

Hyperion aveva sede a Parigi in Quai de la Tournelle 27. Era un centro linguistico dotato di una sede molto elegante, per il cui affitto veniva pagata una somma importante. Oltre all’insegnamento delle lingue, il centro organizzava viaggi per comitive dirette in Francia, per gli italiani, e in Italia, per i francesi.

Ma cosa c’era di vero in tutto questo? Probabilmente molto poco. Ciò che si evince dalla nota del ministero, ma anche dai verbali dei numerosi interrogatori condotti dai giudici (in particolare da Mastelloni) tra il 1979 e il 1983, è che l’Hyperion potesse essere un punto di riferimento per i brigatisti per smistare il traffico di armi tra i gruppi palestinesi e l’Italia.

Tra i vari nomi emersi dalle indagini vi era soprattutto quello, come molti saprete per averlo letto da altre parti, di Corrado Simioni, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Poco prima del rapimento Moro, Simioni era sotto processo insieme a Renato Curcio per istigazione a delinquere.

Nell’aprile del 1971 questi pionieri del terrorismo rosso avevano pubblicato sul giornale “Nuova resistenza” articoli nei quali spingevano gli operai a “sabotare la produzione delle fabbriche distruggendo impianti e macchinari e cagionando anche lesioni personali”.

Così scriveva sulla vicenda il 24 febbraio 1978 il quotidiano svizzero Libera Stampa. Poi le strade di Curcio e Simioni si erano separate, ma è difficile pensare che l’ex terrorista a Parigi si occupasse solo di linguistica francese.

Hyperion aveva aperto succursali anche a Roma e Milano, e nel capoluogo lombardo poteva contare sull’appoggio di un altro personaggio noto ai servizi segreti italiani: tale Giuseppe Sacchi, omonimo del Giovanni Sacchi, marxista-leninista, che era finito sotto inchiesta nel 1967, insieme a Michele Savi, per degli attentati che stavano preparando con il sostegno dell’ambasciata cinese.

Giuseppe Sacchi, invece, risulta che avesse partecipato all’albergo Stella Maris di Chiavari, nel 1969, al convegno in cui – come recita la nota ministeriale – “vennero gettate le basi della clandestinità”. La moglie, Dimma Vezzani, faceva parte di uno dei nuclei storici delle Bierre: il “collettivo politico operai e studenti” di Reggio Emilia.

Si tratta di personaggi che in nessun caso, a parte Simioni, conducono a piste straniere dello spionaggio internazionale (sempre se il Sacchi è solo un omonimo del filocinese). Anche gli interrogatori dei giudici lasciano con l’amaro in bocca: fanno intendere che nessuno di questi signori confessò qualcosa di speciale.

L’inchiesta, del resto, una volta che la stampa italiana nel 1979 cominciò a battere questa pista “fu gravemente compromessa”. La polizia francese aprì una sua indagine amministrativa, ma non se ne seppe mai nulla. Mentre i terroristi che si erano rifugiati nel loro territorio, come si ricorderà, goderono sempre di grandi protezioni politiche.

Deludente è anche la deposizione di Luigi De Sena della Questura di Roma, il quale affermò il 26 febbraio del 1983, al giudice Mastelloni, sul presunto legame tra Toni Negri e l’Hyperion, che “collegamenti tra Negri e l’istituto non se ne riscontrano”.

Gli americani conoscevano i killer di via Fani

Ci sono poche notizie certe quando si parla di terrorismo. Quindi diamo subito delle solide fondamenta alla nostra ricostruzione della strage di via Fani, che va ormai inserita in un contesto internazionale.

Gli ambasciatori americani avevano capito fin troppo bene chi era il responsabile dell’attentato alla scorta del presidente Aldo Moro.

Lo si intuisce dai loro dialoghi segreti, divulgati su Wikileaks, ma soprattutto da un articolo del giornale svizzero Libera Stampa, pubblicato l’8 maggio 1978, il giorno prima della morte di Aldo Moro.

Al Cairo, in Egitto, era stata da poco scoperta una ramificata organizzazione terroristica di “ispirazione” palestinese, la quale si avvaleva “della competenza dell’aiuto e delle coperture di numerose organizzazioni terroristiche internazionali, comprese le ‘Brigate Rosse’.”

Ad affermare tutto questo era il giornale egiziano “Al Ahram, che precisava i contorni molto vasti della vicenda e faceva dei nomi. I terroristi palestinesi, coordinati da Wadi Haddad, si prefiggevano lo scopo di rovesciare i regimi arabi, ma anche di effettuare assassinii politici in Europa.

Ad esempio, era pronto un piano per uccidere in territorio svizzero il primo ministro giordano, Mudar Badran, reo per i terroristi di aver attivato i contatti con gli israeliani. Era il periodo che precedeva gli accordi di Camp David, lo avevamo detto. Dunque quelli degli americani erano più che timori dettati dall’esperienza politica.

C’erano indagini al Cairo sul legame Bierre-palestinesi e tra gli indagati figurava lo svizzero Sergio Mantovani quale principale agente di collegamento tra le varie organizzazioni internazionali, mentre capo della rete era il palestinese Mohamed Aref Moussa.

Secondo l’articolo furono questi terroristi a uccidere un uomo sconosciuto in Italia, eppure chiave per capire i legami tra le Bierre e la scuola Hyperion. Parliamo di Henri Curiel, un ebreo, nato in Egitto, fondatore del Partito Comunista egiziano, che negli anni di piombo costruì una rete terroristica a Parigi chiamata “Solidaritè”, offrendo armi e rifugio anche alle Bierre.

A questo punto torna a galla la storia di Hyperion. A Henri Curiel dedica un intero capitolo il libro “La trama del terrore” della giornalista americana Claire Sterling, la quale, pur non nominando mai la scuola di lingue di Simioni, fa spesso riferimento a due appartamenti di cui avrebbero usufruito i brigatisti italiani nella capitale francese.

Curiel – secondo la Sterling – sarebbe stato guidato nella sua attività terroristica dai russi del KGB. E non è solo lei a dirlo. Un rapporto sul terrorismo nel periodo 1983-85 del senato americano scriveva le seguenti frasi.

“Immediatamente dopo il rapimento di Moro, Mario Moretti delle Brigate Rosse fu contattato dai rappresentanti di Hyperion, una struttura di Parigi che agiva sotto la copertura di una scuola di lingue, la quale, apparentemente sotto la direzione del sovietico KGB come stabilito da alcuni terroristi pentiti, serviva a coordinare le attività dei vari gruppi sovversivi europei”.

Moretti avrebbe accettato di condurre attività terroristiche internazionali e sarebbe stato introdotto in una fazione marxista di Parigi. Una nota a margine indica che queste notizie furono estratte da una relazione di minoranza del Cesis, intitolata “Implicazioni internazionali del terrorismo”, redatta nel 1983.

Il legame Hyperion-KGB farebbe sensazione, se non fosse che neanche gli americani erano certi di quello che scrivevano. L’unica vera accusatrice del KGB mi è sembrata proprio Claire Sterling, che nella sua inchiesta giornalistica del 1981 dimostrò, come del resto abbiamo fatto anche noi sul nostro blog, che esisteva negli anni Settanta un’organizzazione terroristica che legava tutti i gruppi eversivi europei e mondiali più importanti, la quale si addestrava perlopiù nello Yemen Meridionale o a Cuba, e che era coordinata da Curiel, dai palestinesi George Habash e Wadi Haddad, da Carlos lo Sciacallo e dal suo braccio destro libanese Moukarbal.

Per pagarsi le enormi spese si avvaleva dapprima dei fondi illimitati del ricchissimo Giangiacomo Feltrinelli, e poi di quelli del colonnello libico Gheddafi, il quale finanziava indifferentemente terroristi italiani neri e rossi.

Molto importante, perché crea un ponte tra la strage di piazza Fontana a Milano del 1969 e le Brigate Rosse, è il nome di Roberto Mander, un anarchico appartenente al gruppo “22 marzo” di Valpreda e Merlino. Mander, insieme all’avvocato Sergio Spazzali, secondo la tesi della Sterling, era impegnato nello smercio di armi alle organizzazioni terroristiche, sotto la direzione dalla tedesca Petra Krause, detta “Annababi”.

Se il lettore avrà buona memoria ricorderà che il primo a denunciare un simile sodalizio criminale guidato dalla Krause era stato Ernesto Viglione, e il suo articolo era finito sotto la lente del servizio segreto cecoslovacco.

La Sterling parlava di due livelli delle Brigate Rosse. Il primo era quello politico, dell’indottrinamento e della propaganda lanciata dai giornali come “Lotta Continua” o “Potere Operaio”. L’idea eversiva si fondava sulle teorie del sudamericano Marighella, il quale propugnava una rivoluzione che provocasse una reazione di destra, che doveva essere talmente violenta da spingere il popolo alla rivoluzione.

L’altro livello era rappresentato dal partito armato clandestino, quello dei nuclei che andavano dal più elitario delle “Brigate Rosse” a “Prima Linea”, che doveva rappresentare “l’incarnazione delle idee del proletariato”. La mente e il braccio. Nel primo caso il leader era Antonio Toni Negri, e nell’altro, Renato Curcio.

Un altro personaggio chiave della direzione strategica era Carlo Fioroni, che fu il primo pentito a vuotare il sacco. Quindi figuravano anche Franco Piperno, Oreste Scalzone, Luciano Ferrari – Bravo.

Il sostegno a queste attività eversive veniva non solo dall’estero, ma anche dalla mafia, in particolare dalla Ndrangheta, che veniva definita dalla Sterling “parte integrante dell’organizzazione”.

Il suo personaggio di spicco, Giustino De Vuono, fu presente in via Fani il 16 marzo del 1978, nel giorno della strage, e si dice che fu il killer che sparò gli undici proiettili al presidente Moro.

Ma dov’è in questo scenario il sostegno del KGB cui accennava il Senato americano? Un primo indizio sarebbe in Spagna. L’Eta, gruppo terroristico basco di ispirazione maoista, nel 1977 si stava accordando segretamente con i russi.

Scrive la Sterling: “il 14 luglio del 1978, i servizi segreti spagnoli assisterono direttamente a un incontro tra l’agente del KGB e corrispondente delle ‘Izvestja’ Vitalj Kovic e Eugenio Echeveste Arizgura, ‘Anchon’, membro della direzione dell’Eta militar, avvenuto a Saint-Jean De Luz, nel sud della Francia”.

Cosa c’entrano le Bierre? C’entrano, perché nella primavera del 1980 tre brigatisti e un trafficante di droga furono arrestati in Francia mentre attendevano la riparazione del loro yacht, che avevano acquistato con i proventi di una rapina effettuata insieme a terroristi baschi e francesi.

Ma al di là di questo rapporto indiretto con i russi, la vera fonte di informazioni fu il generale Jan Sejna, segretario generale del Ministero cecoslovacco della Difesa e consigliere militare del Comitato centrale comunista. Nel 1968, poco prima dell’invasione dei carri armati russi a Praga, era fuggito negli Stati Uniti e aveva iniziato a parlare.

Tra le sue confessioni spiccava la notizia che negli anni Sessanta dodici italiani si erano addestrati nei campi militari dell’ex Cecoslovacchia. E tra questi vi era anche Toni Negri, che era stato da quelle parti nella stagione 1966-67. Se così fosse avremmo risolto il problema dei mandanti del terrorismo degli anni di piombo.

Ma ci sono delle falle in questa ricostruzione. In primo luogo è proprio la CIA, il servizio segreto più importante della guerra fredda, a credere poco all’ipotesi che i sovietici potessero sostenere militarmente ed economicamente i terroristi delle Brigate Rosse.

In un rapporto del 18 maggio del 1982 intitolato “International terrorism, the russian background and the soviet linkage”, l’autore Paul B. Henze affermava che non c’erano prove di un sostegno sovietico al terrorismo, se non per il contenuto eversivo che caratterizzava i programmi marxisti di Lenin.

Di fatto, era stato accertato solo il legame dei brigatisti con il terrorismo palestinese, libanese, e sud yemenita. Le bombe della destra dovevano essere interpretate come un ostacolo posto da sconosciuti assassini verso la rivoluzione in atto nell’estrema sinistra.

L’ipotesi ancora circolante nel dicembre 1978, secondo cui le brigate rosse sarebbero state “manipolate” dai neofascisti e dalla CIA, veniva bollata come ridicola. Lo stesso doveva valere per le insinuazioni del giornale Novosti su Alì Agca, che avrebbe attentato alla vita del Papa su istigazione degli Stati Uniti.

Il secondo grande problema è proprio Jan Sejna. Questo generale viene considerato poco credibile da un sito americano: il Mia facts site. Negli interrogatori avrebbe mostrato di conoscere pochi dettagli sui movimenti degli americani nella guerra fredda e in Vietnam. Si sarebbe trasferito negli Stati Uniti solo per paura che la rivoluzione di Praga potesse metterlo in pericolo. Ma anche noi abbiamo trovato un grossa contraddizione nel suo racconto.

Lo abbiamo letto integralmente sul giornale svizzero “Gazzetta ticinese”. Il 30 settembre del 1980, in una lunga intervista concessa al discusso giornalista Michael Ledeen (fu accusato di essere iscritto alla loggia P2), intitolata “Il terrore viene dal freddo”, Jan Sejna parlò anche dei filo-cinesi italiani. Affermò che la creazione nel 1964 di gruppi maoisti in Italia e Francia fu una manovra dei cecoslovacchi.

L’idea – raccontò a Ledeen – fu dell’allora segretario del PC Wladimir Kouchy con l’obiettivo sia di convincere i comunisti europei che la Cina tramava per dividere il loro partito, sia per scoprire all’interno di quei partiti comunisti chi si considerasse filo-cinese, sia, infine, per stabilire contatti con Pechino e conoscere le loro intenzioni sul terrorismo.

L’ipotesi è senza dubbio affascinante, ma si scontra con i documenti originali dei servizi cecoslovacchi, da noi visionati, nei quali i sovietici di Mosca, e a ruota l’STB (parlando con Guido Campanelli e avviando comunque un contatto con l’ex partigiano), affermavano di temere molto i maoisti e di considerarli elementi di destra.

Dunque Jan Sejna, sul quale tutti tacciono in Italia, era credibile o no? Stabilirlo una volta per tutte fornirebbe molte certezze in più anche sulle Brigate Rosse.

La soluzione più credibile al problema del terrorismo italiano è che il governo abbia preferito nascondere le prove che aveva raccolto contro i sovietici. Questa, almeno, è l’opinione che Claire Sterling espone al termine del suo libro. P

erché il governo Andreotti avrebbe dovuto tacere sulle eventuali responsabilità del KGB? Per tanti motivi – afferma l’autrice de “La trama del terrore” -: dalla salvaguardia degli equilibri est-ovest, al timore di perdere le scorte di petrolio arabo, alla presenza di partiti comunisti o filo-comunisti nella gran parte della nazione.

Bellissima la frase: “Nessuna classe dominante ha fatto di più per mantenere l’impressione che il terrorismo sia imputabile solo a lei”, riferita all’Italia.

Ed è vero, basti pensare ai programmi, come quello di Santoro su Raitre, in cui si continuano a cavalcare le ipotesi, tipiche dei servizi dell’est, di un complotto ordito dalla Cia. Quello che è certo è che Gladio e la CIA, come abbiamo documentato, il terrorismo rosso lo combatterono, con mezzi, casomai, poco ortodossi e violenti. Ma questo è un altro discorso.

Operazione PLATON

Ora che ho la chiave per aprire rapidamente e comprendere gran parte dei documenti in lingua straniera, ho iniziato a sfogliare una per una tutte le cartelle dell’archivio cecoslovacco, seguendo il principio di dare priorità alle “aktivnì opatrenì”, le misure attive, che sembrano contenere le notizie di maggiore interesse nazionale.

Mi sono letto tutti i cartoncini con la sintesi dell’attività spionistica di ogni dossier e ho segnato su un taccuino il numero di quelle che recavano nel titolo, appunto, la frase che ormai ho imparato a memoria sulle misure attive.

Da questo punto di vista, la cartella pubblicata nel paragrafo precedente fa eccezione, poiché non si trattava solo di una misura attiva, bensì di qualcosa di più complesso: una vera e propria strategia del terrore, come suggerisce il cartellino introduttivo che avete letto all’inizio.

Il documento che non ti aspetti si trova nel dossier 112. Contiene svariate misure attive, anche sull’Alto Adige, messe in atto in Italia dal 1966 al 1979. Il dossier si compone di cinque cartelle con dentro un centinaio di documenti per ciascuna di esse. Va tenuto però conto che di ogni documento l’archivista ha fotografato fronte e retro, pertanto le relazioni da tradurre e analizzare sono all’incirca la metà.

Stavo dando uno sguardo veloce a tutti i documenti, cercando soprattutto un collegamento tra i cecoslovacchi e il terrorismo altoatesino (che probabilmente non c’è, ma ci potrebbe essere con i russi), quando sono giunto alla cartella numero 4 e alla fotografia numero 95, nella quale mi ha colpito la presenza di un documento in lettere russe. Non è il primo che esista nei DVD che mi mandarono da Praga.

Dell’altro gruppo di fogli in cirillico, che ho intravisto, parleremo più avanti. Questo davvero sorprendente è breve, di due sole pagine. Le ho tradotte e magicamente mi sono ritrovato nell’archivio Mitrokhin, nel pieno di uno dei casi di cronaca più controversi.

Il testo venne scritto sicuramente a maggio del 1978. Fu tuttavia aggiunto un numero a penna, il 12. Probabilmente sono le  annotazioni fatte dai servizi di Praga. Fu redatto il 12 maggio? O fu ricevuto quel giorno ma fu scritto qualche giorno prima?

Si tratta in ogni caso di una lettera con cui i russi informavano i colleghi cecoslovacchi di aver messo in atto una misura attiva per il “caso Moro”.

Aldo Moro, rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo del 1978, fu ucciso il 9 maggio 1978. Sembra pertanto che i russi scrissero questa lettera poche ore dopo la morte del presidente della Democrazia Cristiana. Ciò che tradisce le intenzioni delle spie sovietiche ci sembra sia racchiuso in una frase:

“Per contrastare  i tentativi del nemico di collegare l’attività dei terroristi in Italia con le attività dell’intelligence sovietica e cecoslovacca, il documento include materiali sui contatti di alcuni ufficiali dell’intelligence americana con le Brigate Rosse e sul possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel caso Moro”.

Il documento di cui si parla nel frammento è un bollettino in francese che verrà distribuito dai russi attraverso una “leggendaria” associazione anti americana e che conterrà accuse contro la CIA e gli USA.

Appare chiaramente come un tentativo di depistaggio delle indagini della magistratura italiana. Colpisce  anche un altro dettaglio: lo scopo dell’attività russa viene circoscritta solo a proteggere russi e cecoslovacchi. Perché?

È un fatto noto a tutti che subito dopo l’attentato di via Fani alcuni testimoni avevano raccontato di terroristi che parlavano in tedesco. La polizia italiana condusse le indagini coinvolgendo più volte anche la polizia della Germania Ovest.

Perché, dunque, escludere la Stasi? Perché, per caso, l’estensore del documento russo sapeva già che i mandanti del rapimento Moro erano russi e cecoslovacchi?

Nella prima parte viene tirata in ballo un’associazione dal nome piuttosto lungo, scritto dai russi in lingua inglese, che già avevo visto da qualche parte, ed esattamente nell’archivio Mitrokhin. Sono andato a fare una ricerca tra i rapporti Impedian ed ho constatato che è così.

Corrisponde a quanto Mitrokhin scrisse, probabilmente a mano, in quello che noi abbiamo conosciuto (ma quanti lo conoscono davvero?) come il rapporto Impedian 235 sulla misura attiva Platan. Evidentemente all’archivista che fuggì dalla Russia deve essere sfuggita una vocale, e così Platon è diventato Platan.

Ma il nome dell’associazione è lo stesso: fu inventata di sana pianta dal Kgb per accusare gli americani di utilizzare strutture speciali della Nato in Italia per condurre – trascrisse Mitrokhin – operazioni di intelligence.

Non si fa riferimento in questo rapporto al caso Moro, ma è evidente che sia io sia l’archivista del KGB abbiamo avuto in mano la stessa misura attiva, e non ci possono essere dubbi che questa, come sottolinea il rapporto Impedian, sia infarcita di “disinformazione”.

“Rapporto Impedian numero 235

Data di emissione: 5 agosto 1998

Oggetto: Misura attiva del Kgb a Roma, giugno1978 – Nome in codice “Platan”

Fonte: Ex agente del KGB di provata attendibilità, con accesso diretto ma parziale.

Data di emissione: Fino al 1984

ATTENZIONE: Si prega di tenere presente che questa fonte è sensibile. Il materiale Impedian va tenuto e visto solo da personale indottrinato.

Sulla scorta di questo rapporto non va intrapresa alcuna azione, né è consentito discutere/disseminare materiale Impedian al di fuori del vostro servizio.

Commento: – Misura attiva del Kgb a Roma, giugno1978 – Nome in codice “Platan”

  1. “PLATAN” era una misura attiva del Servizio A del Primo Direttorato Principale e del Direttorato K per compromettere i Servizi Speciali USA nel 1978.
  2. L’operazione si basava sulle informazioni ricevute dalla Residentura di Roma secondo cui l’Intelligence americana faceva uso di installazioni ed infrastrutture dei Servizi Speciali NATO in Italia per condurre operazioni di intelligence.
  3. L’operazione fu portata avanti a nome di una fittizia organizzazione tedesca, l’Unione dei Movimenti Nazionali contro il Pericolo Americano in Europa. Venne preparato un memorandum con esempi di attività segrete dell’Intelligence americana in Italia, infarcito di disinformazione.
  4. Il memorandum venne inviato a Deputati del Parlamento italiano ben noti per aver indagato sulle attività dei Servizi Speciali italiani, ed alle redazioni di alcuni quotidiani borghesi. L’operazione ebbe l’effetto desiderato, rendendo pubbliche le informazioni sull’interferenza della CIA negli affari italiani. Il materiale fu sottoposto a ROGNONI, Ministro dell’Interno, e la Stampa fece il nome di agenti dell’Intelligence americana operanti in Italia.
  5. “PLATAN” gettò le basi per svolgere operazioni di questo genere contro i Servizi Speciali dei principali avversari dell’Europa Occidentale.”

Ma ecco la lettera russa sul Caso Moro nella traduzione integrale:

“Misura attiva PLATON

Il nostro servizio ha realizzato l’evento attivo “PLATON” con l’obiettivo di portare all’attenzione del pubblico italiano informazioni sull’ingerenza degli ufficiali dell’intelligence americana della NATO negli affari interni dell’Italia.

I materiali sono presentati sotto forma di un bollettino preparato in francese per conto della leggendaria organizzazione “Associazione dei movimenti nazionali contro il pericolo americano in Europa”.

Sono state inviate lettere dall’estero agli indirizzi di numerosi personaggi politici e pubblici del Paese e nelle redazioni dei quotidiani italiani GIORNI, IL BORGHESE, IL TEMPO e MESSEGGERO.

Per contrastare i tentativi del nemico di collegare l’attività dei terroristi in Italia con le attività dei servizi segreti sovietici e cecoslovacchi, il documento comprende materiali sui contatti di alcuni ufficiali dei servizi segreti americani con le “Brigate Rosse” e sul possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel “caso Moro”.

Vi chiediamo di dare indicazioni per la residenza a Roma –

Segui la reazione in Italia all’evento “PLATON”.

Se possibile, sarebbe auspicabile adottare misure per sviluppare l’azione PLATON nella direzione di avanzare richieste al parlamento e alla stampa per indagare sull’ingerenza della CIA e dei servizi segreti americani negli affari interni del paese e rivelare il possibile coinvolgimento della CIA nel “caso Moro”.

Fateci sapere dei vostri eventi.

12 maggio 1978”

Purtroppo non sono stato in grado di decifrare le scritte in corsivo, molto probabilmente appunti presi dalle spie cecoslovacche dell’Stb. Non compare nemmeno la firma dell’estensore di questa lettera, ma è evidente che si tratta di qualcuno in contatto con il Politburo dell’URSS.

Nel secondo foglio, il Kgb chiedeva ai cecoslovacchi di tenere sotto controllo la stampa italiana, al fine di monitorare l’impatto della “misura attiva” nel nostro paese. L’Stb, i servizi segreti di Praga, obbedirono.

Nella stessa cartella numero 4 compaiono tre documenti con le relazioni dell’ambasciata (questa parola viene identificata sempre con la sigla intraducibile ZU) cecoslovacca a Roma sul risultato dell’Operazione Platon. Un esito assai scarso, sembra di capire, perché fino a giugno nessuno aveva preso in considerazione le accuse dei russi, nemmeno il Partito Comunista, che in questi documenti viene identificato con la sigla IKS.

Il bollettino in francese partito dalla fantomatica associazione non doveva contenere grandi prove, poiché il contatto dell’Stb il 23 maggio 1978 affermò che nessun parlamentare avrebbe sollevato la questione – come chiedeva il Kgb –  senza poter avere niente in mano.

“Roma, 25 maggio 1978

Misura attiva – Platon

Nessuna stampa ha ancora pubblicato. Il 23.5 si è discusso (con Dati?) sui possibili retroscena della CIA e degli americani sul caso MORO e sulla possibilità che venga sollevata un’interpellanza in parlamento. Ha reagito dicendo che senza prove concrete nessuno in Parlamento ha osato parlare contro gli USA (l’Est è più facile per loro). Del resto, ha fatto notare che al Senato c’è un gruppo di 60 senatori che si batte per la creazione e l’approvazione di una commissione parlamentare d’inchiesta che indaghi sui retroscena del caso Moro e sveli il coinvolgimento all’estero e chi sostiene RB. Se avrà successo, ci saranno molte pubblicazioni in giro. Il governo però lo sconsiglia, dicendo che basta indagare sul servizio di polizia e chiede la fiducia del parlamento. Andreotti il 23.5 è intervenuto davanti al senato sul caso Moro, difendendo tutte le azioni del governo e delineando le misure che il governo sta prendendo per combattere più efficacemente le BR. Il caso Moro va chiarito e trattato. Andreotti ha anche affermato che il governo si è rivolto alla stampa e ad alcuni governi stranieri per confermare e fornire  prove che il discorso sul coinvolgimento di uno specifico Paese orientale nel caso Moro è vero. Tuttavia, non ha ricevuto tali prove e risposte che confermerebbero la partecipazione non ideologica ma pratica dei partecipanti stranieri nel sostenere l’eversione italiana. Questo, a nostro avviso, fungerà da deterrente per pubblicare sulla stampa qualsiasi cosa basata solo su lettere anonime.”

Nella parte finale della traduzione c’è qualche errore di troppo, pertanto ne riassumiamo brevemente il contenuto. L’autore vuole dire che Il Messaggero, il quotidiano italiano, sarà giudicato il 6 giugno per aver divulgato l’ultimo volantino delle Bierre nonostante l’avvertimento del governo. Si fa riferimento a un’incriminazione che fu comminata al direttore del Messaggero, Luigi Fossati, per aver divulgato un volantino dei terroristi che forse conteneva informazioni cifrate per dei compagni di lotta armata. Poi, nel documento, compare un certo Knor, il quale tuttavia ha a che fare con un’altra misura attiva.

“Roma, 31 maggio 1978

Nessun feedback è stato ancora stampato. Il 30.5 si è discusso con Cardia sulla possibilità di interpretazione in parlamento e possibili azioni dell’IKS (PCI, ndr) per segnalare la partecipazione della CIA e degli USA. Sebbene sia convinto che l’interesse degli Stati Uniti sia evidente e creda personalmente che la CIA sarà coinvolta, non è interesse dell’IKS guidare il partito in questa direzione. Dovrebbero esserci prove concrete. In caso contrario, si ripercuoterebbe sulla divisione in 2 campi e, viceversa, sul rafforzamento della campagna polemica contro il sociale nello Stato.”

Anche il Partito Comunista non vuole correre rischi, come si vede qui sopra: l’IKS è sempre il PCI.

Qualche riscontro positivo sembra giungere finalmente a inizio ottobre 1978, grazie alla divulgazione da parte del settimanale Panorama dell’elenco di spie della CIA che comparivano nel famoso libro “Chi è chi nella CIA”. Anche su quest’ultimo dettaglio c’è perfetta sintonia con il rapporto Impedian 235.

“Roma, 3 ottobre 1978

Al quartier generale ha discusso con me della raccomandazione di una rivista con i prerequisiti per  la pubblicazione di informazioni sull’attività della CIA nell’Europa occidentale. Ho consigliato il settimanale PANORAMA. Dopo il rientro in residenza, ho saputo che al numero 649 del 26.9 PANORAMA ha pubblicato un articolo di 2 pagine sul prossimo libro di L. Wolf e AGEE “Who’s in the CIA”. Pubblica i nomi di 64 diplomatici e funzionari americani dell’ambasciata e del consolato in Italia che sono membri della CIA.

Descrive le loro attività nell’ambasciata e le pratiche e l’interesse prioritario odierno della CIA a penetrare nel Partito Socialista e anche nell’IKS (il PCI, ndr). Ciò conferma che PANORAMA presterà attenzione ad altro materiale inviatogli.”

Esistono altre relazioni sul caso Moro. Le ho trovate nella cartella numero 133, che è dedicato a rapporti di tipo esclusivamente politico sulla situazione italiana. Alcuni di questi furono inviati dall’ambasciata cecoslovacca nei 55 giorni del rapimento Moro. L’unica relazione degna di nota, che non contenga notizie che conosciamo già, è la prima, inviata il giorno stesso della strage di via Fani (cartella 4 fotografia 7). Mi ha colpito per il dettaglio che l’autore riferisce all’inizio. Il luogo della strage è a 500 metri dalla loro ZU, l’ambasciata cecoslovacca (l’aggettivo entusiasti riferito più avanti ai commenti per la strage non mi sembra appropriato, però non trovo una migliore traduzione).

“Roma, 16 marzo 1978

Il 16.3 poco dopo le 9:00 in zona Camilluccia (a circa 500 metri dalla nostra ambasciata) l’auto di Moro è stata attaccata. Quattro uomini della scorta sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco, uno ferito mortalmente e Moro rapito.

C’è un notevole fermento e avrà un impatto straordinario. E’ una sfida per uno stato democratico. E’ attribuito all’estrema destra ed è associato al fatto che loro in DC hanno affermato che l’IKS (il PCI, ndr) è stato accettato nella maggioranza parlamentare.

Oggi alle 10:00 Andreotti presenterà il suo programma in parlamento. Viene letto e c’è notevole commozione e commenti entusiasti in Parlamento.

Il neofascista Almirante, invece, chiama gli assassini Brigate Rosse.”

Non intendo tornare in questo libro sui sospetti lanciati dagli americani sul fatto che il presidente Moro fosse stato tenuto nascosto proprio in quell’edificio, l’ambasciata cecoslovacca a Roma, nel quale parecchi testimoni videro un certo viavai la  mattina del 16 marzo 1978. Fu per questo che chiesi i dossier all’archivio di Praga, ma nulla è emerso in tal senso, né, purtroppo, il memoriale Moro è disponibile nelle carte che sto consultando.

Vorrei invece sottolineare un particolare che potrebbe sfuggire. La strage di via Fani avvenne a 500 metri dall’ambasciata cecoslovacca, eppure nessun piano difensivo risulta essere stato messo in atto dall’Stb, ed è davvero strano.

Al contrario, dai dispacci delle ambasciate americane, che avevo commentato nel libro L’indagine impossibile, traspariva un’enorme preoccupazione che l’ondata di violenza potesse coinvolgere pure loro, persino in zone lontanissime dall’Italia. Ecco, forse è su questi dettagli, leggendo tra le righe questi documenti, che potremmo comprendere quali mandanti si celavano dietro i brigatisti.

L’ennesimo depistaggio sul caso Moro

Il 15 maggio 1978, nemmeno una settimana dopo il ritrovamento del cadavere del presidente Aldo Moro, ucciso per mano delle Brigate Rosse, l’ambasciata cecoslovacca prese un’iniziativa per depistare le indagini.

Il documento che riporto di seguito è molto chiaro sul tentativo di allontanare i sospetti dalla Cecoslovacchia. Purtroppo non sono riuscito a individuare l’allegato e non è nemmeno possibile reperire informazioni sulla stampa italiana sull’esito di questa Misura Attiva. Il nome della misura pare essere “Fama” e non “Platon”, che era invece la Misura Attiva promossa dal Kgb.

10443/112-v.4-85

“AO FAMA

A Praga il 28 aprile 1978

Il 15 maggio 1978, la residenza di Bruxelles inviò segretamente una lettera anonima all’indirizzo: ANSA, 34, rue de la Loire a Bruxelles, all’Ambasciata d’Italia a Bruxelles e alla filiale di Amnesty International a Roma, scritta da un belga. Il testo in ceco per le informazioni è in appendice. L’obiettivo era quello di scongiurare le accuse della CSSR sui legami di R.B. con la CSSR.

Segui il risultato e segnalalo a KC nei dipartimenti 36 e 42.”

Questo che avete letto è un dispaccio dei servizi segreti cecoslovacchi (StB – Státní bezpečnost), datato 28 aprile 1978, e destinato alla loro residenza (cioè sede operativa) di Roma. Il traduttore probabilmente sbaglia a interpretare come passato remoto quel verbo “rozešle”, perché il documento fu redatto il 28 aprile, quindi vuol dire: “invia”; cioè il 15 maggio era il futuro per lo scrivente: “stiamo per inviare” doveva essere il senso della frase.

Vuol dire che la morte di Moro li costrinse a cambiare strategia? O si preparavano già al depistaggio? L’allegato cui si riferisce l’Stb non è presente nel fascicolo e non è mancante, perché il documento successivo, la foto numero 87, è già del 23 maggio 1978 e il numero di protocollo fa pensare che non ci siano state manomissioni: questa lettera è la numero 257, il documento successivo è il numero 258. Ma ciò non vuol dire che l’allegato non fosse stato inviato. Può non essere stato archiviato.

Non è impossibile comunque immaginare il contenuto della lettera falsa scritta dal falso autore belga. Intanto, bisogna notare che la sigla R.B. vuol dire Brigate Rosse. Fu usata in altre occasioni e ormai ho imparato a conoscerla.

Ci sono però due concetti chiave in questo documento. Uno è il riferimento ad Amnesty International. È evidente che l’autore belga volesse protestare per la detenzione inumana di Aldo Moro nella “prigione del popolo” delle Brigate Rosse. L’altro è la localizzazione del depistaggio, ovvero Bruxelles, che era la sede della NATO. Dunque, lo scopo della falsa lettera era indirizzare le ricerche vicino ai vertici della NATO? E perché dopo l’uccisione dello statista l’operazione fu, con ogni probabilità, accantonata?

Questo depistaggio sarebbe risultato troppo grossolano, una volta che il rapimento si era concluso in modo tragico. Scrive: “Se fosse stata recapitata dopo la morte di Moro, sarebbe stata chiaramente una goffa manovra di disinformazione, rischiando di esporre l’iniziativa cecoslovacca.”

Ma allora l’STB poteva non aver previsto l’uccisione del presidente Moro? Questo diventerebbe un alibi, ma non spiegherebbe perché l’STB avesse questa urgenza di usare il depistaggio per smascherare un mandante che, per loro, appariva assai evidente.

“C’è da aspettarsi che non rilascino Moro vivo”

Il 2 maggio del 1978 a Roma, nella sede del PSI, si incontrarono tra le ore 11 e le 12 Enrico Manca, socialista, poi presidente della Rai, e la spia cecoslovacca Lamac. All’interno di una relazione che verteva sulla situazione italiana, e che ho trovato alla fine del fascicolo 368 del solito faldone 10443, Manca informò i cecoslovacchi che le Brigate Rosse non avrebbero rilasciato Moro vivo.

Si tratta di poche frasi, eppure significative, sia per la persona che le pronunciò, sia per l’attendibilità della fonte stessa.

All’interno del documento, Manca viene citato come spesso accade con il soprannome che gli fu assegnato nel 1963, ovvero KUS. E ciò è documentato da un’altra relazione dello stesso fascicolo.

La collaborazione dell’ex presidente della Rai e i servizi segreti cecoslovacchi proseguì per quindici anni soprattutto con uno scopo: ricongiungere la sinistra italiana dalle varie divisioni interne, compresa la scissione storica tra PCI e PSI, e “normalizzare” il caso Pelikan (su cui tornerò nel prossimo paragrafo), strumentalizzato dall’ala più a destra del PSI.

È appunto per questo che il documento del 2 maggio 1978 sarà anche l’ultimo, prima dell’archiviazione. Il motivo era semplice: con l’ascesa di Craxi, l’obiettivo cecoslovacco di inserire Manca al vertice del PSI e lavorare a un riavvicinamento della sinistra stava ormai fallendo.

Secondo il resoconto di Manca, il caso Moro sanciva in pratica l’accordo tra Craxi e la DC e sarebbe stata questa la politica futura del suo partito: l’anticomunismo. Craxi – sosteneva Manca – voleva trattare con le Brigate Rosse per il rilascio di Moro solo per distinguersi dal Partito Comunista, che restava inflessibile sulla linea della fermezza.

Stava probabilmente accordandosi – era l’interpretazione di Manca – con qualche democristiano, che avrebbe voluto uscire dalla linea del partito, ma aveva paura ad esporsi. E così usava il PSI per sondare la possibilità di una trattativa con le Bierre.

Sulla base di quali informazioni Enrico Manca poteva affermare, una settimana prima del ritrovamento del cadavere di Moro, e andando anche contro il suo partito, il quale sperò fino all’ultimo di salvare il presidente DC, che le Brigate Rosse lo avrebbero ucciso? Non è facile rispondere.

Analizzando l’intero testo, che ho tradotto in maniera molto meticolosa, copiando anche gli accenti, mi colpisce soprattutto la freddezza di Enrico Manca (o di Lamac, visto che il documento lo firma lui) sulla situazione del prigioniero.

Il suo sguardo è rivolto già al futuro della politica, a ciò che succederà in Italia “dopo la conclusione” del caso Moro. Un epilogo che – affermava – c’è da aspettarsi che sarà tragico.

“Situazione interna

fa parte della politica anticomunista di Craxi anche la sua proposta di trattare con le RB (Rudé Brigady, ndr) su Moro. È inoltre contro il parere dell’IKS (il PCI, ndr) di mantenere l’intransigenza. Vuole differenziarsi dall’IKS, per dimostrare la sua autonomia. Deve aver parlato con qualche DC che vorrebbe proporre di agire, ma ha paura di fare coming out così. Quindi stanno testando tramite la ISS (il PSI, ndr) quale sarà la reazione.

Le prospettive di sviluppo dell’Italia potranno essere stimate solo dopo la conclusione del caso Moro. C’è piuttosto da aspettarsi che le RB non lo rilascino vivo. E poi quali saranno i risultati delle successive elezioni amministrative, quando voteranno 4 milioni di italiani, sarà un test importante per lo sviluppo del Paese. Ciò che è certo per lei personalmente è che Craxi porterà l’ISS all’anticomunismo, contro l’IKS e si avvicinerà gradualmente alla DC.”

Una possibile pista da seguire per scoprire la fonte di Enrico Manca potrebbe consistere nella sua appartenenza alla Loggia P2. La strada in cui ci si avventura è tuttavia alquanto impervia. Stando alle cronache dei giornali, e come ribadisce il libro di Marco Marsili “Dalla P2 alla P4. Trent’anni di politica e affari all’ombra di Berlusconi”, Manca fu inserito nella lista della loggia massonica di Licio Gelli con tessera numero 864 e, quando divampò lo scandalo, la sua carriera era inaspettatamente decollata. Tra il 1980 e il 1981 fu infatti Ministro del commercio estero nel governo di Arnaldo Forlani.

Rifiutò sempre quell’etichetta che gli piovve addosso di ministro piduista e riuscì ad ottenere una sentenza che lo scagionava da ogni responsabilità. Scrive infatti Marsili in una nota del suo testo: “Una sentenza del 1985 del giudice romano Filippo Verde stabilisce che Enrico Manca è estraneo alla P2.”

Ma il quadro complessivo che ne risulta, sia nel suo coinvolgimento, a quanto pare involontario, nella loggia gelliana, sia nel suo rivendicare una diversa appartenenza politica, ricalca quanto viene raccontato nel dossier cecoslovacco.

In un profilo di Enrico Manca, scritto in italiano, che l’STB aveva chiesto ai confidenti comunisti per verificare l’affidabilità del loro potenziale collaboratore (nome in codice KUS), il futuro presidente della Rai fu descritto come un “abile manoviero” capace di operare dietro le quinte.

Ciò conferma l’ipotesi che Manca non disdegnasse durante la sua carriera politica le amicizie nel mondo militare e politico di destra, pur cercando di rimanerne per quanto possibile estraneo.

Ritengo sia di interesse pubblico l’intero documento appena descritto che fu redatto nel 1967.

“È stato Segretario Nazionale della Federazione Giovanile

PSDI. Le sue posizioni politiche nel PSDI furono quasi sempre di sinistra (come naturalmente si poteva essere di sinistra in quel Partito). Ruppe con il PSDI, unitamente al gruppo Matteotti (MUIS) ed aderì al PSI.

Manca é particolarmente legato a Guabello, segretario del movimento sportivo del FSU, e a La Volpe, attualmente segretario particolare del Ministro Pieraccini. Tutti e tre formavano la Segreteria Nazionale della gioventù socialdemocratica unitamente a Giampiero Pagani.

È una persona intelligente. La sua formazione più che socialista è semplicemente democratica-radicale.

È laureato in legge.

Nel PSI si schierò subito sulle posizioni di Nenni, ma in termini moderati, meno spinti. Pesò molto in lui l’eaperienza della lotta condotta contro Saragat e Tanassi nel PSDI.

Così, ben presto, si legò a Lombardi ed alla Carettoni. Pur non apparendo mai in prima posizione, contribuì alla definizione delle posizioni politiche più importanti del gruppo Lombardiano fino alla unificazione socialdemocratica.

Poi, quando Lombardi ha spinto fino in fondo la propria azione politica, egli ha aderito alla posizione di De Martino. Si può dire che sia la persona più influente alla RAI-TV (dopo naturalmente Paolicchi).

Per il molto tempo a disposizione, svolge una intensa attività

all’ufficio stampa del PSU, con la qualifica di Vice Responsabile.

È molto legato a Pietro Lezzi (l’uomo di fiducia di De Martino). È un abile manovriero politico. Si può dire che nell’attività politica egli ha sempre manovrato dietro le quinte. È anche però fondamentalmente onesto e questo lo contraddistingue da tutto il gruppo da cui proviene”.

L’americano che aiutava brigatisti e palestinesi

C’è un insospettabile tra i terroristi collegati al covo brigatista di via Gradoli. C’è una persona che non c’entra niente con il terrorismo di sinistra e che invece aveva un documento falso, che proveniva dallo stesso stock trovato dalla polizia a Roma, in via Gradoli, quando il 17 aprile del 1978 fece irruzione nell’appartamento di Mario Moretti e trovò una marea di indizi utili alle indagini sul sequestro Moro.

L’uomo di cui ora parleremo è l’anello di collegamento tra due mondi apparentemente opposti, il governo americano e i palestinesi. Due ambienti che, invece, stando ai documenti che abbiamo trovato ed esposto nel nostro lavoro, risultano coinvolti nel rapimento dell’ex presidente del consiglio Aldo Moro.

Gli americani sapevano fin dal primo giorno che nel sequestro erano coinvolti i palestinesi, mentre questi ultimi collaboravano con la RAF, i cui uomini è quasi certo che parteciparono alla strage della scorta di Moro in via Fani, il 16 marzo del 1978.

Ma chi è questo insospettabile? Per saperlo dobbiamo ritirare fuori un episodio dimenticato, che avvenne ad Abano Terme, in provincia di Padova, nel 1979. Nella notte tra il 15 e il 16 luglio di quell’anno un ordigno scoppiò davanti all’albergo Bristol di Abano Terme, in via Monte Ortona. I carabinieri – scrisse il quotidiano La Stampa il 17 luglio – seguendo le testimonianze arrestarono quattro sindacalisti.

Due di loro probabilmente stavano trasportando la bomba in un altro luogo, ma all’improvviso gli esplose in mano. Si chiamavano Gilberto Veronesi e Paolo Sebartoli, poco più che trentenni. Le altre due persone arrestate erano le loro mogli: Anna Mangili e Gabriella Giustiniani.

Decisiva fu la testimonianza di un metronotte, il quale vide il Veronesi e il Sebartoli tentare una disperata fuga dopo l’esplosione, per poi accasciarsi a terra per le ferite. I carabinieri perquisirono la macchina e l’appartamento dei sindacalisti dimostrando che il gruppo, mogli comprese, aveva lasciato dappertutto tracce della fabbricazione di ordigni, inoltre trovarono armi e materiale riconducibile all’organizzazione Prima Linea.

I due sindacalisti erano molto conosciuti perché facevano parte della federazione bolognese della CGIL e del PSI, da cui furono subito espulsi. Il fascicolo processuale finì nelle mani del magistrato Aldo Fais, che smistò il tutto al sostituto procuratore Lorenzo Zen.

Nel frattempo, però, alla dogana era stato arrestato un quinto uomo della banda che cercava di scappare dall’Italia: Luciano Bottoni, il nostro uomo misterioso, collegato al covo di via Gradoli. Era la notizia più eclatante dell’articolo dell’Unità del 9 gennaio 1980 firmato da Gian Pietro Testa. Erano passati già alcuni mesi.

I magistrati romani si erano recati a Bologna – scriveva Testa – per consultare il fascicolo della bomba di Abano Terme. Le indagini del procuratore Zen avevano accertato che i quattro sindacalisti erano soliti ricattare le proprie vittime, industriali e albergatori, per estorcere loro denaro, e la bomba dell’albergo Bristol doveva servire proprio a questo.

“Bottoni è personaggio tutto da scoprire. – scriveva testualmente il giornalista dell’Unità, Testa – Ha lavorato in Germania, dove andava costituendo fantomatici circoli ‘Lenin’ e dove venne arrestato per una rissa. Poi lavorò in un kibbuz israeliano, infine giunse a Bologna, pronto a partecipare attivamente ai fatti del marzo ’77. Bottoni (che aveva acquistato con un passaporto rubato a Roma più di dieci pistole) era in possesso di alcuni documenti falsi, uno dei quali farebbe parte dello ‘stock’ trovato nel covo BR di via Gradoli a Roma, scoperto durante le indagini sul caso Moro.”

Insomma una scoperta non di poco conto. La vicenda processuale dei sindacalisti si concluse nel maggio del 1981, con la condanna comminata dal tribunale di Bologna a tutti gli imputati: dagli 8 ai 5 anni, mentre Bottoni si prese due anni, e uno andò a Nicoletta Lamberti, un altro esponente del PSI.

In totale, stando all’articolo di Vincenzo Tessadori della Stampa del 29 maggio 1981, la banda aveva progettato ben 364 estorsioni, portandone a compimento solo due. I proventi di queste attività criminali sarebbero servite ai “profughi cileni”, anche se i militanti socialisti cileni esclusero, durante il dibattimento,  di aver mai chiesto soldi a questi italiani. Più probabilmente si trattò di un tentativo dei servizi segreti di inserirsi nell’estrema sinistra.

Ma come siamo arrivati, noi che vi scriviamo da queste colonne, al caso di Abano Terme? si chiederà qualche magistrato che per sbaglio finirà sul nostro blog. E’ molto semplice, dal dossier cecoslovacco sul caso Ceccobelli. Se infatti il postino di Fratta Todina c’entrava ben poco con il terrorismo, non si poteva dire la stessa cosa di Luciano Bottoni. Anche lui se ne andava in giro con la macchina per l’ex Cecoslovacchia nel giugno del 1977.

E l’STB, il servizio segreto comunista di Praga, in quei giorni gli italiani che passavano per il loro territorio li stava tenendo d’occhio tutti. Era in corso una vasta operazione antiterrorismo che faceva seguito alla denuncia della signora Barbara Slagorska Berardi: alcuni italiani, a suo dire, si preparavano a compiere attentati nei paesi ex sovietici.

Però la montagna partorì un topolino. Cioè di vero non c’era quasi nulla. Non furono trovate prove a quelle accuse. L’unico personaggio che poteva destare sospetti venne lasciato inspiegabilmente libero, ed era proprio il nostro uomo: Luciano Bottoni.

Un Luciano Bottoni, nato il 20-6-1939, partì dall’ex Cecoslovacchia il 9 giugno 1977 alle ore 8.30 con destinazione l’Italia. Che si trattasse della stessa persona poi arrestata dalla nostra magistratura perché legata alla bomba di Abano Terme lo dimostra il particolare che anche per l’STB questo Bottoni era vissuto in Germania, a Berlino, dove aveva lavorato come autista presso la ditta Schenker.

L’8 giugno 1977 durante un controllo a Breclav gli agenti gli avevano trovato addosso una pistola di fabbricazione cecoslovacca con delle cartucce. L’uomo si era difeso – scriveva il documento dell’STB – asserendo che le armi gli servivano per la difesa personale e le aveva acquistate a Roma al mercato nero. Dettaglio, anche quest’ultimo, che corrisponde perfettamente con quanto narrato dal giornalista Testa: Bottoni avrebbe comprato più di dieci pistole a Roma con passaporto rubato. In passato aveva viaggiato attraverso l’URSS altre due volte.

Sembra di capire (la traduzione non è chiara in questo caso) che Bottoni venne “rimosso dal treno” in Germania all’altezza della località Bad Schandau e qui sarebbero state adottate “le misure italiane”. Era già ricercato in Italia? Ma allora perché si attese lo strano attentato di Abano Terme per arrestarlo?

Torniamo all’articolo di Gian Pietro Testa dell’Unità. I giudici romani erano andati, dicevamo, fino a Bologna per saperne di più sui sindacalisti di Abano Terme. Il giudice istruttore Vito Zincani aveva scoperto dei collegamenti incredibili tra il terrorismo di sinistra e la CIA.

Il Sebartoli, uno dei due cui la bomba del 1979 era esplosa in mano, era strettamente legato a degli infiltrati dell’eversione internazionale: due cileni, un certo Salgado e Tachia Vicente Vargas. I due erano stati arrestati a Pisa nell’ambito di un’inchiesta sul gruppo “Azione rivoluzionaria” che faceva capo a un altro oscuro personaggio, americano in questo caso, che è la chiave per capire i contatti tra palestinesi e spie della CIA, Ronald Stark.

Ma a questo punto le indagini ufficiali si stavano arenando. Gian Pietro Testa aveva intuito che si preparava l’ennesimo insabbiamento. Del resto Ronald Stark era stato appena scarcerato proprio perché agente della CIA. Pochi mesi dopo altri tragici lutti avrebbero scosso l’Italia con la tragedia del DC-9 caduto a Ustica e la bomba del 2 agosto 1980 a Bologna.

Ma chi era Ronald Stark?

Di lui le cronache italiane e le trasmissioni sui gialli irrisolti si sono occupate a lungo. Interessante è però l’articolo del quotidiano svizzero Gazzetta Ticinese uscito a firma di Gianni Bucci il 21 ottobre del 1978, secondo cui Stark era “un ricco americano implicato nel traffico di droga, che pare abbia avuto un ruolo nel sostegno dei brigatisti rossi”.

Si presentava ai controlli con altri nomi: il britannico Terence Abbott, e il libico Alì Kouri o Kery. Stark, mentre era in cella, fornì una cartina di un campo di addestramento libanese per terroristi situato a Baalbeck “ad un giovane terrorista arrestato a Lucca”.

Si trattava di Enrico Paghera. Il campo di Baalbeck era controllato dall’Imam Moussa Sadr, scomparso in circostanze poco chiare da Roma nel 1978. Forse fu rapito e ucciso dagli uomini di Gheddafi.

Il 15 aprile del 1983, quando Stark fu arrestato nuovamente in Olanda, Gianni Marsilli dell’Unità scrisse uno dei migliori ritratti di questo personaggio. L’americano si qualificava come un “palestinese apolide”, sostenitore della causa araba. Era “scuro di pelle, baffi spioventi e corporatura robusta, colto e plurilingue”.

Secondo dei testimoni avrebbe avuto un ruolo nell’attentato di Fiumicino a un aereo israeliano, nel 1973, in cui persero la vita 34 persone. Intratteneva anche – sempre secondo l’articolo dell’Unità – “rapporti frequenti con i libici come faceva una certa parte della CIA americana”.

“Con ogni probabilità – proseguiva il pezzo – Stark era un infiltrato dei servizi americani nelle frange più estremiste delle organizzazioni palestinesi, con compiti di destabilizzazione nell’area mediterranea e di contatto tra terroristi arabi e italiani.”

Ronald Stark contattò i personaggi più influenti delle Brigate Rosse, Curcio e Franceschini, ma fu tradito da quel Paghera a cui stava fornendo istruzioni su come recarsi al campo di Baalbeck. Ma Paghera disse cose ancora più importanti e gravi. Sarebbe stato proprio Stark a fargli avere una licenza di uscita dal carcere per andare a scrivere il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse sul lago della duchessa.

Quello che è certo è che l’americano anche in carcere intratteneva rapporti con i diplomatici americani, tanto da fornire, una volta scarcerato, come sua residenza, l’indirizzo del consolato americano a Firenze. Questo è quanto affermava in conclusione del suo pezzo Gianni Marsilli, che sottolineava l’importanza della pista armi-droga per comprendere il fenomeno del terrorismo, ossia per capire il contesto nel quale si sviluppava all’inizio degli anni Ottanta il terrorismo politico.

Stark non ammise mai ufficialmente di essere un agente della CIA, eppure gli americani non fecero nulla per ottenere un mandato di estradizione. Lo deduciamo spulciando i cablogrammi di cui disponiamo grazie a Wikileaks.

Promettevano alle autorità italiane di procedere all’arresto solo se il misterioso capellone si fosse recato spontaneamente negli Stati Uniti. Cosa che, probabilmente, non era nei programmi della CIA.

ABC España e La Vanguardia
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Incrocio Via Fani - Via Stresa
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Operazione Platon
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Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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