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Verso l’80° del Trattato di Pace

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Verso l'80° del Trattato di Pace

La mannaia del vincitore sul confine italo-francese

Mentre l’Unione Europa (realtà geopolitica, economica e militare comunemente ma erroneamente usata quale sinonimo di Europa, per di più senza la Gran Bretagna che ne è fuori) stenta a darsi un vero assetto federale e si continua a confondere le “nazioni” con i “popoli” e gli “Stati”, l’80° anniversario del trattato di pace che la Repubblica italiana fu chiamata a sottoscrivere rimane motivo di riflessione.

Una sconfitta strategica

Neppure per il Piemonte il 10 febbraio 1947 fu giorno di festa. Per gli italiani di Venezia Giulia, Istria, Fiume e Dalmazia la firma del Trattato di pace suggellò la tragedia in corso da quattro anni.

L’epurazione politica ed etnica attuata dalla Jugoslavia ai danni degli italiani e l’esodo forzato di circa 350.000 persone, in fuga dal regime comunista di Tito, sono documentati e fanno ormai parte della memoria nazionale.

Pressoché dimenticata è invece la rettifica della frontiera italo-francese imposta dal Diktat sottoscritta a Parigi con la propria stilografica, anziché con la “penna” predisposta dai “vincitori”, dall’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna.

Meno catastrofico sotto il profilo umanitario, ma altrettanto deplorevole sul piano politico e “morale” (per quel che la “morale” valse e vale nei rapporti di forza), il nuovo bislacco confine fu ispirato non già da una visione lungimirante della Nuova Europa ma dal tardivo neo-nazionalismo del governo di Charles De Gaulle, che aveva dichiarato nullo l’armistizio di Villa Incisa (24 giugno 1940), con la conseguenza che la Francia era ancora in guerra contro lo Stato d’Italia, quale ne fosse la forma istituzionale.

I termini della rettifica delle frontiere risalenti al 1° gennaio 1938 sono elencati dall’art. 2 del Trattato: il confine fu spostato a est per una profondità dai due ai cinque chilometri nelle zone del Piccolo San Bernardo, del Moncenisio e del Monte Tabor-Chaberton. Molto più afflittiva fu la nuova demarcazione nelle valli della Vésubie e della Roya.

La descrizione dettagliata della rettifica fu affidata all’allegato II del Trattato. In sintesi, la Francia inglobò il comune di Tenda e quasi tutto il territorio di Briga, che (previo plebiscito confermativo) erano rimaste italiane dopo la cessione della contea di Nizza e della Savoia da parte di Vittorio Emanuele II a Napoleone III, come previsto dall’alleanza politico-militare che aveva condotto alla vittoriosa guerra per l’indipendenza (aprile – luglio 1859) e all’acquisizione al regno di Sardegna della Lombardia (Mantova esclusa) e, in seguito, dell’Emilia-Romagna (Ducati padani e Legazioni pontificie) e del Granducato di Toscana.

Il progetto di revisione dei confini italo-francesi rimase a lungo sotto traccia, quasi fosse pressoché irrilevante. In realtà era imbarazzante. Nelle “Dichiarazioni” rese al Consiglio dei ministri degli Esteri riuniti a Parigi in preparazione dei trattati di pace, il 3 maggio 1946 (un mese prima della celebrazione del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente) il democristiano Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri dall’11 dicembre 1945, non ne fece alcun cenno.

Dopo l’assunzione arbitraria delle funzioni di Capo dello Stato (ore 0:15 del 13 giugno 1946) e il suo esercizio sino all’elezione di Enrico De Nicola a presidente provvisorio della Repubblica italiana (28 giugno), lo stesso De Gasperi il 10 agosto 1946 annunciò alla Conferenza di Parigi che l’Italia avrebbe presentato tramite suoi delegati il proprio punto di vista sulle linee di confine in corso di definizione. Il 28 agosto lo fece il socialista Giuseppe Saragat, ambasciatore d’Italia a Parigi.

Premessa la «volontà di andare incontro alle domande francesi» e di riconquistare l’amicizia franco-italiana «anche al prezzo dei più pesanti sacrifici», Saragat, antico allievo dell’Istituto “Germano Sommeiller” di Torino, concluse che «né il sentimento degli abitanti, né la lingua, né le ragioni geografiche ed economiche giustifica[va]no in alcun modo la rettifica pretesa da Parigi».

Però le sue osservazioni non mutarono di una virgola il testo del Trattato.

Per l’Italia il danno politico ed economico fu poca cosa rispetto all’umiliazione e al senso di frustrazione che ne derivò, e non solo in Piemonte.

Gli articoli 46 e 47 del trattato previdero lo smantellamento di tutte le fortificazioni esistenti entro 20 chilometri dalla frontiera e la smilitarizzazione perpetua di quella fascia di territorio, così implicitamente sottratto alla sovranità dell’Italia.

A differenza di quanto era avvenuto nei secoli dei secoli, sul fronte occidentale l’Italia fu messa “in condizione di non nuocere”: una sconfitta di portata storica.

Quando fu ignorato il concorso dell’Italia alla Liberazione d’Europa

A pagare in quei termini era soprattutto il Piemonte, una terra che aveva dato un alto contributo alla guerra di liberazione in tutte le sue fasi e componenti, sin dal primo Comitato militare del CLN subalpino, capitanato dal generale Giuseppe Perotti (catturato, torturato, condannato a morte e fucilato al Martinetto di Torino), e forte di numerose formazioni partigiane di orientamento monarchico, guidate da uomini di fegato come Edgardo Sogno, biografato da Luciano Garibaldi.

Per saperne di più basta sfogliare “La Riscossa” di Raffaele Cadorna e “Formazioni autonome nella Resistenza” (a cura di Gianni Perona, ed. FrancoAngeli, 1996).

Quel Piemonte poteva guardare negli occhi i neo-nazionalisti transalpini. Bastino due esempi. Il 19 dicembre 1943 si riunirono clandestinamente esponenti della cultura autonomistica e approvarono la Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine.

I monti uniscono, per chi li sa attraversare. Erano Emilio Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel e Mario Alberto Rollier. Impossibilitato a partecipare, Chabod inviò un messaggio. Erano cattolici e valdesi.

Accadde a Chivasso ove, quando divenne autonomo, l’Istituto Magistrale non per caso fu intitolato “Europa Unita”, nel ricordo di quel Convegno i cui propositi, a cominciare dal decentramento di poteri alle regioni, entrarono nella Costituzione di una Repubblica che li ignorò per decenni, arroccata nel recinto di nostalgie tardonazionalistiche.

L’altro possibile “vanto” del Piemonte erano gli “accordi” stipulati tra partigiani italiani e francesi nel maggio 1944: una delle pagine più interessanti ma purtroppo neglette della lotta per la liberazione dell’Europa dalle tossine del totalitarismo nazionalistico, incluso quello comunista sovietico.

Mentre questo è definitivamente scomparso con il crollo dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, il nazionalismo è ripreso a serpeggiare in molti modi e in altrettanti luoghi.

Da taluno, che ancora non ha scelto tra Federazione europea e sovranità nazionale, ancora oggi da alcuni è venerato come panacea contro tutti i mali del mondo.

Ottant’anni anni dopo la firma del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, stolidamente punitivo contro l’Italia, merita ricordare la Grande Illusione che animò i promotori e attori di una Nuova Europa, miranti a una libertà capace di instaurare pace effettiva tra i popoli e la loro federazione democratica, non inchiodata da interessi finanziari prima ancora che economici.

A idearli e a crederci fu anzitutto Tancredi Olimpio Galimberti (“Duccio”), figlio di un deputato originariamente garibaldino/radicale, giolittiano, antigiolittiano, filofascista, inventore del mito di Cuneo come culla della libertà, senatore del regno, uomo del Risorgimento nelle sue molteplici declinazioni.

Risorgimentale fu anche “Duccio”, militante del Partito d’Azione dall’autunno del 1942. Pronunciato dal balcone di casa il celebre discorso all’indomani della revoca di Mussolini da capo del governo, costretto alla clandestinità dopo la pubblicazione della resa incondizionata (8 settembre 1943), fondatore della banda “Italia Libera” a Madonna del Colletto (poco lontano da Cuneo) il 12 settembre, ferito a gennaio, nel maggio 1944, su suggerimento di amici e d’intesa con Ferruccio Parri, comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà”, avviò i primi contatti con esponenti della resistenza francese, ventilati dal tenente Costanzo Picco, che dopo l’8 settembre era rimasto in Francia. Obiettivo?

Nella certezza che gli anglo-americani avanzassero finalmente verso Roma e (come ripetutamente avevano fatto intendere) sbarcassero davvero in Liguria, occorreva fare fronte comune.

Mussolini, capo della Repubblica sociale italiana, intimò ai giovani di rispondere alla chiamata alle armi entro il 24 maggio 1944 e minacciò l’offensiva contro i “ribelli” (come riduttivamente eran detti i resistenti) anche con carri “ippotrainati”. L’estate era alle porte.

L’aviazione anglo-americana era padrona dei cieli. Non vi erano dubbi sull’esito finale. In quel clima, dopo un contatto al colle Sautron narrato da Giorgio Bocca, avvenne il primo colloquio a Barcelonnette il 22 maggio 1944 tra Galimberti e Lecuyer (nome di battaglia Sapin), rappresentante dei combattenti francesi.

Il passo successivo e concludente ebbe luogo il 30 – 31 maggio a Saretto, frazione di Acceglio, in alta Valle Maira. Come poi ricordò Max Juvénal, protagonista per parte francese con l’avvocato Jean Lippmann (nome di battaglia “Maurice Plantier”), «senza direttive né aiuto dei rispettivi governi», le due delegazioni si trovarono attorno alla tavola di una locanda, ricordata dalla lapide murata sulla sua facciata e conservata qual era da dottoressa Marta Arrigoni, che ne serba e arricchisce la memoria, in costante dialogo con l’Oltralpe.

Ne ha scritto nel volume “I Patti di Saretto del 30 – 31 maggio 1944 tra storia e memoria”, con ricca documentazione fotografica.

Il 30 le due delegazioni dovettero riparare all’addiaccio nel timore di un’imboscata. L’indomani, riprese le conversazioni, firmarono le “dichiarazioni”, politica e militare, retrodatate e ricordate dai francesi come “accords” e dagli italiani come “Patti di Saretto”.

Benché note, quelle “dichiarazioni” meritano di essere ricordate nei tratti essenziali, scritti da Dante Livio Bianco in “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese”, un libro pubblicato nel 1946 dal tipografo-editore Arturo Felici (partigianamente “Panfilo).

Esse sono state ripetutamente rievocate. Nel 2014 furono celebrate dalla presidente della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia, poi europarlamentare e ora consigliere regionale della Lega. Il 10 agosto 2024 sono stati ulteriormente rievocati con la presenza di militari italiani e francesi e con interventi di studiosi, tra i quali l’ex deputato del partito democratico Sergio Soave.

I rappresentanti dei due movimenti di liberazione dal nazifascismo dichiararono che «i popoli francese e italiano non avevano alcuna ragione di risentimento e di urto per il recente passato politico e militare, che impegnava la responsabilità dei rispettivi governi».

Affermarono la piena solidarietà nella lotta contro il fascismo e il nazismo e tutte le forze della reazione, preliminare per l’instaurazione delle libertà democratiche e della giustizia sociale in una libera comunità europea.

Riconobbero inoltre che la miglior forma “de gouvernement” per assicurare le libertà democratiche e la giustizia sociale è quella repubblicana. Prospettarono infine la collaborazione militare tra “maquisards” e partigiani.

La concordia discorde nelle file partigiane

Non risultano diatribe interne sorte sul versante francese. Molto invece si sa quelle divampate su quello “italiano”.

“Francia libera” combatteva contro chi le aveva dichiarato guerra e contro i collaborazionisti. In Italia, invece, una parte del “partigianato” combatteva anche contro la monarchia, che era riconosciuta dalle Nazioni Unite. Era lo Stato.

Ogni partito aveva le sue divisioni interne. Quindici anni di regime e la guerra in corso aveva insegnato poco anche a taluni nuovi “maestri di democrazia”.

La borgata di Saretto (Acceglio) con la Rocca Provenzale. I monti uniscono chi li sa percorrere
La borgata di Saretto (Acceglio) con la Rocca Provenzale. I monti uniscono chi li sa percorrere

Gli accordi di Saretto furono preceduti e seguiti da faide intestine tra gli esponenti apicali del partito d’azione. Occorre ricordarlo per comprendere come anche i più nobili propositi possano essere vulnerati da personalismi sconcertanti, tanto più fra persone che si battevano sullo stesso fronte.

Obiettivo precipuo di Giorgio Agosti, mente politica del Partito d’Azione piemontese, fu di escludere Duccio Galimberti dalla “scena finale” delle “conversazioni” italo-francesi. Era sospettato di ambire a ruoli politici nel dopoguerra anche grazie al vasto seguito personale. Fra altro, a differenza di Dante Bianco, egli non era mai stato iscritto al Partito nazionale fascista.

Non era noto, ma nell’estate del 1943 Galimberti aveva anche abbozzato un “Progetto di costituzione confederale europea ed interna”, scritto a quattro mani con Antonino Repaci, magistrato a Cuneo.

In esso il diritto di voto era riservato ai «cittadini maschi alfabeti, maggiorenni»; era «garantita la libertà di pensiero ma vietata la costituzione di partiti politici». Quindi donne e analfabeti nell’Italia Libera sarebbero rimasti “cittadini di serie B”. Mentre Vittorio Emanuele III mirava a sostituire il regime con un governo di politici Galimberti diffidava dei partiti. Aveva buone ragioni?

Il testo dell’accordo di Saretto, comunicato trionfalmente da Bianco ad Agosti risultò subito impresentabile al CLN del Piemonte. Meno ancora sarebbe stato accettabile dal governo. Il nuovo esecutivo presieduto da Badoglio, costituito a Salerno il 22 aprile 1944 con i rappresentanti di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi, si fondava sull’impegno dei ministri (e rispettivi partiti) a non interferire nella “questione istituzionale”.

La lotta di liberazione era come quella di Stalin: “guerra patriottica”. Era la direttiva impartita da leader sovietico a Togliatti, rimandato in Italia per frenare le velleità “rivoluzionarie” di tanti comunisti ignari delle intese tra i Tre Grandi (Usa, Urss e Gran Bretagna) sulla spartizione delle influenze. L’Italia era “a occidente”.

Il “documento” di Saretto finì nelle nebbie dei buoni propositi. Lo stesso accadde per il versante militare. Nelle lettere agli amici partigiani cuneesi Galimberti irrise al comandante partigiano Ezio Aceto (“Napoleone”) e ai due compagni partito, Agosti e Bianco (Cavour I e Cavour II) che tra loro si scambiavano perfidi sarcasmi su di lui, persino sulla sua “gloriosa ferita”.

Lo si legge in “Giorgio Agosti-Livio Bianco. Un’ amicizia partigiana. Lettere 1943 – 1945” (ed. Albert Meynier), con introduzione di Giovanni De Luna, non sospetto di velleità destrorse. Difficile pensare che su quelle basi davvero nascesse l’Europa dei popoli, liberi da antiche rivalità e da meschinità.

Poi avvenne quanto né gli uni né gli altri avevano messo in conto. Gli “americani” (con modesta “scorta” francese e nessun inglese, per non turbare gli umori gallici) anziché in Liguria sbarcarono in Provenza. Le bande partigiane italiane che ripararono oltralpe vissero sempre peggio. Spesso furono impegnate o si avventurarono in missioni difficili.

La Francia di De Gaulle mirava a tutelare i suoi interessi statuali permanenti, da Carlo Magno a Francesco I, da Luigi XIV a Napoleone. Era stata l’Italia a dichiararle guerra. Alla vigilia dello “sfascio finale” (aprile 1945) il colonnello inglese J.M. Stevens avvertì i partigiani piemontesi: in caso di conflitto con i francesi avrebbero avuto torto anche quando avevano ragione.

Dovevano salvaguardare gli impianti produttivi essenziali. I francesi svalicarono e arrivarono ovunque possibile. Confidavano nel principio arcaico “uti possidetis”. Pinerolo e Cuneo erano state a lungo assediate e dominate. Da lì si controllano Torino e la via verso la Liguria. A bloccarli e a rimandarli indietro, sia in Piemonte sia in Liguria, furono gli Stati Uniti.

“Vae victis”

A ben vedere il Diktat del 10 febbraio 1947 fu umiliante, ma sarebbe potuto andare anche peggio. Nei primi giorni della Liberazione non mancarono incidenti incresciosi tra militari francesi, partigiani italiani e popolazione civile.

Le “conversazioni” o “colloqui” del Sautron e di Barcelonnette e le Dichiarazioni di Saretto vennero narrati in versioni postume come “Accords” e persino quali “Patti” e ancora così vengono enfaticamente ricordati. Al pari dell’“arrangement” di Londra con il quale il 26 aprile 1915 l’Italia aderì alla Triplice Intesa, spacciato per “Patto di Londra”. Le mistificazioni linguistiche non cambiano i fatti.

A difendere l’italianità di Tenda provarono l’allora giovane storico Giorgio Beltrutti in un’opera ripetutamente aggiornata e ristampata, Vittorio Badini Confalonieri, i liberali e i monarchici. Altri, molto più numerosi, rimasero in seconda fila ed esortarono a “prendere atto”.

All’indomani dell’entrata in vigore del Trattato, il 12 ottobre 1947, il plebiscito confermativo bene orchestrato da Parigi attribuì 1445 “si” a favore della Francia contro 76 “no” in Tenda e 759 “si” contro 26 “no” a Briga (ormai divenuta La Brigue).

È questa la lezione che, al di là della retorica, impartisce l’80° anniversario del Trattato di pace, figlio della “resa senza condizioni” del 3-29 settembre 1943.

Chi dichiara guerra ha il dovere di vincerla; se la perde, ne paga le conseguenze. O forse decidere “dall’alto” di perdere una guerra è quanto occorre per sbarazzarsi di un regime per tanti anni plaudito da masse incoscienti.

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