
La celebrazione del 75° anniversario della Nato, nata come me nel 1949, se da un lato induce a ribadire l’appartenenza all’Alleanza Atlantica dell’Italia, come dato politicamente e geostrategicamente cogente, dall’altro pone una domanda: siamo una colonia degli Usa o degli alleati?
Sono nato in epoca di Guerra Fredda, dalla parte occidentale. L’Italia era uscita dalla guerra perdente, con un armistizio che era una resa incondizionata. Quando ho avuto l’età della ragione ho appreso che noi eravamo dalla parte degli Alleati. In effetti era vero, dato che essendo nato l’11 di agosto, ero già inserito nel Trattato del Nord Atlantico, ma a ben guardare, quando ho cominciato a leggere testi di storia, mi sono reso conto che l’Italia non era per niente alleata degli “Alleati”, ma stava con Hitler e con il Giappone, nell’asse Roberto (Roma-Berlino-Tokyo), che aveva perso la guerra, che aveva firmato una resa incondizionata, dopo aver fatto la solita giravolta, passando dall’alleanza con la Germania a quella con gli anglosassoni e con i russi (e tanti altri). Sui francesi è meglio stendere un velo pietoso, visto che la Repubblica di Vichy, ufficialmente indipendente, in realtà era uno Stato satellite del Terzo Reich.
Gli scheletri negli armadi è meglio dimenticarli, assieme agli armadi?
Grazie alla fuga del re e alla gestione del generale Badoglio, l’Italia ha vissuto una guerra civile, mentre le truppe anglosassoni la conquistavano pezzo per pezzo.
A contribuire alla liberazione del Paese ci sono stati i partigiani, equamente divisi in varie fazioni legate a inglesi, americani e russi, spesso in conflitto (anche armato) tra di loro.
Nel Nord Italia la guerra civile ha messo gli italiani l’uno contro l’altro e la recente ripubblicazione del libro di Gianpaolo Pansa, “Il sangue dei vinti”, ripropone una necessaria rilettura degli eventi che chiuda quella fase e la consegni alla storia, così come va consegnato alla storia il fascismo, smettendo di farne un uso strumentale da parte di chi, a corto di idee, continua ad usare l’antifascismo come unica bandiera alla quale attaccarsi.
Essendo l’Italia stata formata non dal Risorgimento (altra gran cassa con la quale fare i conti) ma dagli inglesi, con la complicità di Cavour e dei Savoia, in barba ai francesi (protettori del Papa) e agli austriaci (protettori del Regno delle due Sicilie), dopo che l’Italia, con una salto mortale con triplo avvolgimento, era passata dalla Triplice Alleanza (con Germania e Austria) alla Triplice Intesa (con Russia, Francia e Gran Bretagna), gli inglesi, per assicurarsi l’intervento italiano contro l’Austria ebbero in Benito Mussolini il loro agente.
Il legame Italia inglesi è dunque ombelicale.
Mussolini fu agente degli inglesi fino alla fine. Fine che, secondo alcune testimonianze, fu eseguita da un colonnello inglese con una calibro nove, salvo poi consegnare la salma alla sceneggiata della raffica di mitra.
Inglesi e americani decisero in seguito le sorti del Bel Paese. Prima di Yalta Churchill si mise d’accordo con Stalin affinché l’Italia rimanesse dominio inglese. Se oggi l’Italia è una Repubblica lo dobbiamo agli americani, altrimenti, se fosse stato per gli inglesi, saremmo una monarchia retta dai Savoia.
Gli americani avrebbero voluto avere Mussolini vivo, per fare una sorta di processo pubblico, ma evidentemente questo avrebbe reso palesi molte cose indicibili, come ad esempio la trattativa avvenuta sull’isola del lago d’Iseo tra tedeschi, fascisti e inglesi, al fine di convincere Hitler a volgersi contro la Russia, alleandosi con l’Inghilterra. Non andò così, ma l’Italia, tanto per cambiare, si stava prestando al gioco delle tre carte.
A guerra finita abbiamo finto a noi stessi di essere sempre stati dalla parte degli Alleati, mentre i fascisti erano gli altri, una sorta di alieni da sempre rifiutati dagli italiani, anche quando, osannanti, tifavano per l’impero. Improvvisamente i fascisti erano spariti e tutti erano diventati partigiani. Trasformismo intus et in cute degli italiani “brava gente”, soprattutto coerenti nelle alleanze.
Nel Dopoguerra fummo alleati mendicanti, in ricostruzione grazie al Piano Marshall, affidato a Alcide De Gasperi e a Giorgio Montini, ossia di fatto alla Chiesa Cattolica, identificata come unico soggetto radicato sul territorio e in grado di opporsi al comunismo.
Negli anni da alleati mendicanti siamo diventati alleati passivi e, in alcuni casi, anche alleati attivi, ma non proattivi.
E’ in questo bel quadretto di famiglia che si inseriscono i vari trattati, in parte palesi, in parte segreti, che fanno sì che gli anglosassoni tengano per le briglie l’Italia.
Vediamoli in sequenza e in sintesi.
Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington nel 1949 e ratificato con la legge 1° agosto 1949, stabilisce che i firmatari, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno la loro capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato.
Convenzione sullo Statuto delle forze (SOFA), firmata a Londra il 19 giugno 1951 e ratificata dall’Italia con la legge 1335 del 1955 (trattato di Londra o NATO SOFA). Stabilisce le norme generali relative alla presenza di personale di uno o più paesi Nato sul territorio di un altro Paese dell’Alleanza.
Convenzione di Ottawa del 20 settembre 1951, ratificata con la legge 10 novembre 1954 n. 1126, disciplina l’organizzazione della NATO (personalità giuridica, beni, locali, ecc.), il suo personale e lo status dei rappresentanti degli Stati membri presso l’organizzazione.
Protocollo di Parigi del 28 agosto 1952, ratificato con la legge 30 novembre 1955, n.1338, disciplina più nel dettaglio alcuni profili contenuti nel Trattato di Londra, occupandosi dello statuto dei quartieri generali militari internazionali.
Accanto ai trattati che interessano i membri della Nato, esistono gli accordi bilaterali USA-Italia.
Accordo bilaterale Italia – USA del 27 gennaio 1950 a Washington sull’assistenza difensiva reciproca.
Accordo Italia-USA del 7 gennaio 1952 a Roma sulla sicurezza reciproca.
Air Technical Agreement (Accordo tecnico aereo Italia-Usa) del 30 giugno1954. Definisce i limiti delle attività operative, addestrative, logistiche e di supporto che i velivoli americani possono effettuare sul territorio italiano.
Bilateral Infrastructure Agreeement. Accordo bilaterale italo-americano (BIA) sulle infrastrutture, stipulato il 20 ottobre1954. Regola le modalità per l’utilizzo delle basi concesse in uso alle Forze USA sul territorio nazionale ed è generalmente conosciuto come «Accordo Ombrello». In conformità al BIA sono stati approvati, nel corso degli anni, vari Memorandum d’intesa, tecnici e locali per regolamentare diversi aspetti connessi all’uso delle singole basi.
I due ultimi Agreement, come ha anche sottolineato il ministro Martino nel corso della comunicazione alle Commissioni Difesa di Camera e Senato del 21 gennaio 2003, hanno una elevata classifica di segretezza e non possono essere declassificati unilateralmente.
Eccoci giunti al punto fondamentale di questa riflessione. I due ultimi Agreement hanno un’elevata classifica di segretezza.
Inoltre, come si legge sul sito della Camera (https://leg16.camera.it/561?appro=327) : “Allo scopo di procedere alla revisione degli Accordi Tecnici è stato approvato il Memorandum di intesa (MOU) noto come «Shell agreement» del 2 febbraio1995, in attuazione del BIA del ’54, relativo alle installazioni ed infrastrutture concesse in uso alle Forza statunitensi in Italia. Esso prevede la stesura e la revisione del Technical Agreement (Accordo tecnico – TA) per ciascuna base utilizzata. Nel Memorandum si riconosce «l’opportunità di uniformare la stesura degli accordi tecnici che stabiliscono le procedure di applicazione del BIA per ogni installazione e/o infrastruttura e la necessità di definire le modalità per la restituzione delle infrastrutture…». A tal fine le Parti s’impegnano a negoziare nel quadro dei principali accordi esistenti, accordi tecnici per ciascuna installazione o infrastruttura (i modelli di tali accordi sono allegati al Memorandum e ne formano parte integrante). I modelli degli accordi tecnici in parola confermano che le basi militari utilizzate dagli Stati Uniti nel nostro Paese sono finora state soggette a una duplice forma di controllo operata dalle autorità militari statunitensi e italiane. I comandanti delle basi sono militari italiani ma essi non hanno poteri di controllo sostanziale sulle attività poste in essere dagli Stati Uniti, poiché si limitano a decidere in materia di numero dei voli, orari dei voli, responsabilità di assistenza al traffico aereo. Il controllo di carattere militare sul personale, l’equipaggiamento, i tipi di attività che vengono posti in essere dagli Stati Uniti ricadono nella competenza del comandante statunitense. Quanto al trattamento del personale delle basi, gli schemi di accordi tecnici rinviano alle disposizioni contenute nel Trattato di Londra. Il memorandum non incide sull’accordo del 1954 e successivi, ma vale per il futuro. Non si ha notizia di accordi successivi al 1995”.
Non è qui il caso di discettare sul segreto di Stato e sulla validità o meno della segretezza di documenti, anche se sulla questione esistono pareri assai diversi.
La tesi dominante tre i giuristi è quella dell’illegittimità dei Trattati segreti, in estrema sintesi, poggia sulla ricostruzione dei principi costituzionali in materia, su quella dei rapporti tra organo costituzionali (in particolare tra Governo, Presidenza della repubblica e Camere) e normativamente fa fulcro sull’articolo 80 della Costituzione.
Articolo 80 che recita: “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi”.
L’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreeement, risalenti al 1954, dopo la bellezza di 70 anni devono ancora essere tenuti segreti?
E quanto ancora di segreto c’è nei trattati di pace che non possa essere desecretato?
Il tema è fondamentale, in quanto, se la questione all’ordine del giorno nel mondo è il multipolarismo, ossia il riconoscimento di un nuovo equilibrio che vada oltre il disegno, fallito, degli Stati Uniti come unica potenza mondiale, è del tutto evidente che, per avere un Occidente che si proponga come tale, con i suoi valori di democrazia e di libertà, è necessario che all’interno dell’Occidente non ci siano colonie, ma alleati con pari dignità.
L’Europa non sarà mai quella che qualcuno ha ipotizzato come federazione di stati europei fintanto che non saranno definitivamente superati i condizionamenti post bellici della seconda guerra mondiale, in una logica di lealtà reciproca.
Celebrare il 75° della Nato significa andare oltre gli squilli di tromba (o dei tromboni plaudenti), per affrontare la realtà, che oggi si impone in un mondo che può precipitare sempre di più nel caos, oppure può ridefinire equilibri che tengano delle differenze e delle culture, senza pensare che il mondo non voglia altro che imitare il modello occidentale, tanto più se questo è declinato in “americanese”, dove ormai prevalgono ideologie nefaste come il woke, la cancel culture, il green, il transumanesimo e via elencando, in un misto di maoismo americanizzato e di nazismo eugenetico, ben accolto dai socialisti nostrani, che, abiurata la socialdemocrazia, si sono convertiti al fabianesimo amante dello stalinismo.





