
di Paolo Raffone
Nel 1945 le “democrazie competitive” prevalsero sui “sistemi monocratici” europei continentali e insulari asiatici. Nel mondo, i due grandi sistemi monocratici denominati “impero del male” rimasero attivi ma mutarono in “sistemi a pluralismo limitato la cui classe politica non rende conto del proprio operato”: La Cina maoista dopo il 1978, e l’Unione sovietica dopo il 1991. Come ebbe a scrivere Domenico Fisichella “il totalitarismo è mosso dalla volontà di far scomparire ogni forma di pluralismo reale e legale annettendosi un potere sulla società che non conosce limitazione alcuna. Se l’autoritarismo è per certi versi un tentativo di soluzione forte della crisi dello Stato, il totalitarismo si nutre di quella crisi portandola fino alle estreme conseguenze. Questo significa che, per quanto arbitrario un regime autoritario possa sembrare, rimane comunque vincolato al valore dell’ordine e della sovranità statale, e riconosce, anzi rafforza, il ruolo simbolico-rappresentativo dello Stato; mentre, qualunque sia la retorica impiegata da un sistema totalitario, esso si serve dell’apparato statale come di un mero organo funzionale, svuotandolo della sua prerogativa sovrana e accostandogli – in realtà contrapponendogli – il movimento prima e il partito poi, ai quali soltanto viene attribuita la vocazione di rappresentare l’intero”[1].
Purtroppo, da ventidue anni stiamo assistendo ad un pesante riflusso ideologico e culturale che oppone, nuovamente, la Völkischkeit (etno-nazionalismo, anche religioso) alla Staatsgläubigkeit (fede nello Stato) relativizzando, e talvolta eludendo, la Staatsbürgerschaft (essere cittadini in uno Stato di diritto) che due secoli fa è stata la grande conquista umana contro l’ancien regime. Sotto i nostri occhi, con sempre meno resistenza si sta realizzando una fusione tra sfera politica, sfera sociale e sfera privata, tanto da far sopravvivere lo Stato come mera facciata. Al “silenzio dei sudditi” tipico dell’autoritarismo si pretende la legittimazione tramite il consenso delle masse. Siamo confrontati ad un nuovo totalitarismo che, diversamente da quello storico, ha le sue radici nell’ideologia dell’anti-terrorismo che dal 2001 gli Stati Uniti hanno imposto come narrazione e come paradigma degli apparati di difesa e di sicurezza. Questa ideologia fu concepita nei comandi franchisti durante la guerra civile spagnola teorizzando che si dovesse fare limpieza (piazza pulita, sterminare) di tutti gli avversari ideologici denominati “terroristi”. Un’ideologia testata con la strategia della tensione in alcuni paesi europei (ad esempio: “la guerra non ortodossa” di Guido Giannettini; i “suicidi” in carcere di tutti i membri della Rote Armee Fraktion in Germania).
Chiarendo subito che è assolutamente normale che qualsiasi Stato è legittimato, anzi ha l’obbligo morale prima che giuridico, di prevenire, contrastare e sopprimere le attività violente e terrorizzanti, il problema risiede nella definizione di “terrorismo” (non a caso, inesistente nel diritto internazionale e molto diversa nei vari sistemi giuridici nazionali). Infatti, “terrorismo” è una categoria “ideologica” di fenomeni criminali comuni (ad esempio, insurrezione, omicidi, possesso e uso illegale di armi, ecc…) che varia secondo le culture, i tempi e le necessità del potere costituito. Nella categoria “terrorismo” rientrano una varietà di attività umane – dall’espressione del pensiero all’organizzazione o alla mera pianificazione – che hanno origini, spesso legittime, per contrastare un sistema di potere ritenuto illegittimo o per insorgere a fronte di condizioni di coercizione percepite, ma più spesso subite, come sistematiche violazioni del rispetto dell’identità e della dignità umana. Più che una definizione di “terrorismo” i sistemi di potere praticano piuttosto un “esorcismo” che ha obiettivi asimmetrici, sia rivolti verso l’opinione pubblica interna rassicurata dall’identificazione del “maligno” sia verso parti terze (ad esempio, altri Stati o “entità”) avvertiti di tenersi lontano. Il problema grave dell’ideologia dell’anti-terrorismo è che il “maligno” è identificato in un “avversario” trasformato in “nemico” (ad esempio, il comunismo, la jihad, ma anche qualsiasi altra idea o gruppo anti sistema). Un’operazione deliberata di delegittimazione che esclude ogni volontà di conoscere e capire le ragioni dell’altro (“l’asse del male” dell’amministrazione di GW Bush che infatti lanciò la “guerra al terrore” che si riteneva più concreta che non al “terrorismo”).
Nella pratica, l’applicazione dell’ideologia dell’anti-terrorismo conduce a commettere errori grossolani, colpendo spesso gruppi eterogenei di persone che non hanno compiuto, né immaginano di commettere, atti di “terrore”. Gli errori commessi nella “guerra alle forze del male” sono moltissimi, da parte di tutti gli Stati, compreso, da ultimo, Israele. C’è da chiedersi dell’efficacia di enormi e costosi sistemi di intercettazione, controllo e difesa armata contro “il maligno” a fronte di risultati discutibili mentre il prezzo politico e di legittimazione è incommensurabile. In questi giorni, eclatante è stato lo scandalo avvenuto nella nota emittente britannica BBC dove un giornalista ha definito come “militanti” i membri del movimento politico e insurrezionale palestinese Hamas. La censura ideologica ha preteso la correzione con la denominazione di “terroristi”. Un inedito nel liberaldemocratico Regno Unito! Altrettanto singolare è la diatriba tutta italiana sulla proiezione o meno della bandiera di Israele sulle facciate degli edifici pubblici, un “esorcismo” appunto. Intanto, l’ideologia dell’anti-terrorismo miete vittime sia sul territorio degli israeliani e dei palestinesi sia nel campo più grande della libertà di pensiero e di espressione. Raccapriccianti, sempre in Italia, sono le espressioni da curva degli stadi a favore o contro qualcuno o qualcosa, ma rigorosamente senza sapere e capire niente.
Non tutti si accomodano nell’assuefazione al nuovo totalitarismo e insistono a pensare, scrivere e parlare in modo libero e critico. Lo fanno come atto di coscienza nonostante i rischi personali e professionali. Negli ultimi tre anni – dalla “guerra al virus” alle guerre vere – abbiamo subito una impressionante avanzata del totalitarismo che vuole per certi versi realizzare una rivoluzione di tutti i valori e rapporti sociali, introducendo un nuovo sistema normativo e ideologico in grado di coagulare il maggior numero possibile di aderenti. In quest’epoca di comunicazioni digitali abbiamo già visto gli effetti nefasti di ideologie totalitarie come woke, cancel culture, green.
Resistere al nuovo totalitarismo è un dovere civico. In merito all’ultima guerra in atto e alle drammatiche decisioni che coinvolgono direttamente un grande popolo “c’è un tentativo totalitario, di annullamento di ogni opposizione, dissidenza. È la libertà di tutti noi, di ognuno di noi, la democrazia da noi, la libertà di espressione, di informazione ad essere in pericolo. Non si può tacere” (tratto da un post di Vincenzo Costa, Università Vita-Salute San Raffaele).
[1] D. Fisichella, Totalitarismo. Un regime del nostro tempo, Roma 1987





