di Vito Sibilio
parte terza
Stando alla nostra ricostruzione, sia la Gregori che la Orlandi dovevano essere liberate quando Agca cominciò a ritrattare la Pista Bulgara il 28 giugno 1983, ma vennero trattenute in attesa dei risultati della commissione bilaterale italo vaticana sull’Ambrosiano, rimandati sine die il 30 dello stesso mese. Il 2 luglio i vescovi polacchi in udienza avrebbero chiesto al Papa altri finanziamenti per Solidarnosḉ, cosa che avrebbe determinato il Ganglio a mantenere gli ostaggi. Al Papa si sarebbe fatto credere che i terroristi che avevano rapito la Gregori e la Orlandi fossero internazionali, ossia sovietici o bulgari o turchi, mentre erano interni. In quanto poi ai comunicati Turkesh e Phoenix, sarebbero stati alternativamente farina del sacco del Ganglio, dei suoi avversari e persino del Sisde. Una visione secondo me ottimistica ed incompleta. Innanzitutto gli ostaggi potevano essere restituiti solo quando Agca avesse ritrattato tutto e fosse stato scarcerato, cose per cui ci volevano anni. Inoltre, tramite la detenzione di Mirella ed Emanuela nulla poteva essere fatto per rimuovere Marcinkus e in effetti egli rimase a lungo al suo posto. Inoltre, i soldi per Solidarnosḉ erano arrivati spontaneamente dall’Ambrosiano e dalle sue consociate, non dallo IOR che, in ogni caso, non aveva una rete che potesse operare in Polonia. In quanto ai comunicati, credo che le rivelazioni di Bonhsack e di Wollf a Ferdinando Imposimato, che li attribuirono alla STASI, al DS bulgaro e persino al KGB, siano molto più autorevoli e molto ben riscontrate. Una cosa invece appare credibile, ossia che la notizia della morte della Gregori il 27 ottobre del 1983 fu una bugia, detta per determinare Agca a continuare la ritrattazione.
Praticamente per la Pista del Ganglio la Gregori, ma anche la Orlandi, stettero nei mesi del Sequestro come in una sorta di riposo forzato. A parte che della povera Orlandi furono recapitati un nastro con incise delle urla e una lettera agghiacciante, per non parlare della teste di Terlano che la vide in cattive condizioni fisiche, appare strano davvero che la Gregori non abbia mai chiesto di tornare a casa o di sapere se il padre aveva risolto i suoi problemi finanziari. Di certo il suo soggiorno fuori casa non fu sempre volontario, ma ad un certo punto fu imposto con la forza, almeno con quella del plagio ulteriore o del ricatto. Potrebbe persino essere stato possibile che, in seguito ad una sua ribellione, Mirella fosse stata uccisa, come suggerì in modo macabro un comunicato che parlava di un “errore tecnico” nella sua gestione. Ma rimane sempre molto più probabile, a mio avviso, che la serietà dell’accordo tra Italia e poteri di oltrecortina facesse sì che la Gregori non morisse. Anche perché rimango del parere che il Ganglio non abbia assolutamente gestito il Sequestro Gregori, ma sia stato solo depositario di brandelli di verità. Lo svizzero, la De Vito, le promesse per il padre, persino il rifugio di Santa Teresa possono essere veri, ma la gestione fu della STASI, del DS bulgaro e dei Lupi Grigi. Gli agenti infiltrati in Vaticano e forse la malavita romana fecero solo funzioni serventi.
A scopo intimidatorio, i vestiti originali della Gregori, mai rinvenuti, sarebbero stati disseminati negli studi di vari prelati in Via della Conciliazione, quando lei era già esfiltrata. Ma anche di questo tentativo di scandalo non sappiamo nulla.
In quanto al destino ultimo della Gregori, la Pista del Ganglio è enigmatica, come colui che l’ha aperta. In seguito all’assassinio di Caterina Skertl, che per Marco Fassoni Accetti fu opera del SISDE contro il Ganglio, per timore che la Orlandi e la Gregori fossero uccise, si decise di trasferirle fuori Italia. Lasciando stare la versione sulla Orlandi, che stando alle ricostruzioni fatte all’epoca da Imposimato fu trasferita molto prima, ossia in agosto 1983, si può credere che nel gennaio del 1984 Mirella Gregori e lo svizzero prendessero un aereo privato e andassero in Francia e da lì non si sa dove. La cosa è senza prove, ma Accetti fornisce un particolare che fa pensare. Quando Maria Vittoria Arzenton fu chiamata per confermare di aver riconosciuto nel 1985 in Raul Bonarelli l’uomo che si intratteneva con la figlia e con Sonia De Vito al bar di quest’ultima, prima che si recasse in Procura, venne contattata e invitata a recarsi, alla fine del 1993, in una data imprecisata, alle spalle del galoppatoio di Villa Borghese. Qui, in un camper, le avrebbero fatto incontrare la figlia, rientrata appositamente per lei, per chiederle di lasciar stare Bonarelli. Assicuratasi della salute di Mirella, forse intimorita per la sua sorte e per quella dell’altra figlia, Maria Antonietta, la signora Arzenton disconobbe Bonarelli. Ovviamente questa versione non ha alcun riscontro ed è rigettata con sdegno da Maria Antonietta che ancora si batte, con coraggio e dignità, per avere la verità sulla sorella e che volle così difendere la memoria della madre. Ma non si può negare che un simile ricatto poteva essere possibile. Di certo abbiamo che Bonarelli non era l’uomo degli aperitivi, ma gli somigliava molto, e che la sua incriminazione avrebbe scoperchiato un vaso di Pandora su quel che il Vaticano aveva sempre saputo sulla natura politica dei due Sequestri, condividendo queste informazioni anche col Quirinale. Perciò un esplicito disconoscimento di Bonarelli da parte della Arzenton sarebbe stato e fu più che provvidenziale. Va inoltre detto che, se l’accordo sull’insabbiamento della Pista bulgara da parte dell’Italia e del Vaticano è ancora valido, le due ragazze ostaggio dovrebbero essere ancora vive. Infine, come ha rilevato Marco Fassoni Accetti, se Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi fossero state ammazzate, avrebbero dovuto essere uccise – e anche subito- quelle persone che, a cominciare dalle amiche, avevano condiviso con loro i segreti iniziali delle sparizioni diventati sequestri. E invece queste persone sono ancora vive, anche se silenti. Del resto una enigmatica, duplice lettera del 25 marzo 2013, indirizzata a Maria Antonietta Gregori e a Raffaella Monzi, amica storica di Emanuela Orlandi, iniziava dicendo “non cantino le due belle more” e proseguiva con chiare minacce di morte. Dopo due giorni si aprì la Pista del Ganglio. Ora, credo che la Gregori e la Monzi non abbiano nulla da dire che non abbiano già detto. Ma, se la missiva – che quasi sicuramente era solo un volgare trucco per attirare l’attenzione sulla nuova Pista – fosse presa per buona, quelle parole potrebbero essere anche un messaggio che, tramite la stampa, doveva giungere alle due ragazze da tempo scomparse, ma vive, qualora avessero avuto la tentazione di dire dove si trovavano. Il congiuntivo esortativo è infatti al presente e tutto sommato le uniche che potrebbero confermare tutto quel che si dice sul conto della Orlandi e della Gregori sono loro stesse. Ecco perché alla fine l’appello, di tutti i protagonisti della vicenda, è sempre quello: chi sa, parli. (fine)




