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DETERRENZA NON È FARE CARRI ARMATI PER SALVARE LA GERMANIA

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Putin è alle porte. Putin invaderà l’Europa. Putin vuole fare la guerra alla Nato.

Dopo aver sparso ai quattro venti la nuova narrazione, destinata a creare paura e condivisione per il cosiddetto riarmo (leggi dare alla Germania i soldi per convertire le sue industrie a spese nostre), si mettono ancora una volta da parte i concetti di difesa, di sicurezza e di deterrenza. Concetti che non necessariamente coincidono con quello di riarmo, se, per riarmo, si intendono le produzioni di carri armati, obici e munizioni.

“In un mondo interdipendente ed iperconnesso – scrive in proposito Niccolò Petrelli (La deterrenza nel XX secolo), incideranno sempre più sulla capacità di esercitare potere nel sistema internazionale la capacità di sviluppare e applicare tecnologie innovative, nonché di definirne gli standard di impiego in ambito internazionale, il capitale umano, la capacità di generare, acquisire e proteggere informazioni e posizione all’interno dei sempre più densi network internazionali.[i]

“La deterrenza – prosegue Petrelli – non solo continuerà ad occupare un ruolo nel quadro della politica estera degli attori globali in campo militare (nucleare e convenzionale), ma molto probabilmente sarà presente anche in altri ambiti, si pensi ad esempio alla questione dei network (commerciali, infrastrutturali ecc..) ed alla possibilità di sviluppare forme di deterrenza basate sul gatekeeping, ovvero sulla minaccia di

estromissione (o declassamento) di un attore dal network stesso. La deterrenza assolverà

dunque il ruolo sia di strumento di gestione dei conflitti, sia di strumento di competizione. La

differenza fondamentale rispetto al passato è il ruolo che essa andrà ad occupare”.

Quando si parla a vanvera di miliardi per il riarmo è di questi concetti che si dovrebbe tener conto, per il semplice motivo che non siamo più alla proclamazione che ho la clava più forte della tua e dietro di me c’è anche mio fratello che ha una clavone che ti spacca in quattro.

Oggi siamo di fronte a guerre ibride, la cui teorizzazione risale al 1996, con un famoso studio (Guerra senza limiti) di due ufficiali cinesi: Qiao Liang e Wang Xiangsui.

Siamo di fronte a guerre multidominio, dove una sola arma di per sé vuol dire poco se non è inserita in una rete.

L’esempio di un F35, definito da chi se ne intende “un computer con le ali”, costantemente in rete con enormi data base, che non solo è in grado di colpire, ma può dare modo ad altri di colpire, è paradigmatico.

Molto oggi è da considerare in merito al dominio cyber.

In “Network Centric Warfare”, “Guerra Centrata sulla Rete”, edito da CCPR, si legge: “La guerra è un prodotto della sua epoca. Gli strumenti e le tattiche di combattimento si sono sempre evoluti insieme alla tecnologia”.

“La guerra nell’Era dell’Informazione – scrivono gli autori del rapporto – incorporerà inevitabilmente le caratteristiche che distinguono questa era dalle precedenti. Queste caratteristiche influenzano le capacità portate in battaglia e la natura dell’ambiente in cui si verificano i conflitti. Spesso, in passato, le organizzazioni militari hanno aperto la strada sia allo sviluppo della tecnologia che alla sua applicazione. Oggi non è più così. I principali progressi nella Tecnologia dell’Informazione sono guidati principalmente dalle esigenze del settore commerciale. Inoltre, la Tecnologia dell’Informazione viene applicata commercialmente in modi che stanno trasformando il mondo degli affari a livello globale”.

“Nel settore commerciale – si legge nel rapporto Network Centric Warfare -, i concorrenti dominanti hanno sviluppato una superiorità informativa e l’hanno tradotta in un vantaggio competitivo effettuando il passaggio a operazioni network-centric. Hanno raggiunto questo obiettivo sfruttando la tecnologia dell’informazione e co-evolvendo le loro organizzazioni e processi per fornire maggiore valore ai clienti. La co-evoluzione di organizzazione e processi è alimentata da una serie di tendenze emergenti, mutuamente rinforzanti, che collegano la tecnologia dell’informazione a una maggiore competitività. Concetti simili stanno iniziando a radicarsi nel pensiero militare, con nuovi concetti, piani ed esperimenti. Per questo motivo, gli sviluppi nel settore commerciale sono significativi e degni di nota, poiché offrono spunti sul potenziale potere della superiorità informativa nella conduzione delle operazioni militari. La “Network Centric Warfare” (NCW) è il termine migliore sviluppato finora per descrivere il modo in cui ci organizzeremo e combatteremo nell’Era dell’Informazione. Il Capo delle Operazioni Navali, l’Ammiraglio Jay Johnson, l’ha definita “un cambiamento fondamentale dalla guerra incentrata sulle piattaforme”. Definiamo la NCW come un concetto di operazioni abilitato dalla superiorità informativa che genera un aumento della potenza di combattimento attraverso la connessione in rete di sensori, decisori e operatori armati per ottenere una consapevolezza condivisa, una maggiore velocità di comando, un ritmo operativo più elevato, una maggiore letalità, una sopravvivenza migliorata e un certo grado di autosincronizzazione. In sostanza, la NCW traduce la superiorità informativa in potenza di combattimento collegando efficacemente entità informate nello spazio di battaglia”.

Per affrontare davvero la questione della deterrenza, questa va coniugata con una cultura della difesa e della sicurezza che prende in esame un insieme di fattori che non sono solo quelli dei nipotini del fucile 91 che spara bene e non fa fumo.

La guerra di oggi è complessa, ibrida, senza confini e non è riducibile alla ristretta questione di armi che fanno bum bum.

La deterrenza non è più semplicemente attribuibile all’orizzonte della punizione, della rappresaglia, di un costo o di un dolore più grande di quello inflitto a chi subisce un’aggressione. Guarda che se mi attacchi ti farò malissimo, tanto male da fartene pentire per sempre, quindi non attaccarmi.

Non è nemmeno riducibile alla possibilità di negare all’avversario il vantaggio derivante da un’azione.

La deterrenza deve avere come proprio bagaglio non solo le potenzialità dell’avversario, ma anche la conoscenza delle percezioni, della psicologia e dei sistemi di valori di chi abbiamo di fronte.

La deterrenza, inoltre, deve essere analizzata nel contesto geopolitico, storico, psicologico e culturale in cui le strategie venivano sviluppate.

L’esempio del conflitto in atto con la Russia è eclatante. Si continua a dipingere Putin come un autocrate comunista che opprime il suo popolo e che vuole conquistare l’intera Europa, secondo posizioni ideologiche irreali, che non consentono di tener conto della storia della Russia, di come pensano i russi, non Putin, di come i russi percepiscano il loro spazio vitale, senza il quale sono disposti a qualsiasi azione.

Dobbiamo studiare i russi, non Putin, pensando che i russi siano tutti abitanti delle zone Ztl e che aspirino a diventare occidentali. Rileggere o leggere Guerra e pace di Tolstoj non farebbe male.

In un mondo dove conta molto la propaganda e dove i media creano la realtà al di là della realtà, può contare una deterrenza tentata attraverso la delegittimazione dovuta alle narrative. Non facile, perché le narrative, in un mondo globalizzato, sono diverse a accessibili.

Il concetto di sicurezza, che dovrebbe essere la sottostante a quello di deterrenza, contempla investimenti, azioni, politiche volti a infrastrutture capaci di rendere forte un Paese. Un esempio è quello dei cavi sottomarini per le comunicazioni da mettere in sicurezza. Un altro esempio è quello dei satelliti. Un altro ancora è quello della cyber security.

Non è qui il caso di proseguire. Il senso credo sia stato dato e sia sufficiente per far capire che il riarmo dell’Unione Europea non solo è un pallone gonfiato, ma è semplicemente una ipocrita denominazione di una politica che dovrebbe chiamarsi riconversione tedesca al fine di salvare la Germani dal fallimento green.

Non è producendo ferraglia che si attua una deterrenza utile, seria, di lunga durata, ma programmando interventi molteplici e in rete, secondo una visione che necessita di neuroni da parte di una classe politica europea che ne è priva.

 

[i] Niccolò Petrelli,  La deterrenza nel XX secoloStart/Insight

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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