
Decisione presa. Israele non torna indietro ed entrerà nella Striscia di Gaza.
Il ministro della Difesa di Israele, Yoav Gallant, pur non dicendo quando avverrà, ha illustrato le fasi dell’operazione contro il gruppo armato palestinese nella Striscia di Gaza, durante una riunione della commissione per gli Affari esteri e Difesa.
Nel frattempo un totale di 175 camion carichi di aiuti umanitari attendono di attraversare il punto di frontiera tra l’Egitto e l’enclave palestinese, ma a quanto pare il concetto stesso di aiuti umanitari ha un suo corrispettivo nel rilascio degli ostaggi: uomini, donne e bambini rapiti nelle loro case dai miliziani di Hamas.
Gli aiuti umanitari non possono essere a senso unico. Prima il rilascio degli ostaggi, che è una priorità umanitaria, poi si aprono possibilità per il resto.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno identificato finora 203 ostaggi nelle mani del movimento islamista palestinese Hamas nella Striscia di Gaza, inviandone notifica alle rispettive famiglie. Lo ha annunciato il portavoce delle Idf, Daniel Hagari, precisando che il numero di ostaggi non è definitivo.
Il ministro degli Esteri Eli Cohen ha incontrato ieri 22 diplomatici di Paesi i cui cittadini sono stati rapiti da Hamas, per discutere di uno sforzo congiunto per liberare gli ostaggi.
Insieme, hanno chiesto il rilascio immediato degli ostaggi e hanno chiesto che alla Croce Rossa fosse permesso di visitare e “verificare le loro condizioni e la situazione”.
“I crimini di Hamas sono imperdonabili. Il rapimento di civili, inclusi neonati, bambini, donne e sopravvissuti all’Olocausto, è contro ogni legge internazionale e ogni norma umana”, ha affermato Cohen.
Pertanto quando il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ricorda che la popolazione che vive nella Striscia di Gaza necessità di aiuti “il prima possibile e in grande quantità”, affronta solo uno dei problemi, mentre la questione degli ostaggi rimane prioritaria. Guterres ha spiegato che gli aiuti “rappresentano la differenza tra la vita e la morte per la popolazione di Gaza”. Il ragionamento vale anche per gli ostaggi.
A quanto si apprende, comunque, Israele è intenzionato a fare pulizia completa nella Striscia di Gaza.
Il ministro della Difesa di Israele, Yoav Gallant, come s’è detto, ha illustrato le fasi dell’operazione contro il gruppo armato palestinese nella Striscia di Gaza, durante una riunione della commissione per gli Affari esteri e Difesa. “Il 7 ottobre – giorno dell’attacco di Hamas a Israele – è il giorno che ha dato inizio al processo di distruzione di Hamas”, ha affermato il ministro, che ha delineato tre diverse fasi dell’operazione. La prima prevede “una campagna militare con l’uso di armi da fuoco e poi con manovre tattiche, il cui scopo sarà quello di assassinare gli operativi e danneggiare le infrastrutture” in uso ad Hamas, ha affermato Gallant. Successivamente, i combattimenti proseguiranno “con un’intensità minore”. La fase finale prevede la “creazione di un nuovo regime di sicurezza nella Striscia di Gaza, la rimozione della responsabilità di Israele – attualmente l’enclave dipende dallo Stato ebraico per risorse idriche, elettriche e di carburante – e la creazione di una nuova realtà di sicurezza per i cittadini di Israele”, ha concluso Gallant.
La rimozione delle responsabilità significa che la Striscia di gaza dovrà trovare chi fornisce risorse idriche, elettriche e carburante, la qual cosa non può che chiamare il causa l’Egitto.
Non a caso oggi al Cairo Abdel Fattah al-Sisi ha convocato un vertice internazionale per la pace, al quale parteciperà anche il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.
Al vertice partecipa anche il Presidente dell’ANP (Autorità nazionale palestinese) Mahmoud Abbas. È prevista inoltre la partecipazione anche del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.
I Paesi partecipanti sono: Egitto, Giordania, Turchia, Grecia, Cipro, Italia, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.





