
di Giuseppe Augieri
800 miliardi. Ursula Von der Leyen sa che il debito comune caldeggiato dall’ex Bce Mario Draghi incontrerebbe troppa resistenza. Meglio, quindi, chiedere uno sforzo ai bilanci dei singoli Stati. Che però versano in situazioni molto diverse tra di loro e potrebbero accusare il colpo dell’ esplosione del debito non nella stessa misura. A cominciare da Germania, Francia e Regno unito, che si candidano per essere tra i principali Paesi Nato a compensare il sempre più incerto impegno americano per garantire la sicurezza europea. E Italia… Perché poi il debito, autorizzato, va pagato.
Intanto la Germania corre da sola. «Le solide finanze pubbliche… offrono una flessibilità sufficiente per finanziare l’ingente stimolo fiscale senza significativi aumenti di tasse o tagli di spesa in altri settori», dicono gli analisti. Inoltre l’investimento tedesco riguarderebbe anzitutto infrastrutture e riduzione del gap tecnologico soprattutto nei confronti dell’Asia.
Bene. Ma su quali basi?
La recessione in Germania ci ha fatto scoprire che sotto il cofano della “locomotiva” c’era un motore truccato. Non lasciamoci ingannare dai dati di oggi. Dal 1992 al 2020 Berlino ha seguito una strategia semplice e spietata: comprimere i salari, risparmiare sulla spesa sociale, usare l’euro come fosse un marco svalutato. La ripresa salariale reale data 2021 e, dopo la crisi del COVID (meno 5,4%), oggi ha recuperato tutto. Tutto questo non appare: ed il dato dell’aumento medio in termini reali dello 0,32% rispetto al 1992 (contrapposto al – 8,7% italiano) è vero ma contiene una bugia colossale dal punto di vista economico: se si fanno due conti, lo si scopre.
Il risultato? Un surplus commerciale sistematico, anno dopo anno, che ha superato il 6% del PIL che era il limite europeo. Non si è vista nessuna sanzione, nessun richiamo. Nel 2016 la Germania ha esportato per 297 miliardi, cioè più della Cina, senza che nessuno alzasse un dito. Tutti zitti, come lo si è stati sulle vicende bancarie ricche di scandali o come per il bilancio dello Stato truccato: il governo tedesco finanziava spese straordinarie fuori bilancio. Aiuti di Stato, che “vietava” a noi ed altri? Francia, Italia, Spagna sono stati costretti a rincorrere. Per stare in piedi nel sistema tedesco si è pagato il prezzo: su sanità, su scuola, sui salari pubblici. Sulla precarizzazione del lavoro. I dati sono lì: basta leggerli. Lo dico per onestà intellettuale nei confronti dei Governi italiani di quel periodo. Mario Draghi lo ha detto, ma solo nel 2024: «La Germania ha seguito una strategia deliberata per ridurre i costi interni e guadagnare competitività a spese altrui». Bravo, ma in ritardo. Nel 2017 erano gli economisti americani a sostenere: “Usano un euro sottovalutato come se fosse un marco debole”. E facevano pure i censori. Insomma “si gonfiavano di export e di moralismo”. Domanda: adesso il motore ripartirà ancora truccato?
I piani di riarmo di Merz mettono fretta agli altri leader. Per citare ancora Draghi, visto che è di moda, “il rischio per l’Europa è che solo uno dei Paesi si riarmi”. Non sembra sia così anche se vi sono meno margini di manovra per Francia e Regno Unito che però vantano una difesa più avanzata. Eserciti moderni e testate nucleari, queste ultime sinora inibite alla Germania che infatti chiede di “ovviare”. Ma l’impatto con il debito pubblico per Francia e Inghilterra sarà pesantissimo. Per l’Italia per ora è tutto in “mente Dei”. Nel Governo si litiga e Schlein, con Conte a sostegno, vuole sapere cosa pensa di fare Meloni… visto che nel Governo si litiga! Dov’è Ennio Flaiano?
Quando ho sollevato, e sollevo, perplessità sulla corsa a spendere per la “difesa europea” mi riferisco anche –anche e non solo – a questa regola aurea dell’attuale Europa. C’è chi comanda e tutti si adeguano e poi ne pagano conseguenze importanti. Questa Europa non va bene: se proprio deve darsi una difesa comune, quanto meno accompagni il progetto a sostanziali modifiche del suo essere. Non ho niente contro la Germania: ma essere preso per fesso no. Vale anche per quello che si preparano a fare Macron e Starmer. Ma questo è un capitolo a parte.
Ho qualche perplessità su questo progetto, ma non ne ho nessuna per un no assoluto se esso si dovesse svolgere senza che sia l’Europa a definire obiettivi finali, distribuzione delle produzioni, standard unici. Aspetto un avvio di progetto economico veramente europeo, che anzitutto non sia quello di entrare in una economia di guerra. Perché poi è come le ciliegie: una tira l’altra.
Solo una “curiosità”: L’economia russa è ormai così dipendente dalla guerra che tornare indietro sarebbe un’impresa al limite dell’irrealizzabile. L’anno scorso almeno il 40% della crescita economica della Russia è stata guidata direttamente dalla produzione legata al conflitto e secondo molti economisti una riduzione delle spese militari lascerebbe con tutta probabilità “una voragine ” nelle finanze del Cremlino. Questo senza contare i consumi interni, oggi sorretti da stipendi più elevati e da pagamenti alle famiglie dei soldati che vivono nelle aree più povere della Russia. Sarebbero falcidiati. “L’economia della morte” la chiama l’economista russo Vladislav Inozemtsev.
Ci siamo capiti?





