Ripresa dell’ascensore sociale e aspetti di povertà da sanare
Aggredire il basso livello retributivo. Perché la vita è troppo cara per tanti e, forse, troppi.
Dirò con franchezza che se fosse solo questa la motivazione, ci troveremmo ancora lontani dalla realtà.
La perdita di appeal sul mercato finanziario internazionale, ma attenti a capire il perché, e la compromessa capacità di scambi commerciali con l’estero, e anche qui le semplificazioni sarebbero completamente sbagliate, fanno diventare più che necessario, perchè il PIL aumenti, che si passi a un aumento dei consumi interni. Che non può che essere trainato da aumenti retributivi.
Aumentare i salari è un obbligo al quale concorrono tensioni macroeconomiche e crisi geopolitiche. E un terzo elemento che a me sembra più esplosivo di tutti.
Ma andiamo per punti.
La questione è sul tavolo. Fioccano le richieste di salari più alti per… e qui bisogna capirsi.
Un singolo aumento salariale non porta automaticamente ad alimentare l’inflazione. Un sistema di aumenti sì, specie se collegato alla diminuzione del potere d’acquisto. Si chiamava scala mobile: ora si cercano etichette diverse ma la sostanza resterebbe quella.
E se si vuole quella, la risposta non può che essere, come nel 1985, un secco no.
Se non si affronta il nodo della produttività, che consente incrementi salariali senza troppe conseguenze inflazionistiche, si fanno solo chiacchiere.
Idee e proposte sul come legare aumenti salariali alla produttività e, addirittura, se far precedere l’uno all’altro si sono appena abbozzate. Ma ci sono.
Nell’Italia dei misteri, dei sospetti, dell’odio si è discusso solo di altro. Un baratro creato da tutti. E nessuno può chiamarsi fuori da questa responsabilità.
Ma la produttività è da declinare in maniera del tutto diversa anche dal recente passato.
Che l’Italia sia quasi ultima in Europa è un fatto vero. Ed ora arriva l’AI che significa dimezzamento – e oltre – del lavoro di molte attuali mansioni. E c’è anche la robotizzazione con effetti ancora maggiori.
Dunque, una prospettiva di “efficienza”, che si può coniugare con la produttività. Ma con la tentazione che sia solo quella non umana.
Per quest’ultima il problema è legare gli aumenti retributivi ad una realtà che ha bisogno di tempo per una graduale trasformazione delle competenze – e, dunque, prim’ancora delle conoscenze e dunque del mondo della scuola – ma nel frattempo creare le condizioni organizzative perché questo processo sia guidato sin dal suo inizio.
Guidato dallo Stato, cioè da tutti, non da contrapposte conventicole. Perché inevitabili traumi vengano gestiti.
Aumentiamo i salari a chi? Alle figure lavorative che non avranno più patria nel mondo del lavoro?
E mentre li si “converte” professionalmente, li si lascia a zero retributivamente? E il tutto ancora scisso dalla riforma dell’organizzazione aziendale?
E il ceto medio sta a guardare?
Sì, anche questa ultima è una domanda che deve avere una risposta. Sulla crescita salariale convergono più urgenze e obblighi: quelle richiesta dalla mutata condizione macroeconomica dovuta alla mutata geopolitica; quelle legate allo tsunami che, complice una perversa volontà di non affrontare la novità, sta avvenendo nel campo della robotica e dell’elaborazione sotto i nostri occhi, ma non nella nostra mente.
Ma converge anche un’altra urgenza, incredibilmente pressante anche per gli effetti sociali e politici che ne derivano. E che ci viene gridata a gran voce dall’ISTAT.
Sbagliato leggere i suoi dati frettolosamente. Perché i fondamenti di una possibile rivoluzione tutt’altro che “di sinistra” ci sono tutti e vanno colti.
Il segnalato aumento della ricchezza finanziaria delle famiglie a reddito medio – alto va visto senza confondere un dato patrimoniale con una condizione di benessere diffuso.
Che il ceto medio sia tante tasse e nessun bonus è un dato chiarissimo. Sono stati messi pannicelli caldi. Lo riconosco, ma non servono come soluzione strutturale. I numeri sulla formazione delle ricchezze lo dicono.
Esplosivo è però soprattutto il dato che segnala l’ISTAT nel Rapporto annuale 2026: l’ascensore sociale, su cui intere famiglie hanno costruito speranze e sacrifici, non si è fermato: ha invertito la direzione.
Sarebbe un errore leggere questo dato come una fredda statistica economica. È prima di tutto una ferita pedagogica, una frattura nel patto che ogni generazione stringe, implicitamente, silenziosamente, con quella che viene dopo. Che deve avere maggiori speranze della generazione da cui proviene. È una condizione la cui soluzione diventa imprescindibile.
Dunque, alle urgenze macroeconomiche ed internazionali che impongono di rivedere i livelli retributivi per rilanciare il PIL, si aggiunge il dover difendere la stessa struttura civile del patto sociale.
Lo dico senza perifrasi: fatto per me drammatico perché i dati sulla povertà, quelli veri ISTAT e non quelli della propaganda, segnalano disagi sociali profondi nei ceti più deboli.
Convivono, perciò, ripresa dell’ascensore sociale e aspetti di povertà da sanare. E, dunque, un possibile conflitto sociale di dimensioni e virulenza che considero pericolosissimo.
In definitiva: un aumento delle retribuzioni è un “obbligo”. Vero. Ma quali? Quanto? E, soprattutto, a bocce ferme oppure come? Quando?
Diffido da chi dice che i salari vanno aumentati e si ferma lì. Un’operazione una tantum? E poi? Se non c’è un progetto, condiviso quanto meno negli obiettivi finali e aperto al confronto di opposte visione sui tempi e sulle gerarchie degli interventi, rischiamo davvero tanto.
La sinistra deve assumere su questo il ruolo dirigente qualunque sia la posizione numerica nel Parlamento. È anche nel suo interesse. E deve, perciò, fare qualche riflessione interna.
Due in particolare.
La prima: quando la dialettica diventa retorica, sono solo parole.
E poi: è bene ricordare Einstein: «Non possiamo risolvere i problemi con le stesse idee con le quali li abbiamo creati».





