È particolarmente strano che i grandi fruitori dell’orda barbarica introdotta su commissione estera per spazzare ed uccidere la prima repubblica oggi si trovino su quello stesso banco degli imputati. Sì, perché avendo tuonato populisticamente contro tutto e tutti ed aver iniettato il virus mortale delle democrazie ovvero la cultura del sospetto, oggi sono portati sul banco degli imputati dai loro ex amici. Dopo il sindaco di Milano, Sala, ora tocca all’ex sindaco Matteo Ricci candidato alla Regione Marche a settembre. Per fortuna Sala ha resistito come avrebbe dovuto fare anche l’assessore indagato. Al loro posto, per ora, si sono piazzati i 5 stelle che urlano come hanno fatto gli ex Pci da 30 anni in qua. Ora tocca a loro e ai garantisti come me si chiede di continuare ad esserlo e a ciò mi piego. Spero mi sia consentito di provare un “particolare piacere” nel vederli cuocere a fuoco lento dai lor ex amici ed alleati. La procura di Milano in primis e poi a seguirla quasi tutte le altre hanno fatto innestare nella mente degli italioti il virus della cultura del sospetto che, in alleanza con i media nostrani, ha spacciato il convincimento come verità empirica per cui la “percezione corruttiva” l’hanno fatta divenire fatto reale.
Anni fa, sull’emotiva ed irrazionale onda populista italica fu deciso, dalle procure e dai media, che l’Italia era un Paese totalmente corrotto! Proprio così! E agli scettici come chi vi scrive veniva mostrata la classifica di un’agenzia internazionale in cui ciò risultava. Questa cosa dava forza e vigore agli urlatori e forcaioli nostrani, 5 stelle ed affini in testa, che si distinguono sempre con una loro caratteristica frase: “Metteteli in galera e buttate via le chiavi!” poco tempo fa è stata pubblicato dall’Agenzia internazionale Transparency International la classifica del famoso “Corruption Perceptions Index – CPI”. Nel leggerlo resto basito perché scopro che un’agenzia mondiale si basa non su dati certi ed empirici ma sulla “percezione” di essi.
La cosa divertente se non fosse tragica sarebbe che tutti la prendono come una fonte divina ed inappellabile anche qui in Italia dove un Presidente dell’Anac ebbe a dichiarare a tal proposito che “……Dobbiamo guardare a questo dato con l’ottimismo della volontà, necessario a ripartire per guadagnare migliori posizioni in tale classifica. Per fare ciò è necessario – come giustamente raccomanda il rapporto di Transparency International – accrescere il livello di trasparenza sulla spesa pubblica ed in particolare sui contratti pubblici. In questo è assolutamente centrale il ruolo di ANAC…………”. Chiedo: cosa c’entra il dato empirico dei contratti pubblici con la percezione su cui si basa l’Agenzia? Proprio nulla in quanto ci possiamo inventare miracoli di trasparenza ed onestà ma se “percettivamente” rimaniamo il Paese della mafia e della corruzione non scaleremo mai quella bugiarda classifica.
Tre sono i grandi vizi capitali dagli occupanti della penisola: quello legato alla cultura del sospetto che è stata e, purtroppo, ancora è quella miscela esplosiva nata, sviluppatasi e ramificatasi come una vera metastasi in ogni cellula vivente del Paese negli ultimi tre decenni. Essa ha agito come elemento strisciante ed insinuante che ha, ormai, travalicato i fatti per quello che sono, fino ad eliminarne la ragion d’essere, cioè la loro stessa essenza. La cultura dietrologica, sorella minore di quella del sospetto, intravede sempre un’ansa nascosta che, spesso, non esiste e dove vengono riposti i peggiori semi del sospetto e li fa diventare fatti reali. Questo cocktail micidiale ha completamente avvelenato la nostra aria ed ha generato un male endemico di cui non ci si riesce più a liberare: la cultura del giustizialismo. A sua volta essa ha determinato quella forma paranoica e perversa della cosiddetta giustizia emergenziale che impone di adottare provvedimenti legislativi aberranti che attaccano e diminuiscono sempre più i diritti civili, economici e sociali dell’individuo.
Per potersi sviluppare e crescere tutta questa fenomenologia del terrore ha avuto un esasperato bisogno di quella che è chiamata giustizia mediatica. Infatti, solo con essa si riesce a condannare prima di qualsiasi effettiva sentenza giudiziaria. Il perfetto tritacarne nel quale e dal quale non si salva nessuno, neppure dopo l’assoluzione che interviene, spesso, a lustri di distanza.




