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CASO SALA , QUAL’E’ STATO IL PREZZO

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di Marco Pugliese
Caso Sala: qual è stato “il prezzo della diplomazia” e della libertà
L’Iran consegna Cecilia Sala e, come spesso accade in politica estera, il gesto non è mai gratuito. Non è questione di denaro, e chi pensa che tutto si riduca a qualche transazione economica non ha capito il gioco che si sta giocando. No, qui si parla di corridoi geopolitici, di sfere d’influenza e di una sottile rete di soft power in cui anche l’Italia ha una parte, volente o nolente.
Da sempre intermediario discreto nelle partite più complesse, l’Italia potrebbe avere un ruolo chiave nel nuovo corso iraniano. Masoud Pezeshkian, il cardiochirurgo diventato presidente nell’estate del 2024, ha segnato un cambio di tono rispetto ai suoi predecessori. Riformista? Forse. Opportunista? Probabile. Ma il suo Iran non è l’Iran che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. È un paese che cerca spiragli, che tenta di riaccreditarsi come interlocutore credibile su scala internazionale, in particolare nel Mediterraneo allargato.
La liberazione della giornalista italiana è un gesto che, letto con attenzione, svela molto di più di una semplice apertura umanitaria. È un segnale, un messaggio all’Europa e, soprattutto, a Roma: l’Iran è pronto a trattare, ma vuole qualcosa in cambio. E quel qualcosa non è solo politica o economia, ma un riconoscimento del suo ruolo strategico. Le voci che giungono da ambienti vicini alla diplomazia italiana parlano di un interessamento crescente di Teheran per il corridoio Iran-Iraq, un progetto che potrebbe ridisegnare le rotte energetiche e commerciali della regione. Qui, l’Italia, forte della sua posizione mediterranea e della tradizione di dialogo con il Medio Oriente, può inserirsi come partner privilegiato. Non è una questione di aiuti diretti, ma di costruzione di un sistema di alleanze dove Roma diventi il ponte tra Teheran e l’Occidente.

Corridio Iran Iraq

Ma attenzione: avvicinarsi all’Iran non è privo di rischi. Pezeshkian è un riformista, ma non può muoversi troppo lontano dall’ombra della Guida Suprema. Ogni concessione, ogni apertura, è sorvegliata e calibrata dal potere religioso e militare, che resta il vero fulcro del sistema iraniano. Collaborare significa accettare le ambiguità del regime, un equilibrio delicato in cui ogni mossa sbagliata può tradursi in un boomerang politico. Eppure, l’Italia ha un’esperienza unica nell’arte del compromesso. Può offrire una mediazione che non sia percepita come ostile né dall’Iran né dai suoi avversari. È su questo terreno che il governo italiano può muoversi, magari sfruttando la presidenza Pezeshkian per favorire aperture più ampie, che vadano oltre il rilascio di Cecilia Sala e includano progressi concreti nei diritti umani e nelle relazioni economiche.
Non sottovalutiamo un altro elemento: la cultura italiana è una merce di scambio potente. Nel soft power, l’Italia eccelle, e la sua capacità di proiettare un’immagine positiva e dialogante può servire a creare un clima più favorevole. Non è un caso se il rilascio di Cecilia Sala è stato accompagnato da dichiarazioni distensive, quasi a voler accreditare l’Italia come il partner ideale per una nuova stagione diplomatica. Pezeshkian sa che ha bisogno di alleati in Europa, e l’Italia, con il suo peso specifico, può essere il primo tassello di una strategia più ampia. A patto, però, di saper giocare la partita senza cadere nelle trappole di un regime che non ha mai abbandonato del tutto i suoi tratti più autoritari.
La vicenda di Cecilia Sala è solo l’inizio. Ora spetta all’Italia capire come capitalizzare questo gesto e trasformarlo in un’occasione per consolidare il suo ruolo nel Mediterraneo e oltre. Non si tratta solo di politica estera, ma di una scelta di campo che potrebbe influenzare il nostro futuro geopolitico. Perché, in fondo, il potere non si misura solo con le armi o il denaro, ma con la capacità di costruire ponti là dove gli altri vedono solo muri. E in questo, l’Italia ha ancora molto da dire.

 

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  • Redazione

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