
di Giorgio Cattaneo
Ormai il ridicolo non fa nemmeno più notizia: in tempi di “cancel culture”, vero e falso vengono allegramente capovolti ogni giorno. Poteva scamparla, un monumento della cultura mondiale come Dante Alighieri? Ma figurarsi: in una scuola di Treviso si è arrivati a dispensare dal suo studio i ragazzi di fede islamica. Come se Dante fosse un talebano cattolico, un invadente predicatore religioso. Peggio ancora: il web si è riempito di professoroni pensosi, che immaginano sia davvero giunto il momento di relegare nel dimenticatoio un autore così attempato e divisivo. Lo ritengono sicuramente islamofobo, avendo spedito Maometto all’inferno, e forse anche omofobo. In ogni caso, anziano: una specie di vecchio rimbambito, sconsigliabile ai giovani.
Proprio agli studenti è invece dedicato, in primis, lo spettacolo teatrale “La Ribelle Comedìa”, pensato e realizzato dalla professoressa Maria Castronovo con Adele Caprio. Missione: intanto, restituire a Dante quel che è di Dante. E soprattutto: svelare ai giovanissimi il vero messaggio dell’Alighieri, che è universale e travalica qualsiasi limite storico, culturale e religioso. In sintesi: siamo tutti uguali, tutti fratelli. Nessuno deve sentirsi battuto in partenza, ognuno è in grado di mettersi in salvo e di conquistare la sua felicità sulla Terra. Il lessico teologico cristiano della Divina Commedia? Ovvio: all’epoca, parlare in modo esplicito significava finire sul rogo.
E Dante non faceva certo eccezione. Gli inquisitori, che lo volevano morto, ne avevano preteso addirittura la salma per celebrare almeno un macabro processo postumo: le spoglie del Sommo Poeta non finirono arrostite solo grazie alla strenua, pietosa opposizione dei francescani di Ravenna. Di questo, innanzitutto – dice Maria Castronovo, sdegnata dall’iconoclastia oggi imperante – dovrebbero tener conto i cretini (in che altro modo chiamarli?) che pretenderebbero la messa al bando della Divina Commedia. Sai che novità, tra l’altro: «La Lupa dell’Inquisizione aveva posto l’ipoteca sul poema. Missione compiuta: di fatto, Dante è stato ininterrottamente censurato per 700 anni. Come? Evitando di svelare il reale messaggio contenuto nel suo capolavoro, destinato all’intera umanità».
Dopo anni di appassionati studi, la professoressa Castronovo – già insegnante in vari licei italiani – è pervenuta ad un risultato strepitoso: ha scoperto l’intima struttura geometrica ed esoterica della Commedia, una stella a otto punte con dentro un’altra stella a otto punte. Qualcosa di profondamente iniziatico, in senso pitagorico. Decisivo il meccanismo dinamico: la modalità di lettura, per poter accedere alla verità di Dante. Ecco lo scoop, come direbbe un giornalista: i canti non vanno letti di seguito, ma accoppiati. Ovvero: dopo l’1 il 51, dopo il 2 il 52, e così via. Ognuno è lo specchio dell’altro. Solo l’opposto contiene la spiegazione completa, quella vera. E questo restituisce un senso anche alla presenza di Maometto: il suo canto è sì all’inferno, ma è abbinato specularmente al canto del suo alter ego, San Francesco d’Assisi.
Ergo: solo a prima vista i due potrebbero apparire antagonisti. Non lo erano, infatti. Lo dimostra la stessa biografia di Francesco: viaggiò fino in Egitto, facendo amicizia col Sultano (guardacaso) per scongiurare una Crociata. «Chi è islamico non ha proprio nulla da temere, dal vero Dante. A parte il fatto che colloca il Saladino nel limbo, presentandolo come “grande anima”, Francesco – per Dante – è perfettamente simmetrico, rispetto a Maometto. Li vede come “colleghi”, quei due, e non si sbaglia: entrambi infatti hanno radicalmente riformato il loro mondo, ciascuno con i propri strumenti, rivitalizzando le loro comunità attraverso la medesima “coagulazione alchemica”. Dante poi aveva rispetto del messaggio evangelico, non certo del potere vaticano. E infatti mette in guardia i lettori: si tengano lontani dai poteri “scuoianti”, politici o religiosi che siano».
Saper leggere il vero Dante? È fondamentale. E proprio al suo “valzer dei canti stellati”, accoppiati in quel modo, Maria Castronovo ha dedicato un libro meraviglioso, in due volumi. Altra notizia: quel libro è disponibile gratuitamente, sul sito web della studiosa, insieme agli altri saggi dedicati alla ricerca sull’Alighieri. Il che è un’aggravante: chi oggi blatera del Dante “sbagliato”, facendo sfoggio di ignoranza abissale, non si è nemmeno dato la pena di leggerli. Né si è peritato di ripercorrere le pagine del “Convivo”: «In quell’opera è lo stesso Dante a spiegare che il suo poema ne contiene quattro. Allude ai quattro livelli interpretativi della Commedia. Ed è inaudito che ci si fermi ancora al primo, quello letterale, viziato dal terrorismo ecclesiastico dell’epoca: era impossibile esprimersi in modo chiaro, pena la vita».
Ovvio: i grandi scrittori ricorrevano a linguaggi in codice, proprio per sfuggire al carcere o al rogo. Utilizzavano l’espediente dell’allegoria, il secondo livello dantesco: dire una cosa per poterne far intendere un’altra. Poi c’è la terza lettura: quella etica, morale e filosofica («che vale più che mai ancora oggi, in questa nostra totale mancanza di morale, sul piano mondiale»). Nessuno, poi, era ancora arrivato a penetrare il cuore del pensiero dell’Alighieri: è stata proprio Maria Castronovo ad accedere al quarto livello, quello iniziatico. «È il livello anagogico, geometrico, pitagorico: i contestatori non lo capiscono, non sanno nemmeno di cosa stiamo parlando». Quindi, non hanno idea di cosa si perdano. «Il vero messaggio di Dante è questo: l’umanità non è stata creata per soffrire, come ci dicono le Chiese. L’umanità è nata per gioire e per vivere, non per limitarsi a sopravvivere. È nata per essere se stessa fino in fondo».
Non la si capisce, la Divina Commedia, se non la si legge accoppiando i canti, cioè rispettando la struttura geometrica del poema. «Allora sì che quel capolavoro rivela una potenza incredibile. E questo spiega tutto: anche il vero ruolo di Maometto, in quei versi. Il fondatore dell’Islam, infatti, “canta” insieme a Francesco d’Assisi: perché, proprio in quel modo, si superano e si riconciliano gli opposti». Altro esempio? Il “valzer” dei canti 50 e 100. Nel primo, interamente immerso nelle tenebre, Dante domanda all’eretico Marco Lombardo come mai agli uomini tocchi soffrire così tanto. E quello gli risponde: la colpa è nostra, non della divinità. Siamo noi a non “arrenderci all’amore”. Cinquanta canti dopo, ecco la conferma di Cacciaguida, immerso nella luce dei Fedeli d’Amore.
Dante – riassume Maria Castronovo – lavora sul piano evolutivo di tutta l’umanità. E dice che ogni individuo, “per se stesso preso”, può e deve salvarsi veramente, da solo. «Ciascun essere umano deve salvarsi da sé attraverso la strada dell’amore, di qualsiasi amore che possa essere predicato sulla Terra da parte di qualunque religione. Infatti Dante supera, scavalca e schiaccia tutti i confini del mondo: perché siamo uomini, viviamo sotto lo stesso cielo e abitiamo nello stesso universo. Inferno e paradiso? Dante sta parlando di alchimia: attraverso la sofferenza si può accedere alla felicità». Questo vale per tutti, ogni giorno. Ma ci sarà un tempo in cui saremo tutti più felici, qui sulla Terra? Dante ne è stra-convinto: fa dire a Beatrice che le “stelle propinque”, prossime a loro (ancora fermi all’Età dei Pesci, quella del sacrificio), lasceranno il posto all’Età dell’Acquario. Stelle che faranno tracimare l’acqua “senza danno di pecore e di biade”, e riusciranno anche a spiegare “l’enigma forte” del poema dantesco.
Ci siamo, infatti: e proprio a Maria Castronovo è toccato finalmente di svelarlo, quel famoso “enigma forte”. «Ci attendono 2.160 anni diversissimi da quelli che abbiamo appena superato. Qualcosa che spalancherà orizzonti: ecco il messaggio che Dante non poteva esplicitare». Che poi si possa arrivare addirittura a maltrattarlo e insolentirlo, chiedendo che il massimo poeta italiano sia estromesso dalle scuole, non è che l’ennesimo colpo di coda della Lupa dell’Inquisizione. «Il problema è che Dante – se lo si sa leggere – è pieno di messaggi meravigliosi: per lui siamo veramente dei miracoli viventi, siamo un miracolo che cammina. E siamo dentro un piano evolutivo, frutto di un progetto intelligente: siamo immersi dentro una bellezza di cui non conosciamo l’origine. Ecco perché Dante è così universale: sul piano filosofico, supera qualsiasi limite culturale e religioso».
Dice ancora la professoressa Castronovo: «Dante è un ribelle antisistema, perché i sistemi li ha superati tutti: vorrebbe veramente una specie di distillazione alchemica totale del pianeta. Come afferma lui stesso nella lettera a Cangrande della Scala: questo testo io l’ho costruito per l’umanità, perché l’umanità deve superare i suoi dolori, deve gettarseli dietro le spalle e deve poter vivere felice qui sulla Terra. Questo è il manifesto di Dante: felici in Terra, tutti». Messaggio potentissimo, fuori dalla portata degli ottusi che oggi dipingono l’Alighieri come un settario, un uomo sorpassato. E poi, onestamente, con che coraggio sputare sulla tomba di Dante? «Rischiò la vita, era sempre in pericolo. Personaggio attualissimo: già allora aveva capito dove ci avrebbe portato lo strapotere della finanza speculativa. La sua biografia è esemplare: un uomo scomodo, coerente e leale, pronto a sopportare ingiustizie e rinunce».
Difficile, per esempio, anche l’adozione della sua stessa lingua: «Scelse di scrivere in volgare fiorentino per essere compreso anche dalle persone più semplici, che quelle composizioni le cantavano nelle taverne. Rinunciando all’alloro e al latino, nonostante fosse ferratissimo in materia, rinunciò anche alla pensione di poeta, che veniva concessa solo agli autori in lingua latina. Dante lo parlava benissimo, il latino: in quella lingua ha scritto tante opere. Ma il suo grande poema doveva essere compreso da tutti, e quindi ecco la scelta del volgare fiorentino». Bellissimo idioma, peraltro, da cui nacque l’italiano che parliamo oggi. «Furono i letterati a decidere di parlare la lingua di Dante. Sono stati Ariosto, Tasso, Leopardi e infine Manzoni, che è andato a “sciacquare i panni in Arno”». Loro, i grandi autori, le intelligenze vive, decisero che potevano imitare la lingua fiorentina del Sommo Poeta. Escludere Dante dalle scuole? «Io invece – chiosa Maria Castronovo, con una battuta – esonererei tutti dall’insegnamento di Dante: dopo 700 anni, non hanno ancora capito cosa voleva dirci».





