
di Antonio Foccillo
Il 4 giugno ricorre la data dell’assassinio da parte dei nazisti di uno dei più fulgidi padri del sindacato italiano, Bruno Buozzi. Era un operaio ferrarese che partecipò all’inizio del ‘900 alle difficili lotte sindacali. Egli militò anche nel PSI nelle componente riformista.
Nel 1911 fu eletto segretario della Fiom. Buozzi divenne il leader di un sindacato dove non mancavano forti e autorevoli correnti rivoluzionarie, ma con il suo pensiero e la sua parola seppe conquistarsi l’affetto e la stima degli operai italiani che riconoscevano in lui uno di loro e un vero capo, autorevole e prestigioso grazie alla forza della sua integrità, del suo realismo pragmatico e della sua capacità di pensiero e di dialogo. Si dimostrò un grande organizzatore e la sua Fiom negli anni venti raggiunse 160 mila iscritti. Questa organizzazione con la sua direzione conquistò un importante il peso politico. La sua gestione si caratterizzò per le sue qualità: serietà, studio, approfondimento dei problemi del lavoro (non solo sindacali) ma anche quelli specifici della produzione dell’economia in generale. Esternava sempre ponderatezza nell’impostare le lotte e fermezza estrema nel condurle fino al raggiungimento di risultati positivi; manteneva contatti diretti con gli organizzatori e con le masse e partecipava alla loro vita quotidiana. Sotto la sua guida i dibattiti nelle riunioni e tutta l’attività sindacale assunsero presto un tono così alto da far diventare la Fiom esempio per le altre federazioni nazionali e per la stessa CGL.
Formatosi alla scuola del socialismo milanese, fu un riformista con ostinata coerenza per tutta la sua attività politica e sindacale, lucido innovatore, pioniere autentico dell’autonomia e della democrazia nel sindacato. Si propose di legare i grandi obiettivi rivendicativi per la pace e le trasformazioni economiche e sociali del Paese (suffragio universale, lotta alla guerra, abolizione dei dazi sui cereali, impegno contro il rincarto del costo della vita) con una politica di miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche e con le iniziative per lo sviluppo dell’occupazione.
Tre erano le parole d’ordine maturate da Buozzi per dare potere effettivo al sindacato, non solo in materia di distribuzione del reddito, ma sopratutto sugli investimenti, i livelli occupazionali, i meccanismi di accumulazione, le decisioni produttive e l’organizzazione del lavoro e cioè:
a) il controllo della produzione che implicava una democratizzazione della vita in fabbrica e l’introduzione di una sorta di moderna democrazia industriale;
b) i diritti di informazione secondo cui l’impresa doveva mettere a conoscenza i lavoratori della situazione e delle scelte produttive;
c) la partecipazione alla gestione delle imprese estesa in tutte le sedi in cui ci fosse la possibilità di sostenere e difendere gli interessi dei lavoratori.
Egli per primo in Italia pose il problema dello sviluppo della produzione che doveva avvenire in parallelo a quello dei beni strumentali e dei beni di consumo. Di conseguenza propose di puntare sull’espansione delle industrie di base, per realizzare la vera indipendenza economica e quindi della politica del Paese. Mentre combatteva la dura battaglia per i diritti degli operai siderurgici ne denunziava contemporaneamente le malefatte degli speculatori contro le maestranze, contro la produzione e contro lo Stato.
Buozzi indicò al movimento sindacale italiano il modo di impostare le lotte rivendicative dei lavoratori, non solo con l’attenzione alle ragioni sociali (la miseria, l’esigenze di vita, il diritto al lavoro) ma con quella più positiva ed efficace del confronto tenendo conto delle probabili obiezioni della parte avversa. Per Buozzi le rivendicazioni andavano sempre inquadrate con le compatibilità dello sviluppo produttivo, sui costi, sui rendimenti, sui mezzi tecnici, sulle condizioni economiche generali del settore, sulle possibilità dei mercati, sulla politica aziendale, sui rifornimenti e sui profitti, etc. Tutto ciò per essere preparati alle controdeduzioni e per incalzare le controproposte, non sulla contrapposizione ideologica delle scontro di classe, ma sul terreno delle argomentazioni e dei confronti, sul quale difficilmente si sarebbe potuto dimostrare l’infondatezza delle ragioni operaie.
Fu precursore di molte scelte che sono state poi fondamentali nel movimento sindacale contemporaneo. Buozzi volle la partecipazione alla vita sindacale non solo degli operai ma anche di altre figure professionali. Ma il sindacato di allora non si dimostrò maturo per questa impostazione e dovettero passare altri dieci anni fino a che ci si avviasse su quella strada.
La sua considerazione sul ruolo del sindacato in fabbrica si espresse in tutta la sua forza quando fu violenta la contrapposizione con i datori di lavoro nell’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920. Rispondendo all’obiezione degli industriali che nuovi aumenti e nuove concessioni normative avrebbero portato allo sfascio alle imprese, dichiarò che era stato fra coloro che avevano consigliato agli operai di valutare le condizioni delle industrie e non aveva intenzione di venire meno a questo assunto. Dopo aver spiegato che avevano fatto indagini e raccolto elementi prima di formulare le loro richieste disse che il dibattito sarebbe avvenuto fra competenti. Non spetta agli operai motivare che le richieste di miglioramento sono sopportabili dalle industrie. Gli industriali potevano pretenderlo quando avrebbero concesso di controllare seriamente l’andamento delle aziende industriali.
La partecipazione, idea forza di Buozzi, è stata sempre ostacolata oltre che dagli industriali anche dal massimalismo sindacale fino a farla diventare una parola offensiva e considerando chi la sosteneva un traditore o peggio ancora. Eppure la partecipazione nell’esperienza del sindacalismo riformista è stata sempre la bandiera di chi si batte da un lato per emancipare il lavoratore e dall’altro per garantire a democrazia nella politica economica macro e micro.
I concetti di Buozzi sempre precisi, motivati e a volte precursori dei tempi e la sua oratoria lo avevano portato a essere uno dei dirigenti più ascoltati e le sue argomentazioni confortate da documentazioni abituavano gli operai al ragionamento calmo e positivo. Egli si batteva per il progresso graduale delle condizioni dei lavoratori nell’Italia liberale ma il suo duro lavoro trovò forti ostacoli nel periodo fascista.
Nel partito era considerato riformista, aveva seguito Turati e Treves al tempo della sua permanenza a Milano. Nel 1919 fu eletto deputato per il partito socialista a Torino e a Napoli e optò per quest’ultima. Fu rieletto nel 1921 e nel 1924. Tenne il suo primo discorso in Parlamento nel 1920. Nel suo intervento illustrò tutte le richieste delle confederazioni: l’assicurazione sociale, l’emigrazione, i consigli di fabbrica, la socializzazione la durata e la sicurezza sul lavoro, i salari e in costo della vita. Il Parlamento che era quasi tutto ostile verso quell’operaio si dovette ricredere, sorpreso dalla serietà degli argomenti, oltre che dalla forma persuasiva del suo intervento. Nel suo primo discorso si definisce uomo di azione, di passione e di battaglia e afferma che alla Camera si parla troppo inconcludentemente e che il Parlamento potrà funzionare bene solo in giorno in cui sarà composto di rappresentati nominati anche dai produttori. Va ricordato che in quel periodo la classe dirigente e la stragrande maggioranza dei parlamentari erano espressione dell’élite dominante, cioè del blocco agrario meridionale e dell’alta borghesia del Nord.
Buozzi era un teorizzatore del rapporto stretto con il partito, in quanto ciò qualificava le lotte sindacali dal punto di vista ideale, ciò era finalizzato a una reale emancipazione della classe operaia e rifiutava il tatticismo e la politica del giorno per giorno. Valorizzava l’autonomia quando si contrapponeva alle logiche massimaliste sia all’interno del partito che del sindacato, Era in grado di capire e far capire quale dovesse essere il rapporto tra utopia, idealità e pragmatismo senza lasciarsi condizionare da giudizi che non fossero in linea con i suoi ideali di riformista.
Una sua importante dichiarazione di tolleranza, che lo caratterizzava nei rapporti, la fece dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche del 1920: “Noi non ci sentiamo di gridare al tradimento contro chi non ebbe allora le nostre idee e le nostre speranze, Giudicare traditori uomini che, in un determinato momento, in perfetta buona fede errarono sarebbe miserabile”.
Ancora oggi è una lezione quando ci si richiama a un modo laico e riformista di fare sindacato. Si deveno tenere in mente queste parole che rappresentano la continuità di un pensiero e sono esempio di coerente prassi democratica, aliena da logiche illiberali e intolleranti, tipiche di chi finalizza anche il lavoro sindacale alla realizzazione di un modello società comunque totalitario.
Con il regime fascista Buozzi fece la sua scelta coerente per la libertà e la democrazia. Infatti, fu antifascista ed esule in Francia. Venne anche attaccato ingiustamente da un lato con l’accusa di non aver rischiato e dall’altro di non avere respinto le avances che gli aveva fatto, tramite emissari, il regime fascista. Egli non accettò mai compromessi con il regime, pur avendo avuto minacce e blandizie sia dal governo fascista che da Mussolini. Anzi la sua condanno verso il regime l’articolava in modo netto, perché sapeva evidenziare accanto ai contenuti illiberali e demagogici anche gli insuccessi economici che smentivano la retorica del regime.
A Parigi la sua casa divenne il luogo di ritrovo degli uomini più rappresentativi degli antifascisti, compreso Turati, che venne negli ultimi anni della sua vita assistito dalla moglie e dalle figlie di Buozzi. Ritorno in Italia per combattere il nazifascismo e per riorganizzare il sindacato e vi trovò la morte. Fu arrestato a Parigi dai tedeschi e consegnato al governo fascista che lo condanno al confino a Montefalco.
Nel 1943 organizzò gli scioperi di marzo che diedero il primo colpo al regime. Dopo l’8 settembre 1943 fu nominato dal governo Badoglio, commissario per i sindacati dei lavoratori dell’industria delle disciolte corporazioni fasciste. Iniziò così la pratica attuazione dell’unità sindacale. Anche se l’armistizio dell’8 settembre del ‘43 interruppe il lavoro di riorganizzazione del sindacato libero e costrinse tutti coloro che si trovavano in territorio ormai occupato dei tedeschi alla clandestinità.
Uno dei momenti importanti dell’esperienza di Buozzi furono gli anni della costruzione del sindacato unico che portò al Patto unitario di Roma[1] con il confronto fra le tre anime sindacali, rappresentate dai socialisti (Buozzi), cattolici (Grandi) e comunisti (Di Vittorio). In particolare, la discussione partì dal ruolo del futuro sindacato e sul suo riconoscimento giuridico: per Buozzi, l’iscrizione al sindacato doveva essere obbligatoria per tutti i lavoratori interessati, con quotizzazioni ugualmente obbligatorie da trattenere sui salari e stipendi. Egli motivò le sue considerazioni con il fatto che questo sistema sarebbe stato l’unico in grado di dare valore ai contratti di lavoro e ne avrebbe imposto il rispetto e questo avrebbe permesso alla confederazione di penetrare in tutte le realtà, anche quelle più piccole e, conseguentemente, avrebbe dato maggiore forza e autorità al sindacato. Di Vittorio rispose che la posizione comunista era nettamente contraria, perché questo sistema, dal punto di vista strutturale, non differiva gran che da quello in voga nel periodo fascista. Egli propose, invece, un Sindacato libero, su basi democratiche, indipendente dallo Stato e da ogni influenza estranea alla classe operaia, nessuna obbligatorietà d’iscrizione, né di quotizzazione.
Furono avviati confronti, dai due, anche con la componente cattolica del sindacalismo, con la quale si riscontrarono posizioni altrettanto importanti e contrastanti spesso con le posizioni comuniste. La preoccupazione dei comunisti era quella di evitare che potesse esserci un accordo fra cattolici e socialisti, perché ciò avrebbe lasciato fuori i comunisti e avrebbe fatto venir meno, anche la possibilità di un sindacato unico.
I cattolici erano, infatti, più vicini alle posizioni di Buozzi: l’iscrizione doveva essere obbligatoria come pure le quote, con un riconoscimento giuridico da parte dello Stato e, quindi, avrebbe dovuto spingersi a una collaborazione con lo stesso. Altro tema di scontro fra le tre componenti, fu il ruolo nella contrattazione della nuova confederazione: per i cattolici soltanto le federazioni di mestiere dovevano svolgere questo ruolo. Esse avrebbero stipulato i contratti di lavoro mentre il ruolo della confederazione sarebbe stato solo quello di coordinamento delle varie federazioni di categoria. Anche per Buozzi e per i socialisti la federazione nazionale di categoria avrebbe avuto il compito fondamentale nell’attività contrattuale e generale, mentre le Camere del Lavoro avrebbero avuto quello di semplici organi di propaganda sindacale. Mentre per i comunisti il ruolo delle confederazioni sarebbe dovuta essere completamente all’opposto. Un altro punto fu la questione, operai – impiegati, che per Buozzi da sempre avevano l’identica legittimità a stare alla pari nella federazione di categoria.
Pur essendo le concezioni diverse, si arrivò alla fine alla mediazione fra le posizioni proprio con la definizione del “Patto di Roma”, che senza dubbio fu figlio di un’epoca, di un momento storico, di un’alleanza fra componenti ideali antifasciste. Le trattative, infatti, fra cattolici, socialisti e comunisti erano molto delicate, ma alla fine si raggiunse un compromesso, per la ricostruzione di un sindacato, dopo anni di dittatura.
Di Vittorio, per spiegare le posizioni di contrasto di Buozzi lo definiva riformista, quasi come fosse una connotazione del carattere e non una posizione ideologica. Anche se, successivamente lo stesso Di Vittorio recuperò questo termine considerandolo in modo più blando e definendo Buozzi: “Un riformista nell’anima”. Questa accusa-offesa rivolta ai riformisti è stata spesso una caratteristica dello scontro fra anime massimaliste e riformiste nel sindacato e nella politica.
Nel 1944 i tedeschi lo arrestarono, lo imprigionarono in via Tasso. Lo fucilarono tra la notte del 3 e la mattina del 4 giugno 1944, insieme ad altri tredici prigionieri in località La Storta, in via Cassia, a pochi chilometri da Roma.
Nel commemorarlo, il 4 luglio, Pietro Nenni, a nome del PSI, in una grande manifestazione popolare, disse: “Il suo sacrificio resta un simbolo di libertà e un esempio per tutti coloro che vogliono fare attività politica e sindacale”
Il “Patto di Roma”, fu firmato il 9 giugno del 1944, da Giuseppe Dì Vittorio (per i comunisti), Achille Grandi (per i cattolici) e da Emilio Canevari (per i socialisti). Non poté farlo, invece, Bruno Buozzi e per onorarne la memoria al testo del Patto fu apposta la data del 3 giugno 1944, ultimo giorno di vita di Buozzi.
Oggi la società è cambiata, i lavoratori sono cambiati e anche il sindacato è cambiato, ma la cultura riformista, gradualista, realista, pluralista e democratica deve essere ancora la bussola su cui si deve orientare il sindacato. Questa è una parte dell’eredita che Buozzi ha lasciato al movimento sindacale. Bisogna che esso ritrovi quella passione, quello spirito indomito e quella capacità di prevedere il domani di quegli uomini di allora, per arrivare a cambiare il modo di pensare e rappresentare la società e il mondo del lavoro. Certo, oggi, non è facile seguire questa eredità, ma quella lezione è l’unica perché conduce alla libertà, alla giustizia, e al progresso e può condurre anche all’unità del mondo del lavoro, anche in momenti difficili, se si scelgono contenuti e azioni strategiche di tipo riformiste[2].
[1] Fondazione Buozzi (a cura della) – Bruno Buozzi – cit. pagg. 160 e ss. – editrice Data ufficio – Roma 2004
[2] Ivi, A. Foccillo, Buozzi, la Fiom, la Cgil e la Uil. Pagg. 145/146





