
Biden non parteciperà alla cena di Mattarella organizzata dalla presidenza della Repubblica italiana al Castello Svevo in Brindisi.
La notizia scivola sui tavoli delle redazioni nel pomeriggio, accompagnata da una ridicola excusatio non petita che, comunque la si interpreti, per dirla in veneto, ci fa capire che “el tacòn xe pèso del buso” (la toppa è peggio de buco).
Il pranzo, comunque sia, è offerto dalla presidenza della Repubblica, ossia da quel Sergio Mattarella la cui bandiera sul Colle rappresenta l’Italia.
Non andare alla cena offerta dal capo dello Stato italiano, qualsiasi sia “el tacòn”, non regge: il buco rimane e le scuse fanno semplicemente ridere e mettono in evidenza la pochezza dello staff di Biden, che non riesce a nascondere quello che è il vero significato politico dello sgarbo fatto all’inquilino del Quirinale, per l’occasione ospite ospitante nel castello che fu di Federico II di Svevia (Stupor Mundi).
Cosa ci racconta la Casa Bianca? La portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ci dice di “non fare un caso dell’assenza del presidente Biden alla cena di gala. Saranno due giorni pieni zeppi di impegni. Non ne farei un caso se il presidente salta una cena”.
“Ci saranno molti incontri, molte sessioni di lavoro come sapete” ha detto la portavoce nel corso di un briefing. “Il presidente – ha aggiunto – sarà molto impegnato per i due giorni, due giorni e mezzo in Italia”.
Comunque lo si giri, el tacòn xe pèso del buso” (la toppa è peggio de buco).
Se Biden è così messo male da non reggere non una cena qualsiasi, ma quella con il Capo dello Stato, vuol dire che la sua autonomia è davvero al lumicino e questo è un pessimo messaggio per il mondo e per gli elettori Usa. Il vecchio Biden non regge più.
Se invece, come è del tutto pensabile, Joe Biden ha pensato bene di non incontrare Sergio Mattarella e di non essere suo ospite è perché vuole mandare un segnale chiaro che, proprio di fronte agli alleati del G7, il Capo dello Stato italiano non è più nelle corde degli Usa, i quali hanno scelto Giorgia Meloni come interlocutrice e non sono molto contenti che l’inquilino del Colle vesta i panni di punto di riferimento dell’opposizione.
Quello degli Usa non è uno sgarbo, è il segnale chiaro che il Quirinale non è più un interlocutore di chi comanda negli States.
Se hanno senso i simboli, come hanno senso, il castello nel quale Mattarella ha pensato di ricevere i rappresentanti delle potenze del mondo (ammesso che siano ancora tali) è quello probabilmente costruito da Federico II di Svevia e che fu sede del Governo quando, dopo l’Armistizio dell’8 settembre del 1943 e fino al febbraio del 1944, Brindisi fu la capitale d’Italia, da dove fu dichiarata guerra alla Germania, ripristinata la libertà di stampa e abolite le leggi razziali.
Insomma, per dirla in altri termini, il castello di Brindisi, per stare alla storia contemporanea, è quello della disfatta del fascismo, dell’Italia antifascista che dichiara guerra al vecchio alleato, di un re che scappa da Roma, di un Badoglio che ha firmato la resa incondizionata del Paese senza nemmeno sapere cosa firmava, tant’è che ha dovuto farsi inviare la copia dagli inglesi.
Nella comunicazione simbolica c’è il G7 della Meloni, che nella logica dei cattocomunisti è sempre e comunque “fascista” e c’è il G7 di chi, da antifascista, firmò la resa senza sapere cosa firmava, tradì gli alleati del giorno prima e mandò allo sbaraglio le truppe italiane e gli italiani, inserendoli in un percorso di guerra civile tragico e non ancora finito.
Biden, che sia stanco o meno non ha importanza, nel castello del Governo Badoglio a cena non c’è andato.
Il senso è chiaro. L’interlocutore degli Usa è Giorgia Meloni e, probabilmente, lo è anche in Europa, mentre il cattocomunismo in veste badogliana e perennemente ciellenistica non piace, non è più di moda e, anzi, è delegittimato: è diventato inutile.
Il 10 settembre del 1943, narra la storia, giunse nel porto di Brindisi la nave Baionetta dalla quale sbarcarono il re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il Principe Umberto, il maresciallo Pietro Badoglio, capo del Governo, e alcuni ministri, in fuga dai tedeschi che avevano occupato Roma.
In fuga, rimarchiamolo, perché fu una fuga piuttosto ingloriosa.
Per cinque mesi, fino all’11 febbraio 1944, all’interno del Castello Svevo e dell’Ammiragliato fu insediata la sede del Governo, da dove furono emanati provvedimenti di notevole importanza quali la dichiarazione di guerra alla Germania, l’abrogazione delle leggi razziali e il ripristino della libertà di stampa. Il primo giornale a comparire fu “L’Italia del popolo” il 4 novembre 1943, seguito da “Civiltà proletaria”, “L’idea liberale”, “Il risveglio”, “La Rassegna”, “La Settimana”. Qui si trasferì anche parte del Comando alleato, mentre a Bari si riunirono per la prima volta i Comitati nazionali di liberazione.
Re e Governo rimasero a Brindisi fino all’11 febbraio del 1944, quando si decise il trasferimento a Salerno della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Interno, mentre i dicasteri militari rimasero nelle sedi di Lecce, Taranto e Bari. Il sovrano e la corte si stabilirono a Ravello, lungo la costiera amalfitana.
Usare il castello di Brindisi sede del Governo Badoglio e del Savoia in fuga per dire che l’Italia antifascista è lì e non altrove non è piaciuto al deep state Usa.
Peccato per il menù. Biden si è perso un rinfresco di governo badogliano, ossia di italica resa incondizionata e sottomissione, poi venduta come alleanza, ma anche fagottini di scorfano ai pomodori secchi ed erbe aromatiche su dadolata di Barattieri e pomodori fiaschetto di Torre Guaceto.
Che dire poi dei tortelli di gallinella con julienne di pesce serra affumicato, filetti di dentice alle mandorle di Toritto e salsa di topinanbur.
Per finire crema di burrata con crumble di taralli dolci e ciliegie ferrovia.
Il tutto annaffiato da Franciacorta ‘Annamaria Clement – Ca’ del bosco ‘15; Fiano – Tenuta Bocca di Lupo Furia di Calafuria – Masseria Maine Moscato di Trani ‘Estasi’ – Franco di Filippo.
Ci scuserà la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, che ci dice di “non fare un caso dell’assenza del presidente Biden alla cena di gala”.
Abbiamo fatto caso. Forse agli Usa, oggi, è utile un alleato e non un sottomesso. Un alleato capace di muoversi in Africa e in Medio Oriente e quell’alleato è oggi rappresentato da Giorgia Meloni.





