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Barboni europei senza testa e prossimi all’accattonaggio

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Barboni europei

Ucraina come vasto laboratorio per le nuove tecnologie – In Canada il summit della regressione

I massimi leader europei, incuranti di quanto avviene nella realtà, continuano a sostenere una governance dell’Unione Europea che ormai ha superato la soglia della demenzialità.

Nell’opinione pubblica europea inizia a farsi strada l’ipotesi di riallacciare i rapporti con la Russia e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, probabilmente prendendo atto di come si stiano progressivamente spostando gli Stati e gli equilibri nel Consiglio, ha dichiarato: “Il nostro primo obiettivo, fin dal primo giorno, è una pace giusta e duratura per l’Ucraina. Per questo abbiamo sostenuto Kiev, introdotto sanzioni e, al momento giusto, parleremo con Mosca, se necessario”.

La dichiarazione è stata immediatamente raccolta dal presidente russo Vladimir Putin che ha replicato sostenendo che “la Russia non ha mai rifiutato di tenere negoziati con l’UE” e aggiungendo: “Come candidato al ruolo di negoziatore preferirei l’ex cancelliere tedesco Schröder. Altrimenti, scelgano loro un leader di cui si fidano”.

Come era da aspettarsi è partita lancia in resta l’estone Kaja Kallas, Alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza nella Commissione von der Leyen, la quale ha respinto con toni arroganti le proposte di Putin, restringendo il campo all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, anche se quella di Putin era solo un’indicazione, alla quale era seguita la proposta che sia l’Unione a scegliersi un altro leader.

Da Berlino, per bocca del ministro di Stato tedesco per l’Europa, Gunther Krichbaum, membro della CDU (Unione Cristiano-Democratica di Germania), è arrivato l’altolà alla candidatura del socialdemocratico Schröder.

“Come sapete – ha dichiarato – un mediatore deve essere accettato da entrambe le parti. E questo requisito, in questo caso, sembra mancare. L’ex cancelliere Schröder non ha certo fatto molto, in passato, per presentarsi come un mediatore neutrale, un intermediario imparziale. È stato, e si è lasciato influenzare molto, dal signor Putin”.

Giusto per favorire i possibili negoziati, l’Unione Europea ha adottato nuove inutili sanzioni nei confronti di 16 individui e sette entità ritenuti responsabili di azioni che “minacciano l’integrità e l’indipendenza dell’Ucraina”, con particolare riferimento alla deportazione illegale sistematica, al trasferimento forzato, all’indottrinamento e all’educazione militarizzata di minori ucraini, oltre che alla loro adozione illegale e al trasferimento in Russia e nei territori temporaneamente occupati.

Misure che, ovviamente, complicano il clima diplomatico proprio nel momento in cui iniziano ad affacciarsi le prime ipotesi di negoziato, così come complica il clima diplomatico l’idea di affidare i negoziati al presidente finlandese Alexander Stubb.

Affidare ai baltici il compito di trattare con la Russia è mandare un messaggio chiaramente ostile, se consideriamo le loro posizioni isteriche nei confronti di Mosca.

Il fatto è che l’Unione Europea non vuole aprire trattative con Putin, tirando in ballo l’Ucraina come copertura, perché sta giocando la partita anti Trump a nome e per conto dei democratici USA, gli stessi che hanno alimentato il clima di confronto con la Russia fino a mettere in atto la guerra per procura sulla pelle degli ucraini.

Per capire basti un accenno alle azioni di Victoria Nuland e George Soros in Ucraina nel 2014.

Che il Vecchio Continente sia diventato la casamatta della difesa dei Dem contro Trump è sempre più evidente.

Ne dà un’indicazione precisa il recente “Global Progress Action Summit” (o Global Progress Summit), tenuto a Toronto (Canada) intorno all’8 – 10 maggio 2026: summit internazionale dei progressisti democratici di centro-sinistra, organizzato dal premier canadese Mark Carney (Liberals) con il coinvolgimento di think tank come Canada 2020.

Tra i leader e figure politiche europee di spicco che hanno partecipato al Global Progress Action Summit di Toronto ci sono Magdalena Andersson (ex Prima Ministra della Svezia, Socialdemocratica), Lars Klingbeil (Ministro delle Finanze e Vice Cancelliere della Germania, SPD), Antti Lindtman (Leader del Partito Socialdemocratico e parlamentare finlandese), Elly Schlein (Segretaria del PD) che ha parlato nel panel “Building Democratic Power” e ha incontrato Obama.

Sono inoltre intervenuti anche una delegazione del Party of European Socialists (PES), con il Segretario Generale Giacomo Filibeck e vice segretari (Sara Van Bueren e Thomas Vaupel), Alexandra Geese (europarlamentare tedesca, Verdi) e Sandro Gozi (Segretario Generale del Partito Democratico Europeo / Renew Europe, europarlamentare di elezione francese).

L’evento, di fatto un summit della regressione, ha visto una forte presenza di esponenti progressisti e socialdemocratici europei, ma nessun attuale capo di governo di grandi Paesi UE (come Starmer, Sánchez o altri premier in carica).

L’idea del summit è quella di una rete internazionale per rafforzare la cooperazione progressista su temi come democrazia, economia inclusiva e geopolitica.

A svolgere il ruolo di leader dell’incontro è stato Barack Obama che ha incontrato vari leader, tra cui Elly Schlein, la quale ha raccontato la sua esperienza da volontaria nelle campagne Obama del 2008/2012.

La leadership di Obama nel summit è un chiaro segno della volontà di contrastare le politiche dell’Amministrazione Trump.

La politica estera delle amministrazioni Clinton e Obama nei confronti della Russia ha visto un’evoluzione significativa, passando da tentativi di collaborazione a crescenti tensioni, culminate in una fase di forte scontro durante il secondo mandato di Obama.

Il periodo dei Clinton, precedente a quello di Obama, ha visto l’espansione della NATO verso Est, un processo che la Russia ha considerato fin dall’inizio come una vulnerabilità strategica, ponendo le basi per i futuri conflitti russo-ucraini.

L’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump ha invertito completamente la posizione nei confronti di Putin

Trump vorrebbe chiudere la partita dell’Ucraina per arrivare alle elezioni di medio termine senza la guerra in corso. Bloccare un processo di pace significa, per i democratici, portare Trump alle elezioni di medio termine senza alcun successo in Europa.

La follia delle posizioni delle leadership europee, sempre più bolse e prossime alla fine, è dimostrata dal fatto che mentre tentano di tenere alta la tensione con la Russia, Kiev, che chiede continuamente all’Unione Europea risorse, fa affari negli Stati Uniti d’America.

Gli Stati Uniti e l’Ucraina stanno discutendo, infatti, discutendo un accordo di difesa in base al quale Kiev esporterebbe tecnologia militare all’amministrazione Trump e produrrebbe droni in joint venture con aziende americane.

Secondo quanto riportato martedì da CBS News, funzionari del Dipartimento di Stato e l’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Olha Stefanishyna, hanno redatto un memorandum che delinea i termini di un potenziale accordo che potrebbe intensificare la cooperazione militare, in un momento in cui l’attenzione globale è sempre più focalizzata sulla guerra con i droni.

La proposta consentirebbe alle aziende ucraine di importare negli Stati Uniti tecnologie per droni e sistemi anti-drone collaudate sul campo di battaglia (un vero e proprio laboratorio sulla pelle degli ucraini), collaborando al contempo con produttori americani del settore della difesa.

L’Ucraina ha sviluppato rapidamente sofisticate capacità nell’ambito dei droni durante la sua lunga guerra con la Russia, in particolare contro i droni Shahed di progettazione iraniana, ampiamente utilizzati da Mosca per attaccare le città ucraine.

Da allora, Kiev ha commercializzato queste innovazioni a livello globale, firmando negli ultimi mesi accordi di difesa con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha affermato che quasi 20 paesi sono attualmente coinvolti in colloqui o accordi relativi all’esportazione di tecnologie di difesa ucraine.

La partnership proposta potrebbe anche avvantaggiare l’esercito statunitense, che si è sempre più orientato verso sistemi di droni a basso costo sviluppati in Ucraina.

Il mese scorso Defense News ha riportato che l’esercito statunitense ha iniziato a schierare i droni intercettori Merops, testati per la prima volta dalle forze ucraine, per contrastare gli attacchi con droni in stile iraniano.

Il segretario dell’esercito Dan Driscoll ha dichiarato ai deputati che gli intercettori a basso costo contribuiscono a invertire lo squilibrio dei costi che affligge da tempo i sistemi di difesa aerea.

“Questo ci colloca nella fascia di costo più vantaggiosa”, ha affermato Driscoll durante una recente audizione, sottolineando come i sistemi possano distruggere i droni nemici a una frazione del costo dei tradizionali intercettori missilistici.

L’agenzia Reuters ha sostenuto che la tecnologia ucraina anti-drone, inclusa la piattaforma di comando e controllo Sky Map, è già stata introdotta presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita per contribuire a difendere le forze americane e i loro alleati dagli attacchi dei droni legati alle minacce sostenute dall’Iran.

Secondo quanto riferito, il sistema aiuta a rilevare i droni in arrivo e a coordinare gli attacchi di intercettazione in tempo reale.

Il potenziale accordo tra Stati Uniti e Ucraina fornirebbe anche un impulso finanziario all’industria della difesa di Kiev, che, secondo i funzionari ucraini, è cresciuta oltre il budget di guerra del paese.

L’Ucraina prevede che la sua capacità produttiva nel settore della difesa potrebbe raggiungere i 55 miliardi di dollari il prossimo anno, ma attualmente non dispone dei fondi necessari per sfruttarla appieno.

Diverse aziende ucraine sono già entrate nel mercato statunitense. Il produttore di droni General Cherry ha recentemente firmato un accordo con la Wilcox Industries, con sede nel New Hampshire, per la produzione di veicoli aerei senza pilota negli Stati Uniti.

Il Pentagono ha inoltre invitato le aziende ucraine a partecipare alla sua iniziativa “Drone Dominance”, del valore di 1,1 miliardi di dollari, volta ad espandere rapidamente l’arsenale di droni degli Stati Uniti.

La partnership emergente segnala un crescente riconoscimento a Washington del fatto che l’esperienza sul campo di battaglia, faticosamente conquistata dall’Ucraina, potrebbe rafforzare le difese americane, in un momento in cui la guerra con i droni sta ridefinendo il combattimento moderno.

Va nella stessa direzione di un crescente intreccio produttivo e tecnologico tra Kiev e gli Usa il recente incontro tra Volodymyr Zelensky e il ceo di Palantir, Alex Karp, per discutere l’espansione dell’uso dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dati sul campo di battaglia. Zelensky ha sottolineato che la tecnologia e la «matematica della guerra» hanno un impatto diretto sull’esito dei conflitti.

Kiev ha avviato un progetto con Palantir chiamato «Brave1 Dataroom» per sviluppare l’intelligenza artificiale basata sui suoi preziosi dati di combattimento, raccolti durante tutto il conflitto a partire dall’invasione su vasta scala della Russia nel 2022, per contribuire all’intercettazione dei droni russi.

Da parte sua, Karp ha affermato che l’Ucraina ha costruito un sistema di puntamento e difesa tra i più avanzati al mondo, descrivendolo come «facile da usare, interattivo e adattivo» e sottolineando che, mentre Palantir fornisce l’infrastruttura, sono stati gli ucraini a sviluppare soluzioni che vanno «oltre ciò che i creatori originali avevano immaginato».

Karp ha poi ribadito fermamente che la tecnologia «non è e non può essere neutrale» e ha sottolineato che il suo obiettivo in Ucraina è adempiere alla missione di Palantir di «difendere l’Occidente» e «spaventare a morte i nostri nemici».

Il numero uno di Palantir ha inoltre predetto la fine dell’era della deterrenza nucleare, sostenendo che sarà sostituita da una deterrenza basata sull’AI.

Mentre si intrecciano gli interessi legati alla nuova frontiera tecnologica negli Usa si fanno i conti anche con le porcherie delle amministrazioni Dem in materia di laboratori gain of function.

La Direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard sta infatti indagando su più di 120 laboratori biologici all’estero finanziati da soldi dei contribuenti statunitensi per decenni, come parte di uno sforzo per porre fine a potenziali esperimenti rischiosi con virus in base all’ordine esecutivo del presidente Trump sulla cosiddetta ricerca “guadagno di funzione”.

I laboratori si trovano in oltre 30 Paesi e più di una trentina si trovano in Ucraina, che gli Stati Uniti hanno usato come laboratorio per la guerra biologica.

Nel 2022, durante l’invasione russa dell’Ucraina, Gabbard aveva evidenziato l’esistenza di 25-30 (o più) laboratori USA-finanziati in Ucraina che gestivano patogeni pericolosi.

Il Pentagono ha ammesso investimenti USA (circa 200 milioni di dollari dal 2005) in decine di strutture ucraine per ricerca su patogeni e biosicurezza.

Gabbard sta estendendo l’indagine a livello globale, collegandolo anche a preoccupazioni su origini COVID (lab-leak) e gain-of-function.

Mentre emerge con sempre maggior evidenza che l’Ucraina è un campo di sperimentazione ad uso e consumo degli Stati Uniti i Paesi Europei continuano a emettere sanzioni inutili alla Russia, a blaterare e a promettere finanziamenti miliardari ad un laboratorio comprensivo di cavie (i militari ucraini) gli esperimenti del quale andranno ad esclusivo vantaggio degli Usa e di Kiev, mentre loro, se ne vorranno usufruire, saranno costretti all’accattonaggio.

Che i leader europei siano ormai entrati in una fase demenziale è dimostrato dal viaggio di Emmanuel Macron in Africa.

Napoleonino è stato protagonista di un fuori programma durante l’Africa Forward Summit di Nairobi, in Kenya. Il Presidente francese ha interrotto bruscamente gli interventi sul palco per richiamare all’ordine la platea, colpevole di un eccessivo brusio che impediva il regolare svolgimento dei lavori.

Macron parlando a una trentina tra capi di Stato e vicepresidenti africani, ha appoggiato le parole del padrone di casa dell’Africa Forward Forum di Nairobi, William Ruto, che ha ribadito la necessità di cambiare registro con l’Africa, che non ha più bisogno di carità, ma cerca investimenti, partnership “perché il vero potenziale inespresso ce l’abbiamo noi, sia nelle risorse che nelle riserve economiche”. Alle affermazioni dei due leader, si sono aggiunte anche quelle del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha ricordato come il sistema finanziario che regola i rapporti con l’Africa, il rating nei suoi confronti e l’architettura del debito, risalga al 1995 “in un mondo che non esiste più”.

Una nuova era, dunque, e chi vuole continuare a fare la parte del “predatore”, come Macron ha definito la Cina, o se ne frega delle regole, come ha detto in pratica degli Stati Uniti, non troverà nuovi alleati, mentre l’Europa si sta allineando verso questo approccio in linea con le aspirazioni di crescita e sviluppo del continente.

Peccato per il ducetto gallico che negli ultimi anni la Francia abbia subito una forte espulsione o ritiro militare dalle sue ex-colonie in Africa occidentale e centrale (soprattutto nel Sahel), segnando un declino significativo della cosiddetta “Françafrique”.

Macron è presidente dal 2017 e, pertanto, la vera e propria débâcle francese è tutta farina del suo sacco.

 

Cronologia principale degli eventi (2022-2025)

  • Mali: espulsione delle truppe francesi nel 2022 (fine di Operation Barkhane). I militari al potere hanno rotto gli accordi di difesa e si sono rivolti a partner russi (Wagner/Africa Corps).

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  • Burkina Faso: richiesta di ritiro nel 2023, con espulsione dell’ambasciatore francese.
  • Niger: dopo il colpo di stato del 2023, espulsione delle truppe e rottura degli accordi.
  • Chad: termine dell’accordo di difesa nel novembre 2024.
  • Senegal: nel 2025, chiusura delle ultime basi militari (circa 350 soldati), fine di 65 anni di presenza continua.
  • Costa d’Avorio (Ivory Coast): annuncio di espulsione delle truppe all’inizio del 2025.
  • Repubblica Centrafricana: ritiro francese già nel 2022, con avvicinamento alla Russia.

Entro luglio 2025, la Francia ha concluso la sua presenza militare in questi paesi. Rimane una presenza limitata solo in Gabon e Gibuti (poche centinaia o migliaia di soldati).

A sostituire la Francia è spesso intervenuta la Russia e ora, con buona pace di Napoleonino, i francesi in Africa sono visti dagli africani come uno sputo in un occhio, con l’aggiunta che i russi consigliano di tenerli alla larga, anche in considerazione delle posizioni di Parigi sull’Ucraina (Volonterosi compresi).

Questa è la Francia.

La Germania è travolta da una crisi senza precedenti e prossima al collasso per colpa della democrazia cristiana (CDU-CSU) che non di decide a mandare all’aria l’alleanza con verdi e socialisti in patria e a Bruxelles.

Martedi scorso al congresso federale del DGB (Confederazione dei sindacati tedeschi) a Berlino,

Friedrich Merz, cancelliere tedesco, è stato fischiato e contestato più volte durante il suo discorso dai delegati sindacali. Le proteste (fischi, buu, risate e cartelli con pollice verso) sono scoppiate soprattutto quando ha parlato di riforme delle pensioni, definendo la questione “demografia e matematica” (demographics and mathematics) e sottolineando che il sistema attuale non è sostenibile a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Merz ha inoltre annunciato tagli e riforme in sanità, necessità di “stringere la cinghia”, di riforme ambiziose e di sacrifici da parte di tutti per evitare il declino economico della Germania.

Merz ha tenuto un tono deciso, quasi “sangue, sudore e lacrime”, avvertendo che la Germania rischia di essere lasciata indietro tra crisi globali, stagnazione e perdita di posti di lavoro nell’industria.

Dopo due anni di contrazione (recessione tecnica intorno al 2023-2024), il 2025 ha registrato per la Germania una crescita modesta di circa +0,2%. Le previsioni per il 2026 sono state riviste drasticamente al ribasso: il governo tedesco le ha dimezzate a +0,5% (da 1%), e gli istituti economici a circa +0,6% (da 1,3%). Per il 2027 si parla di 0,9-1,3%.

La dipendenza storica dal gas russo è stata sostituita da importazioni più costose (GNL). La produzione industriale è in calo dal 2019, con il settore auto in difficoltà (riduzione posti di lavoro in VW, Mercedes, ecc.), anche per la forte concorrenza cinese in auto elettriche e macchinari. Si deve aggiungere il fatto che le esportazioni sono penalizzate da protezionismo globale e rallentamento della domanda (soprattutto Cina).

La Germani è poi indebolita da fattori strutturali, quali l’Invecchiamento della popolazione e la carenza di manodopera qualificata, la burocrazia elevata, tasse e costi energetici che scoraggiano gli investimenti.

La politica del cancelliere Merz sta portando la Germania nelle braccia di Afd, come dimostrano i recenti sondaggi.

L’Inghilterra, altro attore fondamentale del disastro ucraino, anche se non più partecipante all’Unione Europea, vive una crisi sistemica pesante, con l’ormai delegittimazione del governo laburista di Keir Starmer.

La conclusione è che, nonostante i cittadini europei guardino sempre più a destra e nonostante stiano chiedendo di chiudere alla svelta la vicenda ucraina, al fine anche di riaprire i flussi energetici provenienti da Mosca, le logiche delle leadership bollite continuano ad essere quelle del riarmo a spese del welfare, togliendo risorse al popolo e vessandolo con normative europee ormai chiaramente demenziali e, per le loro conseguenze sulla vita, delinquenziali.

Cornuti e mazziati, gli europei pagano il mantenimento di una guerra che è sempre di più un laboratorio per nuove tecnologie che vanno a tutto vantaggio degli Stati Uniti. Tecnologie che se saranno richieste dagli Stati europei li vedranno in veste di accattoni.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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