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Bandar Abbas, porto costruito da italiani, leva energetica iraniana

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Porto dalla vera funzione geopolitica

Bandar Abbas è uno dei tre punti del pianeta in grado di influenzare direttamente la sicurezza energetica globale.

Gli altri due sono lo Stretto di Malacca e Bab el-Mandeb. Sono passaggi marittimi dove la geografia diventa potere. Chi controlla questi corridoi può condizionare il flusso di petrolio, gas e commercio mondiale.

Nel caso di Bandar Abbas, il valore strategico deriva dalla sua posizione geografica strategica, situato sulla costa settentrionale dello Stretto di Hormuz, è il punto di passaggio obbligato tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.

Se questa piattaforma venisse neutralizzata, l’Iran perderebbe gran parte della sua capacità di pressione sul sistema energetico globale.

Per comprendere la centralità di Bandar Abbas bisogna partire dalla sua storia.

La città esiste da secoli e per lungo tempo fu un porto commerciale chiamato Gamrūn. Nel XVII secolo lo scià safavide Abbas I riconquistò la città dai portoghesi e le diede il nome attuale, trasformandola nel principale sbocco marittimo persiano verso l’India e le rotte dell’Oceano Indiano. Per secoli rimase un nodo commerciale importante ma relativamente limitato nelle dimensioni.

Il vero salto strategico avvenne nel XX secolo. Negli anni Sessanta e Settanta lo Shah Mohammad Reza Pahlavi decise di trasformare Bandar Abbas in una grande infrastruttura portuale capace di sostenere l’ambizione geopolitica dell’Iran nel Golfo Persico.

La modernizzazione del porto portò anche una significativa impronta italiana. Negli anni dello Shah, l’Italstat, la società ingegneristica del gruppo IRI, fu incaricata di costruire il porto moderno di Bandar Abbas e di realizzare le principali infrastrutture portuali.

Fu un progetto di grande portata che trasformò un antico scalo commerciale della costa persiana in una piattaforma marittima di dimensione strategica, destinata a diventare il più importante porto dell’Iran e uno dei nodi logistici più sensibili dello Stretto di Hormuz.

In questo senso, la storia del porto racconta anche un frammento poco ricordato della proiezione industriale italiana nel mondo.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979 l’importanza strategica del porto non diminuì, anzi, si rafforzò. Il nuovo regime comprese immediatamente il valore geopolitico di Bandar Abbas trasformandolo nel cuore della propria potenza navale.

Oggi il porto ospita il principale quartier generale della marina iraniana e una parte fondamentale delle infrastrutture operative delle Guardie Rivoluzionarie. È una base che combina funzioni commerciali, militari e logistiche e che si inseriscono in un sistema difensivo molto più ampio.

Il vero potere di Bandar Abbas non risiede solo nel porto in sé ma nella geografia che lo circonda. Di fronte alla città si estende un arcipelago di isole strategiche che formano una cintura di controllo sullo stretto, Qeshm, Hormuz, Larak e Abu Musa. Insieme costituiscono un sistema militare integrato.

Radar, batterie missilistiche costiere, basi navali leggere e infrastrutture sotterranee permettono all’Iran di monitorare costantemente il traffico marittimo e di proiettare forza su uno dei corridoi energetici più sensibili del pianeta.

La dottrina navale iraniana si basa su una logica di deterrenza asimmetrica. In caso di crisi, Bandar Abbas diventa il centro operativo per una strategia che combina diversi strumenti quali sottomarini, sciami di motoscafi veloci, missili antinave installati lungo la costa e sulle isole, mine navali e droni.

Non si tratta di competere direttamente con le flotte occidentali ma di rendere lo stretto un ambiente operativo estremamente rischioso per qualsiasi forza navale e per il traffico commerciale.

È qui che si comprende la vera funzione geopolitica del porto. Circa un quinto del petrolio mondiale attraversa ogni giorno lo Stretto di Hormuz, questo significa che anche una minaccia credibile di blocco può avere effetti immediati sui mercati energetici globali.

Bandar Abbas è la piattaforma da cui questa pressione può essere esercitata, non è solo un porto, è una leva strategica.

Nel contesto delle tensioni tra Stati Uniti e Iran di marzo 2026, questa funzione è tornata al centro della scena. La presenza navale americana nel Golfo Persico è progettata proprio per impedire che lo stretto venga chiuso o militarmente controllato da Teheran.

Allo stesso tempo l’Iran considera Bandar Abbas la chiave della propria capacità di deterrenza e finché la piattaforma rimane operativa, il Paese conserva la possibilità di minacciare la sicurezza energetica globale e quindi di esercitare un peso strategico che va ben oltre la propria potenza economica o militare.

Bandar Abbas viene citato raramente nei canali di informazione. I media parlano spesso dello Stretto di Hormuz ma molto meno dell’infrastruttura che ne garantisce il controllo operativo. Eppure è proprio lì, tra la costa iraniana e la cintura di isole che la protegge, che si trova uno dei nodi più sensibili dell’intero sistema energetico mondiale.

Insieme a Malacca e Bab el-Mandeb, Bandar Abbas rappresenta uno dei tre punti in cui la geografia può trasformarsi immediatamente in potere strategico globale.

In un paradosso della storia geopolitica, una delle infrastrutture da cui oggi l’Iran esercita la propria deterrenza sullo Stretto di Hormuz nacque negli anni Settanta dall’incontro tra la visione strategica dello Shah e l’ingegneria visionaria dello Stato industriale italiano.

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