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Referendum, chi è veramente disperato?

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Referendum, chi è veramente disperato?

Per i sostenitori del No il referendum sulla riforma della giustizia  è un referendum pro o contro il governo

È bastato un video in cui Giorgia Meloni spiega, con la consueta chiarezza, le ragioni del “Sì” per scatenare un putiferio.
In rete ne ho lette di tutti i colori.

“Ha fatto sei video in poche ore, vuol dire che è disperata” hanno esclamato in tanti.

“Ci ha messo la faccia, ora se perde deve dimettersi”, hanno aggiunto altri.

E così via, in un crescendo rossiniano.

Ora, evito di spendere troppe parole sull’idiozia di chi scambia un video postato in sei differenti canali con sei differenti video, mi concentro solo su due aspetti.

Primo, la pretesa che il governo si dimetta se il referendum non passa è in sintonia con l’impostazione che i fautori del “no” hanno dato alla campagna referendaria. Hanno voluto trasformare il referendum su una riforma in un referendum pro o contro il governo, per questo pretendono le sue dimissioni nel caso in cui il Sì sia sconfitto.

Però il referendum NON è sul governo, è su una buona riforma costituzionale, quindi una vittoria del “No” non porterà alla caduta del governo, piaccia o non piaccia la cosa.

Comunque, con tutta probabilità, stiamo parlando di ipotesi peregrine: il Sì non sarà affatto sconfitto, staremo a vedere…

Secondo: l’uso continuo di termini come “disperata”, o “disperazione” riferito a un confronto politico rivela il carattere autoritario, peggio, totalitario, di chi ne fa uso.

Nelle democrazie liberali una sconfitta elettorale può addolorare, provocare crisi, riflessioni, correzioni di rotta, non disperazione.

Trasformare ogni elezione in un dramma, una lotta fra la vita e la morte, con relativa disperazione, è tipico di chi concepisce la competizione politica non come confronto anche aspro fra rivali ma come lotta senza esclusione di colpi fra nemici mortali, una sorta di anticipazione della guerra civile.

Basta leggere il tipo di argomentazioni che usa la gran parte dei fautori del “no” per capire che molti di loro, purtroppo, hanno una simile concezione della politica.

Comunque, non si facciano troppe illusioni.

Non mi pare che Giorgia Meloni sia particolarmente “disperata” e penso che la sera del 23 marzo a essere non dico “disperati” ma assai tristi saranno proprio i sostenitori del “No”.

Ovviamente posso sbagliare, non sono un mago e tutte le previsioni possono rivelarsi errate…

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