
di Nino Macrì Pellizzeri
Il sud del mondo alza la testa. Ovviamente tutta la grande stampa occidentale, commentando le frequenti dichiarazioni “terzomondiste” di Xi Jinping ha parlato di attacco all’occidente, di posizionamento internazionale come garante del terzo mondo e in ogni caso di fare false promesse.
Al di là di queste diatribe da entrambi i lati che spesso rifiutano la realtà oggettiva, dobbiamo chiederci cosa ne pensano i Paesi terzi, chi non fa parte del cerchio ristretto di Europa, Usa e Norda America da un lato, e di Cina e Russia dall’altro. E qui mi rifaccio a FOREIGN AFFAIRS, una delle più importanti riviste di politica internazionale, americana, che certo non può essere considerata filo-cinese.
Nel suo numero di maggio-giugno 2023 la rivista ha pubblicato una serie di saggi sull’argomento, che tutti insieme fanno un intero libro di cui cercherò di darvi un senso rapido e abbastanza compiuto. Il primo saggio è scritto da Huong Le Thu che insegna all’università di Perth ed è fellow del centro di studi strategici e internazionali. Egli prende in considerazione essenzialmente i Paesi dell’ASEAN e sostiene che è indiscutibile che sia Washington che Pechino stiano facendo in questo periodo sforzi enormi per “tirare dalla loro parte” i paesi di quest’area in cui vivono quasi 700 milioni di persone che sono in crescita notevole e con un’economia effervescente e anch’essa in forte crescita.
Questo atteggiamento richiama alla memoria le sofferenze subite dal Sud Est asiatico quando il bipolarismo di allora, la Guerra fredda, provocò guerre fra opposti eserciti, guerre civili etc. con milioni di morti. I fatti di oggi sembrano il prodromo di una replica di quelli del passato. Oggi però la situazione è molto diversa rispetto ad allora. Oggi, l’istituzione dell’ASEAN e la sua crescita hanno reso i paesi del sudest asiatico più forti e capaci di negoziare le condizioni degli accordi che via via prendono con le varie grandi potenze. E infatti colloquiano e “sono amici” di tutti senza schierarsi. Ove però la contesa fra USA e Cina degenerasse in una guerra aperta i singoli Paesi dell’area potrebbero dover essere costretti a schierarsi da una parte o dall’altra e ciò potrebbe anche voler dire la disgregazione dell’organizzazione.
Ovviamente con il passar del tempo l’ASEAN e i Paesi che lo compongono diventano sempre più forti. Nel 1990 ad esempio solo due paesi dell’area comparivano fra le prime 40 economie del mondo, ora sono 6. Gli USA però sbagliano a declamare che il loro obiettivo è la difesa della democrazia. Questa è la stessa spiegazione che giustificava la guerra del Vietnam, difficile oggi da accettare per quel Paese e tutti gli altri che ne furono coinvolti più o meno direttamente.
Un aspetto interessante è che storicamente è sempre stata la Cina a chiedere una scelta di campo e ciò ha spesso irritato Paesi che si consideravano “amici” di Pechino, come ad esempio Singapore. Invece, da quando Trump iniziò la politica del “Indo Pacifico libero e aperto” sono gli USA a chiedere una scelta di campo. La preoccupazione di tutti resta però che un conflitto nello stretto di Taiwan creerebbe comunque gravi problemi per le economie locali.
Ne risulterebbe compromessa infatti la libera navigazione, crescerebbero i rischi per tutte le flotte locali e, di conseguenza, i commerci. Nel 2019, in risposta collettiva alla strategia USA l’ASEAN ha pubblicato un documento “Outlook on the Indo-Pacific” nel quale ci si opponeva al dominio di una singola potenza nella regione. All’opposto si poneva l’organizzazione come il cuore delle dinamiche locali. Da allora l’ASEAN si è mossa in questa direzione, organizzando e presiedendo svariati meeting fra i Paesi del mondo intero, inclusi ovviamente Cina, Russia e USA allo stesso tempo.
Ovviamente ciò non fa piacere a molti americani che dividono il mondo fra amici e concorrenti ma permette di andare d’accordo con tutti senza farsi nemico nessuno. “So far, so good” questa politica ha anche portato benefici dal decoupling USA Cina, come lo spostamento in Vietnam di alcune aziende che prima erano in Cina, o gli investimenti in Indonesia di Amazon, Microsoft etc. Una politica di non- allineamento quindi, ma molto diversa a quella del dopoguerra, bensì come un multi-allineamento proattivo con tutti, che favorisca la crescita economica di tutta l’area.
Il secondo saggio ci dà un’idea della posizione dell’India. Ci guida Nirupama Rao che è stata ministro degli esteri indiano dal 2009 al 2011, ed anche ambasciatrice dell’India in Cina e negli Stati Uniti. E’ quindi qualificatissima per spiegare la posizione del suo Paese. L’India è sempre stata coerente, fin dalla sua fondazione. Jawaharlal Neru già allora diceva “non siamo filo-russi, né del resto siamo filo-americani, siamo filo-indiani, sono dalla mia parte, e di nessun altro”. In 17 anni del suo governo è sempre stato coerente ed ha creato una chiara politica di non allineamento.
Oggi il mondo è molto diverso ma la politica indiana, sia pure aggiornata al mondo tempestoso di oggi, rimane fedele agli stessi principi base. Oggi il primo ministro Modi scrive che il suo Paese aiuterà il mondo a coltivare un “senso universale di unità” secondo il principio di “Una Terra, Una famiglia, un futuro” nel quale le grandi sfide di oggi “possono essere risolte non combattendosi l’un l’altro, ma solo agendo insieme”. La Rao prosegue dicendo che oggi il commercio, la tecnologia, la migrazione, lo stesso Internet stanno riunendo gli esseri umani più che in passato. L’occidente sostiene che la Russia sta violando i diritti umani in Ucraina, ma anche l’Occidente ha effettuato azioni violente e ingiuste in vari Paesi fra cui Vietnam e Iraq. L’India in maniera molto pragmatica non ha alcun interesse ad isolare la Russia, e si sente in diritto di lavorare con tutti.
Del resto gran parte del sud del mondo è molto cauto nello schierarsi con gli USA, contro la Russia o la Cina. Sono ben altri i loro problemi: il clima, l’accesso a tecnologie avanzate, la mancanza di capitali, la mancanza di infrastrutture, di assistenza sanitaria e di istruzione. L’instabilità di oggi costituisce un ostacolo per affrontare queste sfide. Le sanzioni economiche alla Russia, per esempio, hanno creato costi aggiuntivi, per persone che sono molto lontane dalla guerra in Ucraina. L’India vuole assicurarsi che le voci di questi stati siano ascoltate nei dibattiti internazionali. Inoltre, l’India è oggi criticata perché, sempre secondo l’Occidente, sta facendo un passo indietro nel suo processo democratico. L’India si pone come un polo indipendente in un mondo multipolare in cui può essere un leader per molti paesi in via di sviluppo.
Secondo Modi “I paesi in via di sviluppo desiderano una globalizzazione che non crei crisi climatica o crisi del debito o una distribuzione ineguale di vaccini o catene di approvvigionamento globali eccessivamente concentrate.” Perciò, chiede Modi, servono riforme per le principali organizzazioni internazionali, incluso il consiglio di sicurezza dell’ONU e le istituzioni finanziarie internazionali come il FMI, in modo che rappresentino meglio il Sud Globale. Questa posizione, espressa al convegno “Voice of the global south” nel gennaio scorso, non è piaciuta al mondo occidentale, specie se letta insieme al rifiuto indiano di esprimersi chiaramente a favore di Kiev per l’invasione indiana dell’ucraina.
Sempre l’India però vede queste critiche come ipocrite, perché l’Occidente stringe accordi con autocrazie violente quando si tratta di promuovere i propri interessi. Per esempio, gli USA addolciscono il loro atteggiamento verso il Venezuela per ottenere più petrolio, e l’Europa firma più contratti, per lo stesso motivo, con i regimi repressivi arabi del Golfo. “E nel far ciò – sostiene la Rao – afferma che la sua politica estera è guidata dai diritti umani e dalla democrazia. L’India almeno non ha alcuna pretesa di essere il custode della coscienza del mondo. Come qualsiasi altro, stato agisce in conformità con i suoi interessi e interrompere la sua partnership con la Russia li danneggerebbe”. In base a questi principi, l’India dipende dalla Russia per il 60% delle sue attrezzature di difesa, importa fonti di energia a basso costo, e si adopera anche perché la Russia non venga spinta troppo in direzione della Cina con la quale ha tuttora problemi di sovranità in due aree del suo lungo confine. L’India però vuole avere solide relazioni con l’Occidente, specie gli Stati Uniti perché riceve da essi un grande sostegno ed essi sono il più grande partner commerciale.
Il crescente potere cinese preoccupa entrambi i Paesi e per questo gli USA aiutano l’India nei suoi problemi militari con la Cina, e l’India ha aderito al QUAD, l’alleanza con USA, Australia e Giappone in funzione anti-Cina, che Modi ha definito “una forza per il bene”. Allo stesso tempo però l’India fa parte dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai il cui leader è la Cina, è un partner importante dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). L’India, come i Paesi dell’Occidente, ha ridotto i suoi rapporti commerciali con Pechino in alcuni settori, ma ha sempre rapporti commerciali elevatissimi che non sarà possibile interrompere. Infine, anche nella situazione di Taiwan, Nuova Delhi si limita a generiche esortazioni alla moderazione.
Come si vede è un equilibrio difficilissimo che ha funzionato fino ad ora ma che le grandi potenze potrebbero interrompere in ogni momento chiedendo all’India di schierarsi. Ciò creerebbe comunque un gigantesco problema economico, e non solo, per Nuova Delhi. Decisamente più duro è l’articolo di Tim Murithi, attualmente capo del “Peacebuilding Interventions at the Institute for Justice and reconciliation”, professore di studi africani all’università di Città del Capo e alla Stellenbosch University, anch’essa in sud Africa. Il suo curriculum internazionale è lunghissimo e decisamente importante. Le sue posizioni potrebbero essere considerate eccessive per quanto riguarda le prospettive future del continente; certo è però, per ciò che ho potuto osservare durante la mia attività professionale in Africa, che il suo articolo riflette bene i sentimenti profondi di questo immenso e potenzialmente ricchissimo popolo sfruttato per secoli da tutto il mondo.
L’articolo inizia con un’affermazione che vi ho già anticipato nella prima parte di questa mia nota: “17 stati africani si sono rifiutati di approvare una risoluzione dell’ONU che condanna la Russia, e la maggior parte dei paesi del continente ha mantenuto legami economici e commerciali con Mosca nonostante le sanzioni occidentali. In risposta gli USA e altri paesi occidentali hanno rimproverato i leader africani per non aver difeso l’ordine internazionale basato sulle regole inquadrando la neutralità africana come un tradimento dei principi liberali”. Macron addirittura, durante un viaggio in Camerun nel 2022 ha lamentato la loro ipocrisia per essersi rifiutati di “chiamare guerra una guerra e dire chi l’ha iniziata”.
Ma l’ordine internazionale “basato sulle regole” non è stato utile all’Africa. Anzi, “attraverso il consiglio di sicurezza dell’ONU Cina, Francia, Russia, UK e USA hanno esercitato un’influenza smisurata sulle nazioni africane e relegato i governi africani a poco più che spettatori nei loro affari. Un esempio calzante è il bombardamento della Libia giustificato da un’interpretazione, contestata, di una risoluzione del consiglio di sicurezza. Prima che la NATO intervenisse, l’UA stava perseguendo una strategia diplomatica per alleggerire la tensione ma, iniziata l’operazione, tutto ciò fu reso vano e ne vediamo le conseguenze ancora oggi.
Per decenni i paesi africani hanno chiesto una riforma del consiglio di sicurezza ma oggi siamo a un punto di svolta. Sempre più Paesi in Africa e nel sud del mondo rifiutano di allinearsi con L’Occidente o l’Oriente, e di difendere l’ordine liberale. I popoli africani non dimenticano il passato, progettato per sfruttare l’Africa. Non dimenticano più di dieci milioni di persone prelevate in Africa e spediti come schiavi in America per arricchire le élites in USA e Europa. E che dire dell’apartheid? E del franco CFA che permette ancora alla Francia un’influenza enorme su 14 paesi dell’Africa? Oggi l’Occidente chiede all’Africa di dimenticare il passato e pensare al futuro, ma “le società africane non vedono il passato come passato. Lo vedono come presente. Inoltre,gli aguzzini di un tempo non hanno cambiato la loro mentalità, ma solo la loro retorica e i loro metodi oggi si affidano a accordi commerciali preferenziali o accordi finanziari distorti per drenare il continente delle sue risorse, spesso con la collusione delle élites africane corrotte”.
Gli interventi della NATO in Jugoslavia, le guerre in Afghanistan e Iraq, l’invasione russa della Georgia, l’intervento militare in Siria di USA, UK e Francia per sostenere i ribelli, seguito da uno russo a sostegno del governo, sono oggi seguiti dall’invasione russa in Ucraina che è una continuazione del dominio dei potenti sui meno potenti. E tutto ciò ha avuto ricadute in Africa. Le guerre appena nominate hanno portato Al Qaida e poi l’ISIS in tutta l’Africa e il caos generato dall’intervento in Libia è, almeno in parte, la causa del terrorismo islamico nel Sahel, colpendo Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. L’estremismo religioso importato dal Medio Oriente, Al Shabah, ha destabilizzato Kenya, Mozambico, Somalia e Tanzania.
Questi drammi sono appena percepiti a Washington, Londra, Parigi, Bruxelles, Mosca o Pechino, ma, al contrario sono stati affrontati da africani che hanno avuto poca voce in capitolo nella loro determinazione, ma ne sopportano le conseguenze. Il sistema di sicurezza collettiva dell’ONU sta lentamente morendo, e bisogna reinventare il multilateralismo e ridisegnare le istituzioni internazionali per creare un sistema globale più efficace di sicurezza collettiva. Secondo l’organizzazione “International Peace Institute” più della metà delle riunioni del consiglio di sicurezza, e il 70% delle risoluzioni che autorizzano l’utilizzo della forza, riguardano questioni africane. Eppure, non ci sono paesi africani fra i membri permanenti del consiglio di sicurezza che hanno il potere di veto. Secondo la visione africana le nuove istituzioni dovrebbero essere basate su un principio di uguaglianza e riconoscere gli errori passati.
Nel marzo 2005 l’UA ha presentato una proposta di riforma osservando che “nel 1945, alla costituzione dell’ONU, la maggior parte dell’Africa non era rappresentata. Nel 1963, quando fu fatta la prima riforma, l’Africa era rappresentata ma non era in una posizione particolarmente forte”. Oggi il suo obiettivo è di essere rappresentata anche nel Consiglio di sicurezza. L’articolo 109 dello statuto consente una speciale conferenza di revisione della carta con una maggioranza di due terzi dell’assemblea generale e il voto di nove membri del consiglio di sicurezza senza che possa essere invocato il diritto di veto.
Non ci sono quindi, in teoria, problemi insormontabili e una procedura di questo genere dovrebbe essere posta all’ordine del giorno. Il nuovo ordine dell’ONU non dovrebbe essere a due livelli perché la storia ha dimostrato che i paesi più potenti abusano delle loro posizioni privilegiate. Non dovrebbe esistere il potere di veto, dovrebbero essere presenti i singoli stati e le organizzazioni sovra-nazionali come l’UA, la UE etc.
Ovviamente non sarà facile che i membri permanenti del consiglio di sicurezza accettino una modifica di tale portata, ma fino ad allora ogni tentativo di attrarre l’Africa in una contesa come quella dell’Ucraina sarà altrettanto illusorio. Ho cercato di darvi un’idea di ciò che il Sud del mondo pensa del futuro di questo pianeta. In sostanza esiste una diffusa sfiducia nei riguardi di tutti i “grandi” del mondo. Tutti vengono accusati di tutelare i propri interessi, comunque mascherati. In particolare, l’Occidente viene accusato di ipocrisia perché maschera come difesa di principi universali ciò che in realtà è il proprio interesse del momento e, su questa base, adopera due pesi e due misure. Tutti sostengono di avere solo pagato il prezzo delle continue guerre ingaggiate nel mondo. Ritengono tutti di essere chiamati a schierarsi da una parte o dall’altra delle competizioni fra USA, Cina e Russia, ma confermano la loro intenzione di non accettare di essere “junior partner”, vassalli, di qualsiasi parte. Rivendicano il loro diritto, l’interesse del proprio Paese, di andare d’accordo e commerciare con tutti, indipendentemente dalle drammatiche accuse che essi si fanno l’un l’altro. Paventano però l’eventualità in cui per qualunque motivo fossero obbligati a schierarsi. “Ciò – dicono – scaraventerebbe il proprio Paese in una crisi drammatica”. Chiedono tutti una profonda modifica dell’ONU e delle altre organizzazioni internazionali. In particolare, deve essere abolito il diritto di veto dei cinque membri permanenti e devono essere presenti anche i paesi del sud del mondo. In conclusione, i Paesi in via di sviluppo chiedono un nuovo schema multilaterale e globalizzato in cui la libertà dei commerci li metta in condizione di crescere e di affrontare i gravi problemi climatici.





