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ANNO DI ELEZIONI – IN EUROPA E POI NEGLI STATI UNITI – PARTE I

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di Antonino Macrì Pellizzeri

Se fossi un cultore di oroscopi direi che le elezioni di quest’anno sono uno straordinario effetto di congiunzioni astrali, foriere di eventi straordinari. Non ho idea delle congiunzioni astrali, ma credo che le elezioni in Europa, in presenza di almeno due gravi emergenze, Ucraina e Israele, e per di più con maggioranze diverse da quelle storiche negli stati fondatori, creeranno uno scossone significativo in maniera oggi non prevedibile. Ancora di più negli USA, e non per la contrapposizione feroce fra i due candidati, abbastanza frequente in quel Paese, ma per le conseguenze che sia una vittoria che una sconfitta di Trump potrebbero creare negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

Comincio dall’Europa, ed in particolare dall’ “idea di Europa” che permise di concepire e far nascere questa organizzazione che non ha reali precedenti, come dimostrerò alla fine di questa nota con una testimonianza stupefacente. Parto da un estratto di quel meraviglioso, profetico documento di cui tutti parlano ma che pochi hanno realmente letto: il “Manifesto di Ventotene” che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero nell’agosto 1941, uno dei periodi più oscuri della nostra storia.

“La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà… L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso…Essa portava però in se’ i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli stati totalitari ……La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini che …. trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana”. Tutta la prima parte del “manifesto” fa una lucidissima e impietosa disamina di come si sia poco a poco creata la teoria dello “spazio vitale ” e il militarismo tedesco da cui è poi nata la guerra.

Nella seconda parte, la più profetica, si da per certa la sconfitta della Germania e si parla della ricostruzione e dei suoi problemi.

“Nel breve intenso periodo di crisi generale……..i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche… si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere delle classi più povere. Il punto su cui essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Se raggiungessero questo scopo… risorgerebbero le gelosie nazionali…Il problema che in primo luogo va risolto…. è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Gli spiriti sono già ora molto meglio disposti a un’organizzazione federale dell’Europa. Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese, etc. che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti tra le diverse province. E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione d’insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.”

La terza parte del manifesto si occupa della ristrutturazione della società, essenzialmente quella italiana, interessantissima anch’essa ma fuori dal tema che sto trattando. La quarta e ultima tratta della maniera in cui, durante la dittatura nazifascista si dovesse cominciare a organizzare una forza nuova che, messe da parte le vecchie ideologie del passato, fosse pronta a raccogliere le macerie del dopoguerra e iniziare la ricostruzione su nuove basi.

Sono passati 80 anni e che cosa è successo in questo periodo? I grandi statisti che nel dopoguerra si fecero carico della ricostruzione di un’Europa in macerie avevano bene in mente alcune parole “Mai più guerre in Europa”. Il ventesimo secolo, infatti, aveva visto in sostanza una sola, lunghissima, guerra europea, dal 1915 al 1945, con una breve tregua al suo interno. La seconda guerra mondiale trovava, infatti, le sue cause dirette nel modo in cui si era chiusa la prima. E il secolo precedente? La guerra franco-prussiana nel 1870, e prima ancora le guerre europee dal 1848 al 1860; e più indietro le guerre napoleoniche che si chiusero con il Congresso di Vienna nel 1815. Se andiamo ancora indietro, e non voglio tediarvi oltre, arriviamo a Carlo Magno incoronato imperatore del Sacro Romano Impero la notte di Natale dell’anno 800. Egli è ritenuto comunemente (Monet, Kohl, Schröder) il padre ideale dell’Europa unita dei giorni nostri. Carlo pose sotto il suo dominio quasi tutti i territori che oltre 1000 anni dopo costituirono il nucleo fondativo della Comunità Europea. Divise il suo impero in circa 200 province (riallacciandosi alle antiche città romane) e cercò di unificarlo da un punto di vista giuridico, finanziario, amministrativo ed anche linguistico cercando di ritornare al latino classico.  Soltanto dopo, con il trattato di Verdun dell’843 in cui i suoi nipoti si divisero l’impero, si cominciarono a delineare  tre stati che, specie la Francia, proseguirono per strade diverse formando, fra guerre continue, le odierne realtà nazionali.

Nel dopoguerra, e proprio per i motivi che vi accennavo all’inizio di questa nota, dei governanti illuminati non esitarono a costituire un embrione di una futura “Europa Unita” come quella sognata da Altiero Spinelli. Negli anni ’50 nasce la CECA e i suoi Paesi fondatori sono Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda. Nel 1957 il trattato di Roma istituisce la CEE e con essa l’abbattimento progressivo dei dazi doganali. Negli anni ’70 il numero di stati aderenti cresce e nel 1979 il Parlamento Europeo viene eletto per la prima volta a suffragio universale. Nel 1986 nasce il Mercato Unico europeo, e si sanciscono gradualmente le “quattro libertà”: circolazione di beni, servizi, persone e capitali. Ci sono poi il trattato di Maastricht, quello di Amsterdam e quello di Lisbona. Il 1° gennaio 1999 nasce la moneta unica europea, il primo gennaio 2002 a mezzanotte ricordo ancora l’emozione di incassare al Bancomat i primi Euro. Infine con la BCE siamo ad oggi. E poi? Poi ci fu la crisi economica in cui tutti i governi, chi più chi meno, cominciarono ad attribuire all’Europa tutte le responsabilità delle proprie difficoltà nazionali; si formò una struttura centrale europea che andò sempre più burocratizzandosi proprio nel momento in cui bisognava parlare di ideali e non delle “dimensioni delle vongole”. Il fenomeno dell’immigrazione in cui ogni Paese decise di badare a se stesso rinnegando ogni forma di solidarietà, diede il colpo di grazia. A pochi giorni dalle prossime elezioni europee, cosa resta di quegli ideali? Poco o niente credo, purtroppo! L’Europa si è fermata ormai da troppo tempo “a metà del guado” dimenticando quali fossero i propri ideali. A ciò ha contribuito lo smisurato allargamento del numero di Paesi aderenti. Si è cercato di creare un gigantesco mercato unico, fra Paesi che non condividevano, e non erano interessati a condividere, gli ideali fondativi dell’Europa.

Oggi, qui in Italia, tutti i candidati ci dicono di voler “rifondare l’Europa. Purtroppo però, nelle loro dichiarazioni, si parla tanto di Italia, di contrapposizioni fra destra e sinistra, ma dimentichiamo che dobbiamo votare per l’Europa, e di Europa dovremmo parlare. E qua il problema si complica. La presidente del consiglio e leader del partito più votato, è la persona che dovrà nei prossimi due anni, e forse anche dopo,  rappresentare l’Italia nel Consiglio europeo e quindi, in fin dei conti, definire la posizione nel nostro Paese su tutti gli argomenti cruciali che dovranno essere oggetto delle decisioni della UE. Ci si focalizza sempre su aspetti molto secondari, e spesso motivati dai riflessi, di bottega e non strategici, che potrebbero avere in Italia. La presidente Meloni (ho ascoltato ben tre lunghe interviste) ci parla del packaging, delle concessioni ai balneari, della velocità con cui dovremmo approcciare la riduzione dell’inquinamento, del problema delle auto elettriche etc. I primi due argomenti non credo che siano così strategici, il terzo fa parte di una decisione i cui termini generali sono già stati concordati. Mi aspetterei di sapere: vuole l’Italia rinunziare all’obiettivo di zero emissioni nei tempi già accettati dall’Italia in tutte le sedi internazionali, oppure vuole semplicemente rimodularlo? Nel primo caso dovrebbe dichiararlo chiaramente OGGI, nel secondo dovrebbe spiegarci come potrà convincere i partners europei che uno slittamento oggi potrà essere recuperato domani. L’Italia, lo sappiamo tutti, è maestra, e non da oggi, nel non rispettare i cronoprogrammi fatti. Il caso delle auto elettriche è più complesso e, senza nominarli in campagna elettorale, è sinonimo di “dazi”. La Germania, in rotta di collisione con gli altri paesi europei e con la commissione europea, non ne vuole sapere per non danneggiare la propria industria automobilistica. La Francia è favorevole ma lascia parlare la Von der Leyen per evitare a sua volta dazi cinesi, già preannunziati, sul cognac. Nel frattempo la più grande fabbrica del mondo di veicoli elettrici (BYD), sta costruendo un impianto in Ungheria e la Spagna è in fase avanzata di discussione per un impianto analogo con un altro costruttore. Questi impianti saranno europei a tutti gli effetti, e quindi i dazi avranno ben poca efficacia. Noi in Italia abbiamo una sola fabbrica di automobili nazionali, la Ferrari, che esporta in Cina gran parte della sua produzione, con utili rilevantissimi. Vogliamo che essa sia colpita dai dazi cinesi sulle auto e su ciò che riterranno opportuno fare come reazione? Lo stesso vale per il gruppo FIAT che però è in realtà francese. Ecco, questo è un problema importante, e credo di avere il diritto di conoscere una posizione chiara delle idee del nostro governo.

A parte questo, i problemi critici che dovrà affrontare la UE nei prossimi anni sono: la guerra in Ucraina, la guerra in Israele, la difesa europea, l’idea di un mondo diviso in blocchi sempre più aggressivi uno contro l’altro oppure quella che, sembra affermarsi oggi, di un mondo multipolare con alleanze o competizioni solo su temi specifici, la gestione delle migrazioni, il passaggio da una decisione unanime ad una a maggioranza, una fiscalità unica, il mantenimento dell’obiettivo di una struttura federale o piuttosto il passaggio ad una struttura confederale. Probabilmente ne ho dimenticati altri, ma questi sono abbastanza per chiarire cosa mi aspetterei, come un cittadino che deve scegliere per chi votare. Chiarisco. Parlo essenzialmente della Meloni perché è certo che il suo partito risulterà abbondantemente il vincitore (1 o 2% in più o in meno non avranno alcuna influenza in Europa) e comunque sarà lei a definire la posizione italiana nei prossimi anni. Ciò non toglie che quasi tutti gli altri leader hanno posizioni altrettanto fumose e inconcludenti.

Parto dall’ultimo punto. FDI per bocca della Meloni ha detto più volte che è favorevole ad una struttura confederale, perché più aderente al sentimento degli italiani. Nelle varie interviste concesse ai giornalisti (ne ho ascoltato tre, su Rai 1, Rai 3, e il Corriere in video) la Presidente si è guardata bene da elaborare la sua visione ma in occasioni precedenti aveva detto che FDI riteneva utile mantenere l’Euro, lasciando però la possibilità ai singoli governi, ove ritenessero necessario farlo, di svalutare o rivalutare la propria valuta nazionale, sulla base degli interessi nazionali. In altre parole ritornare a qualcosa di simile all’ECU! Ecco questa è una posizione di un’importanza tale per cui ogni candidato dovrebbe sentire l’obbligo di avere una posizione chiara. Sembra una semplice parolina ma sovverte dalle fondamenta l’idea che ebbero di Europa i Padri fondatori. Ognuno dei leaders dovrebbe dichiarare in maniera chiara ed esplicita se è favorevole a mantenere la regolamentazione dell’Euro così come è oggi, oppure se ritenga opportuno modificarla, e come. E i giornalisti dovrebbero incalzarli fino ad ottenere una risposta, oppure rifiutarsi in maniera chiara di dare una risposta. Forse, secondo la Presidente questi sono solo dettagli tecnici che non interessano ai cittadini. Il problema della guerra in Ucraina è altrettanto importante: ogni candidato dovrebbe rispondere chiaramente a queste domande “E’ ragionevolmente convinto, e su che basi, che l’Ucraina possa con i suoi soli uomini (anche se armata dall’Occidente) sconfiggere la Russia? Può escludere la possibilità che l’Italia mandi le sue forze armate in guerra, a meno di violazione palese della Russia dell’art. 5 della NATO? E’ favorevole o contrario all’inizio di trattative che non prevedano il ritiro a-priori della Russia dai territori occupati in questa fase ed in quella precedente della guerra?“ Anche in questo caso la Meloni in tutte le interviste ha dichiarato che Putin vuole ricostituire una Russia all’interno dei suoi confini storici (non ha citato alcun documento che dica ciò), che solo la sinistra vuole che l’Ucraina si arrenda, e che i fatti dimostrano che la Russia, in due anni di guerra ha conquistato solo l’1% di territorio ucraino perdendo lo stesso numero di uomini di quanti ne ha perso nella seconda guerra mondiale. Forse ignora che la Russia in quella guerra ebbe 30 milioni di morti, 100 volte di più di quanti ne ha persi in questa guerra, e forse proprio per questo può continuare a combattere a lungo, a differenza dell’Ucraina. Solo su RAI 1 l’intervistatore ha cercato di spingerla a spiegare cosa intenda fare in dettaglio per porre fine alla guerra, ma ella ha ignorato queste richieste. Per semplicità non entro in dettaglio nelle problematiche della guerra in Israele, ma mi aspetterei risposte a domande analoghe.  La difesa europea è un problema altrettanto importante specie nel caso in cui Trump prevalga nelle elezioni americane. Pure nell’ambito dell’imprevedibilità di Trump (qualche giorno fa ha dichiarato, contrariamente al passato, che non esiterà a bombardare direttamente la Russia per far terminare la guerra) esistono seri indizi che egli voglia muoversi verso una posizione “neo-isolazionista” che per altro fa parte di uno dei due filoni storici, e contrapposti, della politica americana. Anche in questo caso vorrei poter sentire le risposte a qualche domanda molto importante: una difesa europea comune costituirebbe un obiettivo strategico verso il conseguimento dell’unità europea come la sognarono i fondatori. Il candidato è favorevole o contrario? E come vorrebbe realizzarla tenendo conto che i costi coinvolti sarebbero molto alti? Non ho analizzato il tema dei due blocchi ormai protagonisti della “guerra a pezzi” citata da Papa Francesco, perché ne parlerò nella parte dedicata alle elezioni americane.

Sperando di avere informazioni più chiare ho letto i programmi ufficiali di tre partiti: Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Azione. Il primo perché è il partito della leader, il secondo perché mi era parso (nelle varie interviste che ho ascoltato) come un’opposizione assolutamente speculare a FDI, ed il terzo perché avevo visto Calenda in una lunga intervista sul Corriere e mi era parso il più concreto. Non mi ero sbagliato. FDI agita fin dall’inizio la sua bandiera di “Un’Europa confederale che rispetti i principi di sussidiarietà e proporzionalità… Un’alleanza di nazioni sovrane, unite sui grandi temi da una politica e da un destino comune, e libere di intervenire sulle materie più prossime alla vita dei cittadini, difendendo le specificità dei contesati nazionali” E’ strano però che nel programma si parli di “garantire giustizia alle persone che hanno subito danni permanenti dopo la vaccinazione contro il Covid” e di “Assicurare la qualità del servizio taxi per tutti gli utenti, ferma restando la necessità di evitare fenomeni di concorrenza sleale da parte di grandi piattaforme di intermediazione”. Sono solo due esempi, ma francamente mi paiono in contraddizione con la sua idea di indipendenza nazionale per questo tipo di problemi; mi sembra piuttosto una “captatio benevolentiae”, di caratteristiche assolutamente nazionali. Per il resto nel programma si chiede una serie di esclusioni dal calcolo del debito e del deficit, si propone di dialogare con la BCE per ridurre i tassi, allentare gli obblighi esistenti per la transizione ecologica etc. Tutto legittimo, ma come ottenerlo? Con quali soldi? con quali conseguenze? In quali tempi?  De minimis non curat praetor.

Come avevo previsto, il manifesto elettorale del PD è esattamente speculare a quello di FDI. Sono accomunanti solo da una cosa: addossare in maniera esplicita la responsabilità di tutte le disfunzioni esistenti a livello nazionale, come al livello europeo, all’altra parte politica. Per il resto il PD parte dagli ideali di Ventotene e dei Padri Fondatori, per dare della “Federazione Europea” una descrizione come se fosse già oggi uno stato unico, di cui le varie nazioni siano le regioni. Uno stato che legifera e governa. Poi chiarisce “Non siamo qui a difendere lo stato delle cose, ma a cambiarlo profondamente perché l’Europa sia in grado di affrontare le sfide più cruciali del futuro, che nessun Paese può affrontare da solo”. Dopo di che, per 49 pagine non fa altro che descrivere “L’Europa che vogliamo”. Sono, a mio avviso, quasi tutti ideali condivisibili. Ma i nostri rappresentanti dovrebbero andare a Bruxelles, consapevoli di ciò che è possibile, di ciò che è sperabile e di ciò che è assolutamente impossibile. Dire chiaramente che quest’ultimo gruppo appartiene ai sogni, agli ideali che Altiero Spinelli aveva a Ventotene, un faro da vedere in lontananza. Ma quali saranno le loro azioni reali, e soprattutto come faranno ad ottenere i loro obiettivi: in qual modo, con quali risorse, con quali strategie? Buio assoluto, tranne che su un punto: niente e per nessun motivo alleanze con la destra.

Per ultimo ho letto il programma di Calenda: una serie di argomenti in cui indica le criticità, le sue proposte, il modo di realizzarle, le risorse necessarie. Il tutto corredato di dati, grafici, tempistiche di realizzazione (in molti casi due legislature). Leggendo la sua proposta, prima condensata in dieci punti e poi trattata per esteso, ho condiviso alcuni di essi, altri mi hanno lasciato dei dubbi, e sono contrario a qualcuno. E’ ovvio che ciascuno di noi abbia le sue opinioni, ma finalmente ho trovato una persona che ha capito perché cosa stiamo votando e ci ha fornito il suo programma, ove il suo partito riuscirà ad andare al governo. Per la verità c’è n’è anche un altro: il movimento di Santoro. Egli non tocca tutti i problemi ma quello della pace e della guerra. Lo fa in maniera chiara ed esaustiva, anche se spesso gli mettono in bocca parole che non dice. Anche in questo caso però resta in tema. Ma perché mi chiedo ancora una volta, i nostri giornali, gli intervistatori, partono col chiedere ai candidati la loro posizione sul caso Toti, poi sulla modifica all’organizzazione della magistratura etc. e solo alla fine si occupano del tema per cui andremo a votare? Perché non incalzano i candidati chiedendo, imponendo risposte concrete? Capisco che un uomo politico possa essere riluttante o sviante, ma questa è la funzione del giornalismo. Io mi aspetto che in un paese democratico un candidato dovrebbe chiarire, al di là di ogni dubbio, qual è la posizione che vorrebbe portare avanti in Europa. Ciò vale sia per tutti i candidati al Parlamento europeo, sia, a maggior ragione per il presidente del consiglio attuale che dovrà stabilire le opportune alleanze ed essere protagonista, nel consiglio europeo, delle future politiche della UE. Abbiamo, o avremo nei prossimi giorni queste risposte? Io penso proprio di no: e allora su che basi posso dare il mio voto a qualcuno? Che senso ha il mio voto se devo scegliere al buio per un partito o un altro senza sapere che cosa farà? Non sto parlando di “bagattelle” ma di aspetti essenziali della democrazia che vedo svanire sempre di più ogni giorno che passa. (Continua)

 

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