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Ankara e la battaglia per la filiera della Difesa occidentale

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filiera della Difesa

In attesa del Vertice NATO del 7 e 8 luglio

Le parole pronunciate da Recep Tayyip Erdoğan durante il Vertice parlamentare della NATO svoltosi a Istanbul il 28 e 29 giugno 2026 non rappresentano semplicemente una richiesta economica o commerciale.

Se il presidente turco chiede di rimuovere gli ostacoli all’industria della difesa, sta in realtà aprendo una delle questioni più delicate del prossimo vertice dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza, in programma ad Ankara il 7 e 8 luglio 2026.

Chi controllerà la futura capacità industriale militare dell’Occidente? Chi potrà partecipare alla nuova corsa al riarmo euro-atlantico?

La scelta dei tempi non appare casuale, il summit parlamentare di Istanbul ha rappresentato infatti una sorta di anticamera politica del vertice di Ankara, offrendo alla leadership turca l’occasione per lanciare un messaggio chiaro agli alleati; la nuova NATO non si giocherà soltanto sul terreno della deterrenza militare, ma anche su quello della produzione industriale, delle tecnologie strategiche e del controllo delle filiere della difesa.

La guerra in Ucraina, la crisi mediorientale e la crescente competizione strategica con Cina e Russia hanno modificato la natura stessa della NATO.

L’Alleanza non è più soltanto un sistema di deterrenza militare, ma sta progressivamente trasformandosi in una grande piattaforma industriale e tecnologica, fondata sulla produzione di munizioni, missili, droni, sistemi radar, componentistica elettronica e capacità spaziali.

Non è un caso che negli ultimi mesi la stessa NATO abbia parlato apertamente della necessità di una vera e propria espansione della capacità produttiva occidentale, accompagnata da nuovi investimenti e da una maggiore integrazione delle filiere industriali della difesa. È dentro questo scenario che va letta la posizione turca.

Ankara dispone del secondo esercito dell’Alleanza dopo gli Stati Uniti e negli ultimi vent’anni ha costruito una delle industrie militari più dinamiche del mondo, passando dall’essere un importatore di sistemi d’arma a un esportatore globale di droni, mezzi navali, elettronica militare e piattaforme terrestri.

Le esportazioni della difesa turca hanno ormai raggiunto livelli record e il governo punta a incrementarle ulteriormente, approfittando del riarmo europeo e dell’aumento delle spese militari occidentali.

Il problema, dal punto di vista di Ankara, è che la Turchia continua a essere percepita duale: indispensabile ma anche sospetta. Indispensabile per la sua posizione geografica tra Mar Nero, Mediterraneo orientale, Caucaso e Medio Oriente, per il controllo degli Stretti, per la proiezione verso il Levante e per il contenimento della Russia sul fianco meridionale dell’Alleanza.

Se il Canale d’Otranto rappresenta la porta meridionale dell’Adriatico e il punto di connessione tra Italia, Balcani e Mediterraneo orientale, i Dardanelli e il Bosforo costituiscono da oltre duemila anni il grande snodo strategico tra il Mediterraneo e il Mar Nero, e chi controlla gli accessi tra Mediterraneo e Mar Nero esercita un’influenza diretta sul rapporto tra la potenza marittima e il cuore continentale euroasiatico.

Quando nel 1904 Mackinder elaborò la sua teoria dell’Heartland, gli Stretti turchi apparivano già come una delle principali cerniere tra il potere marittimo e il cuore continentale dell’Eurasia.

A oltre un secolo di distanza, quella centralità geopolitica sembra tornare con forza nell’agenda strategica della NATO.

Dalle guerre persiane agli imperi bizantino e ottomano, il controllo degli Stretti ha significato il controllo delle rotte commerciali, energetiche e militari tra Europa e Asia, ancora oggi nessuna nave militare può entrare o uscire dal Mar Nero senza attraversare gli Stretti sotto sovranità turca e nel rispetto della Convenzione di Montreux del 1936, che attribuisce ad Ankara una leva geopolitica unica sia all’interno della NATO sia nei confronti della Russia.

Se negli ultimi tempi il Canale d’Otranto è tornato al centro della ridefinizione delle rotte energetiche, dei cavi sottomarini e delle infrastrutture strategiche che collegano Italia, Grecia e Balcani, la Turchia continua invece a presidiare il passaggio obbligato verso il Mar Nero, l’Ucraina, il Caucaso e l’Asia centrale.

Praticamente il punto che rende oggi la Turchia quasi impossibile da isolare strategicamente è perché Ankara controlla contemporaneamente: l’accesso al Mar Nero e quindi all’Ucraina; le rotte verso il Caucaso e l’Asia Centrale; il collegamento tra Mediterraneo ed Eurasia; il fianco sud-orientale della NATO; una delle principali industrie emergenti della difesa occidentale.

In questo senso le dichiarazioni di Mark Rutte acquistano una maggiore coerenza strategica rispetto a quanto apparisse inizialmente.

Se davvero la NATO e gli Stati Uniti stanno ridisegnando la propria profondità logistica e industriale nel Mediterraneo, allora il Canale d’Otranto e i Dardanelli smettono di essere due semplici punti geografici e diventano le due cerniere della nuova architettura euro-atlantica: una verso i Balcani e l’Europa centrale, l’altra verso il Mar Nero, il Caucaso e l’Heartland eurasiatico.

Allo stesso tempo la Turchia continua a essere percepita, da una parte dell’Alleanza, come un partner strategicamente ambiguo. Il punto di rottura si è verificato nel 2017, quando Ankara decise di acquistare dalla Russia il sistema di difesa aerea S-400 Triumph, uno dei più avanzati sistemi missilistici antiaerei e antimissile sviluppati da Mosca, progettato per individuare, tracciare e ingaggiare simultaneamente velivoli, missili da crociera e missili balistici a distanze che possono superare i 400 chilometri.

Per Washington il problema non era soltanto politico, ma soprattutto tecnologico. Gli Stati Uniti temevano che l’integrazione di radar e sensori russi all’interno delle infrastrutture di un Paese NATO potesse consentire a Mosca di raccogliere dati sensibili sulle caratteristiche operative del caccia di quinta generazione F-35, in particolare sulla sua firma radar e sulle capacità stealth che costituiscono il principale vantaggio strategico del velivolo.

Per questa ragione nel 2019 gli Stati Uniti decisero di escludere la Turchia dal programma F-35. L’esclusione non riguardò soltanto la mancata consegna dei velivoli già ordinati da Ankara, ma coinvolse anche l’intera filiera industriale turca che partecipava alla produzione del caccia.

Diverse aziende turche realizzavano infatti componenti strutturali, parti della fusoliera, elementi del carrello e sottosistemi elettronici destinati alla catena produttiva internazionale del programma.

In termini geopolitici si trattò di molto più di una semplice disputa commerciale. Fu il segnale che, all’interno della NATO, l’accesso alle tecnologie strategiche più avanzate sarebbe stato subordinato non soltanto all’appartenenza formale all’Alleanza, ma anche al grado di allineamento politico e tecnologico con gli Stati Uniti e con il nucleo occidentale dell’organizzazione.

Da quel momento la Turchia ha accelerato il proprio percorso verso l’autonomia strategica nel settore della difesa, investendo nello sviluppo di droni, sistemi navali, missili e soprattutto nel programma del caccia nazionale KAAN, il velivolo di quinta generazione con cui Ankara punta a conquistare la piena autonomia nel settore aerospaziale militare.

Una scelta che riflette la più ampia ambizione turca di trasformarsi da alleato regionale della NATO a potenza tecnologica e industriale autonoma.

Anche l’acquisizione dell’italiana Piaggio Aerospace da parte di Baykar, azienda simbolo dell’industria turca dei droni e dei sistemi senza pilota, deve essere letta all’interno della stessa strategia di espansione industriale e tecnologica.

Non a caso l’acquisizione di Piaggio Aerospace da parte di Baykar è passata attraverso il vaglio del Golden Power italiano, lo strumento di tutela degli asset strategici che negli ultimi anni, soprattutto durante la stagione inaugurata da Mario Draghi, è diventato uno dei principali strumenti di sovranità economica e industriale dello Stato.

Questo significa che un pezzo storico dell’industria aeronautica italiana è entrato nella filiera industriale della difesa turca, dando alla Turchia l’acquisizione di competenze, capacità produttive e presenza industriale diretta all’interno dell’ecosistema europeo della difesa.

Non si tratta soltanto di un investimento produttivo, ma della costruzione di un ponte tecnologico tra il Mediterraneo centrale e il Mar Nero, tra la capacità manifatturiera italiana e l’espansione dell’industria della difesa turca verso il mercato europeo.

La Turchia non cerca più soltanto accesso alle tecnologie occidentali, punta a diventare essa stessa uno dei pilastri produttivi della nuova difesa europea e a essere riconosciuta come attore indispensabile nella futura architettura industriale dell’Alleanza.

Quando Erdoğan parla di ostacoli, il riferimento è precisamente a queste limitazioni tecnologiche, agli embarghi informali sulle componenti critiche, ai vincoli sulle esportazioni e soprattutto all’esclusione della Turchia dai nuovi programmi europei di riarmo e dalle future iniziative comuni nel settore della difesa.

L’Europa sta discutendo programmi di investimenti senza precedenti per ricostruire una propria autonomia industriale nel settore della difesa. Ma una parte crescente delle capacità produttive necessarie a questa trasformazione si trova oggi proprio in Turchia.

Escludere Ankara significherebbe rinunciare a una componente sempre più importante della filiera militare euro-mediterranea; includerla significherebbe invece accettare all’interno della futura architettura industriale occidentale una potenza regionale autonoma, capace di seguire una propria agenda nel Mediterraneo, nel Caucaso e nel Medio Oriente.

Osservata da questa prospettiva, la richiesta di Erdoğan di eliminare gli ostacoli all’industria della difesa assume un significato che va oltre la semplice cooperazione industriale.

Ankara non chiede soltanto accesso ai programmi occidentali o nuovi mercati per la propria industria militare; chiede il riconoscimento del proprio ruolo geopolitico di cerniera tra il Canale d’Otranto e i Dardanelli, tra il Mediterraneo e il Mar Nero, tra l’Europa e l’Asia, in una fase storica nella quale le rotte e i punti di passaggio stanno tornando a determinare gli equilibri strategici.

Nella geopolitica delle rotte, chi controlla i passaggi controlla spesso anche gli equilibri strategici.

Dietro la richiesta di Erdoğan si intravede una domanda: la NATO del futuro sarà un’alleanza politica che tollera eccezioni e autonomie strategiche oppure una comunità industriale integrata nella quale l’accesso alle tecnologie sarà subordinato alla piena convergenza politica?

La risposta potrebbe arrivare proprio dal futuro vertice di Ankara di luglio, il quale potrebbe definire non soltanto il ruolo della Turchia nell’Alleanza, ma anche l’architettura industriale della difesa occidentale per il prossimo decennio.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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