Le responsabilità degli europei non sono più celabili
L’accordo tra Israele e il Libano, mediato da Marco Rubio e le proteste dei cittadini di Gaza contro Hamas sono due degli elementi che evidenziano un unico problema, che pone come necessaria un’unica strategia: tagliare le unghie dell’Asse della Resistenza, ossia neutralizzare i suoi proxi, isolando Teheran e stabilizzando il Medioriente.

In questa necessaria azione non c’è solamente la partecipazione bellica, ma la chiusura di ogni rapporto con le organizzazioni criminali che costituiscono le unghie dell’Asse della Resistenza e qui l’Europa ha molto da fare, a cominciare dalla eliminazione delle ambiguità politiche per arrivare alla lotta totale alla rete di Hezbollah e di Hamas.
La rete di Hezbollah in Europa, infatti, è ben consolidata da decenni e serve principalmente per raccogliere fondi, procurare armi e tecnologie, reclutare, svolgere attività logistiche e, in alcuni casi, pianificare operazioni terroristiche.
Hezbollah utilizza l’Europa come hub per attività di supporto, sfruttando società aperte, confini porosi e comunità libanesi e ha infrastrutture logistiche, cellule criminali e centri di propaganda in almeno una dozzina di paesi europei.
Il centro principale delle attività europee di Hezbollah è la Germania, i cui servizi di intelligence (Ufficio per la Protezione della Costituzione) stimano circa 1.000-1.050 membri attivi e migliaia di sostenitori (fino a 4.000), concentrati a Berlino e legati a moschee, centri culturali e associazioni.
Il numero è stabile o in lieve aumento. Ci sono poi presenze significative in Francia, Belgio, Italia, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Bulgaria, Cipro e altri paesi, con operativi stimati in centinaia o migliaia in tutta Europa (dati Operation Cassandra della DEA USA).
Le attività principali riguardano la rete europea estesa di riciclaggio tramite traffico di droga (cocaina dal Sud America), contrabbando di diamanti, auto usate, beni di lusso (orologi, auto), arte e hawala informale.
L’Europa è anche la sede logistica per l’acquisto di componenti per droni, elettronica e tecnologie dual-use per il programma UAV di Hezbollah (usati contro Israele).
Il reclutamento avviene attraverso centri culturali, moschee, TV, manifestazioni e raccolta fondi tra comunità libanesi e shiite.
E qui si arriva al punto centrale della questione che riguarda la debolezza o la connivenza degli europei.
L’Unione Europea, ad esempio, ha designato solo l’ala militare di Hezbollah come organizzazione terroristica nel 2013 (dopo Burgas), ma non l’intera organizzazione (la distinzione tra ala politica e quella militare è rifiutata dallo stesso Hezbollah).
Molti paesi europei non hanno vietato l’intero gruppo, permettendo attività così la sopravvivenza della rete attraverso attività definite solo politiche o culturali.
Non meno diffusa e pericolosa è la rete di Hamas. La rete europea di Hamas è, infatti, un insieme di strutture di supporto, finanziamento, propaganda e, in alcuni casi, operative che operano in vari Paesi europei nonostante Hamas sia designata come organizzazione terroristica dall’UE e da molti Stati membri.
La rete è costituita di organizzazioni affiliate, individui e fronti che si presentano spesso come associazioni culturali, caritative o di solidarietà palestinese.
Queste entità raccolgono fondi (spesso deviati verso il braccio armato), diffondono propaganda, organizzano eventi e lobbying, e in alcuni casi supportano attività logistiche o operative.
ELNET (European Leadership Network), nel 2024 ha pubblicato rapporti che identificano circa 30 organizzazioni e individui affiliati a Hamas in UK, Germania, Italia, Belgio e Paesi Bassi. Molte di queste aggirano i divieti chiudendo enti designati e riaprendo sotto nuovi nomi o senza registrazione formale.
In Germania, ad esempio, comunità palestinesi e associazioni arabe condividono dirigenti con legami Hamas. Nel Regno Unito figurano gruppi come Palestinian Forum in Britain e altri. In Italia, Mohammad Hannoun è indicato come figura centrale.
L’Unione Europea e vari Stati hanno misure restrittive contro Hamas, ma l’applicazione varia: molte reti operano in una zona grigia sfruttando libertà associative.
C’è poi il capitolo fondamentale della ONG accusate o designate per legami con Hamas e Hezbollah che sono spesso al centro di controversie legate a finanziamento del terrorismo, infiltrazione o sostegno indiretto.
La maggior parte delle ONG coinvolte opera in contesti umanitari a Gaza e in Libano, ma ci sono accuse documentate di deviazioni di fondi, collaborazione con membri di questi gruppi o propaganda.
I principali esempi di ONG legate ad HamasCharity storicamente designate dagli USA (2003): Commite de Bienfaisance et de Secours aux Palestiniens (CBSP, Francia), Association de Secours Palestinien (ASP, Svizzera), Interpal (UK), Palestinian Association in Austria, Sanabil Association (Libano). Queste associazioni sono considerate parte della rete di finanziamento di Hamas tramite “aiuti umanitari”.
Interpal (UK) è designata dagli USA come canale per fondi a Hamas; ha legami con l’Union of Good (ombrello Hamas).
Altre charity sanzionate più di recente, in quanto accusate di finanziare l’ala militare di Hamas sotto copertura umanitaria, sono: Israa Charitable Foundation (Olanda), Filistin Vakfi (Turchia), Al Weam (Gaza), ecc..
Un esempio legato a Hezbollah riguarda Hind Rajab Foundation (HRF), fondata in Belgio nel 2024 da Dyab Abou Jahjah (attivista libanese con passato in Hezbollah, addestramento militare e lodi pubbliche al gruppo e a Nasrallah).
È del tutto chiaro che gli europei possono fare molto per chiudere la partita e tagliare le unghie all’Asse della Resistenza guidato dall’Iran se chiudono definitivamente con tutte le ambiguità politiche, giudiziarie, di intelligence riguardanti il terrorismo sciita.
Veniamo ora ai proxy, veri e propri alleati armati, ai quali l’Iran, tramite la Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), fornisce loro armi, addestramento, finanziamenti e supporto logistico.
Non tutti i gruppi sono “proxy” controllati direttamente: alcuni (come Hezbollah) sono molto allineati, altri (come gli Houthi) mantengono maggiore autonomia.
Hezbollah (Libano) è il più potente e fedele alleato di Teheran ed è un partito politico e una milizia sciita con migliaia di missili e una forte capacità militare. Ha combattuto a fianco di Assad in Siria e lanciato attacchi contro Israele. Riceve la maggior parte dei finanziamenti e armi dall’Iran.
Ci sono poi le Milizie sciite in Iraq (parte delle Forze di Mobilitazione Popolare – PMF) che includono gruppi come Kata’ib Hezbollah, Asa’ib Ahl al-Haq, Harakat Hezbollah al-Nujaba e altri e attaccano basi USA e obiettivi israeliani nella regione. Operano sotto l’ombrello della “Islamic Resistance in Iraq” e hanno influenza politica in Iraq.
Gli Houthi (Ansar Allah, Yemen) sono ribelli sciiti zaiditi che controllano ampie parti dello Yemen. Ricevono armi e droni dall’Iran e hanno attaccato navi nel Mar Rosso e obiettivi in Israele in solidarietà con Gaza. Non sono un proxy “totale” (hanno radici locali), ma beneficiano fortemente del supporto iraniano.
Hamas e Jihad Islamica Palestinese beneficiano del supporto iraniano in armi, fondi e tecnologia missilistica (soprattutto alla Jihad Islamica). Hamas, tuttavia, è sunnita e pertanto l’alleanza è più pragmatica e ideologica (anti-Israele) che strettamente confessionale.
Infine, ci sono milizie filo-iraniane in Siria (che hanno sostenuto Assad) e gruppi minori in Afghanistan, Pakistan e altrove (es. Fatemiyoun Brigade, Zaynabiyoun Brigade).
Alcuni analisti parlano di indebolimento dei proxy, ma l’Iran continua a riarmarli dove possibile, in quanto permettono a Teheran di proiettare potere a basso costo, creando deterrenza indiretta. Strategia, questa, centrale per la dottrina iraniana di “guerra asimmetrica” e “difesa avanzata”.
Ed è questo il motivo che tagliare le unghie costituite dai proxy conta probabilmente di più che lo scontro diretto.
Non a caso Teheran è contrario all’accordo raggiunto tra Israele e il Libano, in quanto prevede lo smantellamento di Hezbollah.
I governi di Tel Aviv e di Beirut, con l’accordo mediato dagli Usa (Marco Rubio), sembrano essersi nuovamente allineati sulle prospettive future.
Ovviamente i miliziani di Hezbollah hanno chiuso le porte all’intesa, in quanto, come si vede dalla lettura dei quattordici punti dell’accordo quadro resi pubblici dal dipartimento di Stato americano, c’è la necessità di disarmare il Partito di Dio.
Ecco tutti i termini del patto, con l’obiettivo di “raggiungere una pace e una sicurezza durature”.
1. Stop immediato alla guerra Israele – Libano: “Affrontare le cause profonde”
Israele e Libano affermano il diritto di ciascuno Stato a esistere in pace e il loro reciproco desiderio di vivere in sicurezza come Stati sovrani confinanti. Israele e Libano dichiarano pertanto la loro intenzione di porre fine in modo definitivo al conflitto, di affrontarne le cause profonde e di concludere formalmente qualsiasi stato di guerra tra di loro.
Questo accordo quadro, raggiunto dopo molteplici cicli di negoziati diretti tra le parti, si basa su precedenti accordi e intese di successo ed esprime la determinazione a compiere progressi irreversibili verso una risoluzione globale di tutte le questioni tra i due Paesi. Entrambi i Paesi affermano la loro intenzione di risolvere tali questioni in quanto Stati sovrani attraverso negoziati bilaterali diretti, con la mediazione e il sostegno degli Stati Uniti.
2. Il disarmo di Hezbollah e le condizioni per il ritiro dell’IDF
Il governo di Israele e il governo del Libano si impegnano in un processo reciproco e graduale, con condizioni chiare, in base al quale le Forze Armate Libanesi (LAF) ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, subordinatamente al disarmo verificato dei gruppi armati non statali e allo smantellamento delle infrastrutture associate, consentendo così alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese.
Il Quadro definirà le misure necessarie, gli accordi di sicurezza e i meccanismi di verifica per promuovere questo processo. L’attuazione con successo del presente Quadro aprirà la strada a una relazione stabile e pacifica tra i due Paesi e consentirà all’Idf di ritirarsi dal territorio libanese.
3. Le “zone pilota” e il passaggio di mano da Israele a Libano
Le Forze Armate Libanesi (LAF) assumeranno gradualmente la piena ed effettiva responsabilità della sicurezza in zone pilota, che fungeranno da meccanismo per il ridispiegamento graduale e verificato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e per il dispiegamento delle LAF.
Due zone iniziali sono state concordate tra IDF e LAF, e ulteriori zone pilota saranno concordate di comune accordo. Una volta confermato il successo del disarmo dei gruppi armati non statali e lo smantellamento delle loro infrastrutture in queste zone, le LAF assumeranno la piena ed effettiva responsabilità della sicurezza in tali aree, inizieranno gli sforzi di ricostruzione sostenuti a livello internazionale e i civili libanesi potranno tornare in sicurezza in queste zone sotto il controllo esclusivo delle autorità statali libanesi.
Gli Stati Uniti intendono collaborare strettamente con entrambi i paesi per verificare e sostenere questo processo.
4. Gli sforzi internazionali per mettere all’angolo Hezbollah
Il governo del Libano ricostruirà il monopolio statale sull’uso della forza, realizzerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza né capacità armate in nessuna parte del Libano.
Il governo del Libano chiede pertanto il sostegno dei partner internazionali, e in particolare di quelli arabi, sotto la guida degli Stati Uniti, per raggiungere questo obiettivo.
5. Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano
Il governo di Israele sottolinea che le sue azioni militari in Libano sono unicamente una conseguenza degli attacchi, della minaccia e delle intenzioni ostili di gruppi armati non statali, in particolare Hezbollah. Il governo di Israele ribadisce che la cessazione di tale minaccia, attraverso il disarmo e lo smantellamento di questi gruppi in tutto il Libano e ulteriori accordi di sicurezza da concordare tra i due Paesi, eliminerà qualsiasi futura necessità di azioni o presenza militare delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) in Libano. Di conseguenza, il governo di Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano.
6. Gli enti paramilitari “illegali” presenza “contraria agli interessi nazionali”
Il governo del Libano, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e nell’esercizio della sua autorità sovrana, ribadisce che le sue forze di sicurezza hanno la responsabilità esclusiva della sicurezza e della difesa del Libano e che il governo del Libano detiene l’esclusiva autorità sovrana di dichiarare guerra e pace.
Il governo del Libano respinge le pretese di qualsiasi Stato o attore non statale di usare la forza per suo conto senza la sua esplicita autorizzazione e ribadisce che qualsiasi pretesa da parte di qualsiasi Stato o attore non statale di esercitare un ruolo militare o di sicurezza è illegale secondo le decisioni del governo libanese e contraria agli interessi nazionali libanesi.
7. La creazione di un Gruppo di coordinamento militare
Il governo del Libano e il governo di Israele affermano che nulla nel presente Quadro impedisce loro di esercitare il loro diritto intrinseco all’autodifesa, come riconosciuto nella Carta delle Nazioni Unite e in conformità con il diritto internazionale applicabile, ribadendo che nessun terzo può esercitare tale diritto per loro conto.
Entrambi i governi si impegnano a istituire un gruppo di coordinamento militare, con il sostegno e la partecipazione degli Stati Uniti, per garantire l’attuazione complessiva del presente Quadro.
8. Obiettivo Libano sicuro e ricostruito, con il ritorno dei civili in sicurezza
I due Paesi affermano di condividere l’obiettivo di un Libano sicuro e ricostruito, sotto la piena sovranità dello Stato libanese, in cui nessun gruppo armato non statale rappresenti una minaccia per Israele, il Libano o i cittadini di entrambi i Paesi. Inoltre, i due Paesi riconoscono che il ripristino della sicurezza nel Libano meridionale attraverso il dispiegamento delle Forze armate libanesi, il ritorno in sicurezza della popolazione civile e la sicurezza delle comunità settentrionali di Israele sono essenziali per la stabilità e la pace a lungo termine.
9. Impegno americano per sovranità libanese
Il governo del Libano accoglie con favore la disponibilità degli Stati Uniti a sostenere tali sforzi (disarmo di gruppi armati, ndr), riconoscendo che qualsiasi nuova assistenza statunitense sarà strettamente subordinata al raggiungimento di traguardi verificabili, alla piena trasparenza, al conseguimento di risultati concreti e a una supervisione continua.
Questo impegno consentirà il ripristino sicuro e ordinato della sovranità libanese, contribuendo al contempo alla stabilità e alla sicurezza dell’intero Medio Oriente.
10 Aiuti per la ricostruzione del Libano da Usa e partner internazionali
Parallelamente e simultaneamente, gli Stati Uniti mobiliteranno i partner internazionali affinché sostengano attivamente il governo libanese nella ricostruzione del Paese, nella riparazione delle infrastrutture, nel rilancio dell’economia e nella creazione di opportunità di prosperità.
Ciò dovrebbe includere la mobilitazione di ingenti aiuti umanitari per la ricostruzione del Libano, programmi di ripresa economica e iniziative di investimento, affinché il Libano possa riprendersi da anni di conflitto e garantire un futuro migliore a tutti i suoi cittadini.
11. Impegno di Beirut a non destinare gli aiuti a gruppi armati
Il Libano e gli Stati Uniti si impegnano a impedire che i fondi vengano destinati a qualsiasi entità, organizzazione o individuo affiliato a gruppi armati non statali e ad adottare tutte le misure legali disponibili per proibire l’attività di tali entità, organizzazioni o individui.
Il governo del Libano si impegna esplicitamente a impedire che i fondi per la ricostruzione vengano destinati a gruppi armati non statali e alle entità a essi collegate.
12. La creazione di gruppi di lavoro per raggiungere la completa intesa
Con la firma di questo Accordo Quadro, i due Paesi si impegneranno a istituire gruppi di lavoro per redigere un accordo globale e completo sulla pace e la sicurezza.
Inoltre, per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo Quadro, i due governi avvieranno immediatamente percorsi complementari di impegno diretto e continuo, facilitati dagli Stati Uniti.
I due governi si impegnano a procedere in buona fede fino al raggiungimento di una pace piena e duratura, che porti sicurezza, stabilità e prosperità ai popoli di Israele e del Libano.
13. Le misure di “buona fede” tra Libano e Israele: restituzione dei resti e rilascio dei detenuti
In linea con i loro obiettivi comuni di instaurare relazioni stabili e pacifiche, Israele e Libano si impegnano ad adottare misure in buona fede che dimostrino intenzioni positive, tra cui la cessazione di tutte le azioni ostili o avverse nei fori politici o giuridici internazionali, e si impegnano a lavorare per la ricerca e la restituzione dei resti e per il rilascio dei detenuti.
14. Il riconoscimento del ruolo di Trump
I due governi riconoscono il ruolo degli Stati Uniti nel sostenere i loro sforzi per porre fine a decenni di conflitto e stabilire una stabilità duratura e una pace globale tra i due paesi ed esprimono il loro profondo apprezzamento per la visione e la leadership del presidente Donald J. Trump.
In questo quadro una prima mossa europea viene dall’Italia e dalla Francia, che insieme lanciano una coalizione su meccanismo post Unifil in Libano, in collaborazione con l’Unione Europea e le Nazioni Unite.
Dopo l’incontro con Giorgia Meloni, Emmanuel Macron ha affermato: “Per il Libano, la Francia e l’Italia hanno un ruolo particolare perché entrambe contribuiscono all’UNIFIL e insieme al presidente Meloni vogliamo lanciare una coalizione su un meccanismo post UNIFIL, naturalmente in collaborazione con l’Unione Europea e le Nazioni Unite, per rafforzare la sovranità in Libano e evitare che il suo territorio diventi il punto di partenza una nuova escalation regionale. Da questo punto di vista, penso che la nostra collaborazione sia eccellente, speriamo potrà aprire una prospettiva in vista della fine del mandato dell’UNIFIL”.
Gran parte della riuscita dei 14 punti dell’accordo, ovviamente, dipenderà da come sarà armato l’esercito libanese, attualmente poco più di una gendarmeria allargata.
Anche sul fronte di Gaza, emerge sempre di più il fatto che la popolazione non ne può più dei terroristi di Hamas.
Nei giorni scorsi i manifestanti hanno di nuovo chiesto di cacciare la formazione terrorista.
La rivolta (o proteste) dei cittadini di Gaza contro Hamas non è nuova, in quanto ci sono state ondate di manifestazioni rare e rischiose avvenute nella Striscia di Gaza, in particolare a partire dal marzo 2025, con richiami e tentativi più recenti nel giugno 2026.
Le proteste principali si sono avute nel marzo – maggio 2025. Dopo la ripresa delle operazioni militari israeliane (seguite a un cessate il fuoco fragile), a partire dal 25 marzo 2025 sono scoppiate proteste in diverse zone della Striscia: Beit Lahia (nord), Jabalia, Gaza City (quartiere Shuja’iyya), Deir al-Balah, Khan Younis e Rafah. Alle proteste hanno partecipato migliaia di persone in vari momenti, spesso guidate da giovani e residenti esasperati.
Gli slogan principali sono stati: «Fuori Hamas», «Hamas deve cadere», «Vogliamo la pace», «Sì alla pace, vogliamo mangiare», «I bambini vogliono vivere», «Basta guerra». Alcuni chiedevano esplicitamente la fine del governo di Hamas e il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
Qui è necessario piantarla con i proPal, le varie flottille e l’appoggio ad Hamas da parte degli europei, perché la gente di Gaza ci sta dicendo a chiare lettere che non vuole più avere a che fare con i proxy dell’Iran.
Infine, una questione di fondo. Non si capisce chi comanda davvero in Iran. C’è la parte dialogante, che si rende conto che l’economia iraniana è in asfissia pesante, con un’inflazione alle stelle e ci sono i delinquenti assassini pasdaran che non vogliono accordi.





