
di Vito Sibilio
Altri personaggi entrarono nel Processo Andreotti e ne uscirono per l’inconsistenza probatoria con la quale si era tentato di servirsene per corroborare l’accusa di concorso in associazione mafiosa rivolta al politico romano. Giova rinfrescarsi la memoria sul modo in cui simili cose vennero argomentate.
-Aldo Moro
Non è certo questa la sede per approfondire le tormentate relazioni a distanza tra Moro e Andreotti durante il suo tragico sequestro. Ma vale la pena ricordare Tommaso Buscetta, che asserì di essere stato sensibilizzato da Stefano Bontate per avvicinare i terroristi in carcere onde facilitare la liberazione di Moro, ma che poi non se ne fece nulla per l’opposizione dei partiti di governo. Vale la pena per svariati motivi. Il primo è che, stando alle recenti acquisizioni della Commissione Fioroni, nel Caso Moro entrò senz’altro la ‘Ndrangheta, in quanto coinvolta in un traffico d’armi da cui non solo traevano vantaggio anche le BR – armi presumibilmente sottratte ai NASCO di Gladio, rivendute al FPLP e poi riconsegnate anche ai terroristi, che così operavano con mezzi NATO – ma che aveva una delle sue basi nel famoso Bar Olivetti di Via Fani che, sebbene fosse fallito sei mesi prima, era aperto nel giorno fatidico del sequestro dello statista DC, fungendo da base per i famosi terroristi vestiti da avieri che assaltarono il convoglio delle sue auto e tra i quali vi erano militanti della RAF, di Separat e del FPLP. Non a caso la ‘Ndrangheta, preoccupata dall’instabilità politica che poteva derivare dal prolungamento del sequestro di Moro, si propose al politico DC Benito Cazora per liberare l’ostaggio, con un suo blitz che avrebbe, ovviamente, eliminato tutti i terroristi. Cazora, interpellato chi di dovere, disse no. Ora, se la presenza della ‘Ndrangheta è conclamata, è credibile che nella faccenda entrasse anche la mafia? Tanto più che nella babele di rivelazioni sul Caso Moro, si fece anche il nome della camorra e di Raffaele Cutolo. Può essere che settori diversi dello Stato interloquissero con il crimine organizzato per avere informazioni sul caso, ma l’incomunicabilità tra le BR e i propri compagni detenuti, attestata proprio da questi ultimi, che lamentarono di non essere stati consultati per nessuno dei comunicati del Sequestro, rende molto difficile credere che mafia e camorra potessero fungere da strumento di mediazione in una situazione del genere. Inoltre, la testimonianza di Buscetta vuol far credere che la mafia avesse pietà del prigioniero e lo stato no, ossia si fa carico di quei luoghi comuni che addossarono al governo tante responsabilità e che, oggi, grazie alle risultanze di tante indagini –che hanno dimostrato il ruolo chiave dei servizi NATO nella gestione della faccenda – non sono più sostenibile. Né sono compatibili con le notizie sulla serratissima, triplice trattativa – soldi, scambi di prigionieri, riconoscimento politico – che si tenne con le BR nelle ultime settimane del sequestro. Inoltre, non si conciliano con la ferrea volontà del PCI di non discostarsi, almeno all’inizio, dalla linea della fermezza, in quanto il collaboratore di giustizia vuole addebitare tutto e solo alla DC. Sembra che Buscetta parlasse di cose che non conosce veramente a fondo, come millantava. Del resto, anche se la mafia venne contattata, non si può assolutamente dire, e neanche Buscetta lo fece, che ciò avvenne per ordine di Andreotti. E’, per sua ammissione, una deduzione. Lo Stato non è solo il Presidente del Consiglio e, in quei tragici frangenti, di certo Andreotti non poteva prendere iniziative del genere, che spettano più al ministro degli Interni, ai servizi segreti e a tutta una serie di figure collaterali al potere istituzionale. Anche i millantati riferimenti del Memoriale Moro contro Andreotti, che sarebbero rimasti nella copia completa del documento resa pubblica nel 1990, in realtà non esistono. La copia del 1978 è molto più livorosa e fu resa, com’è noto, subito pubblica. In molte cose Moro fu probabilmente indotto a presentarsi contro Andreotti, assecondando la volontà delle BR e dei loro sponsor di Oltrecortina di demolire la Solidarietà Nazionale. L’asserita ostilità alla nomina del senatore Giuseppe Medici ai vertici della Montedison, attribuita al solo Andreotti alle spalle della DC, non ha fondamento: Moro e Medici erano notoriamente amici. La censura della nomina di Mario Barone ad amministratore delegato del Banco di Roma, presentato come creatura di Andreotti a lui ignota, è smentita dal fatto che Barone e Moro si conoscevano dai tempi dei gruppi giovanili della DC. Poco credibile anche che Moro subisse la presenza di Sindona in un banchetto per volere di Andreotti, essendo il primo Ministro degli Esteri e il secondo personaggio assai noto. False le asserzioni sulla preminenza del Presidente del Consiglio nella gestione dei servizi – che avrebbero dovuto valere anche per lo stesso Moro, presidente fino al 1976 –, quelle su una riforma degli stessi fatta a vantaggio di Andreotti – che non sarebbero rimasto Presidente del Consiglio per sempre – e quelle sul rifiuto di Andreotti di assegnargli incarichi nel governo della Solidarietà Nazionale, che invece Moro non volle esplicitamente. Gli attacchi ad Andreotti, Cossiga e tutti gli altri, esclusi i comunisti, erano senz’altro funzionali alla linea politica che il prigioniero seguiva, comprensibilmente, per salvarsi la vita. Infine, vale la pena di rammentare che Buscetta, sin dal 1984 aveva riferito a Falcone di essere stato sollecitato da Ugo Bossi ad impegnarsi per Moro, in cambio di un trasferimento dal carcere di Cuneo a quello di Torino, in un secondo momento aveva parlato dell’intervento di Salvo Lima e di Mario d’Acquisto su Stefano Bontate e solo alla fine, nel 1993, aveva fatto il nome di Andreotti. Tutti costoro erano stati nominati per una mera deduzione del collaboratore di giustizia.
-Roberto Calvi
Calvi entra nel Processo Andreotti solo per degli aiuti che questi gli avrebbe chiesto per Sindona in difficoltà e che non si concretizzarono in quanto il politico romano si aspettava delle proposte e il banchiere milanese delle richieste, in quanto egli era in rivalità con il bancarottiere siciliano e non intendeva muoversi spontaneamente, ma nel 1991 il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia sostenne che Calvi fosse stato strangolato da un mafioso, Francesco Di Carlo, su ordine di Pippo Calò. Secondo Mannoia, Calvi aveva ricevuto, attraverso Licio Gelli e Pippo Calò, del denaro per conto dei corleonesi di Totò Riina e lo aveva perduto in investimenti sbagliati, per cui era stato ammazzato, nonostante una parte di quel denaro fosse stato recuperato, in quanto il banchiere era risultato inaffidabile. Nel 1996 Di Carlo divenne a sua volta collaboratore di giustizia, ma negò di essere l’assassino di Calvi anche se ammise che in realtà Calò gli aveva chiesto di occuparsi dell’operazione, che poi però era stata affidata a camorristi napoletani. In realtà il Banco Ambrosiano aveva i fondamentali saldi, come si vide alla morte di Calvi, mentre il buco delle consociate panamensi, quelle delle “tonache”, non si spiega con un cattivo investimento, ma con una sottrazione misteriosa. La mafia poté fare da manovalanza, ma non aveva né movente né interesse, come del resto Gelli. Non aveva nemmeno motivo per mascherare l’esecuzione di Calvi in un suicidio, né bisogno di ammazzarlo a Londra, quando poteva ucciderlo benissimo in Italia.
Quel che penso sulla morte di Calvi l’ho scritto in “L’Ambrosiano, Calvi e la Guerra Fredda”, in cui cito anche l’incontro tra lui e Andreotti, come uomo di fiducia del Vaticano, prima della partenza del banchiere per l’ultimo viaggio. Qui vale la pena di annotare che, nonostante queste connessioni, il caso Calvi non entrò nel processo Andreotti. Quella vicenda era legata alla politica internazionale e Andreotti fece solo da garante del Vaticano in un momento in cui la riservatezza del banchiere non era più sicura. Una morte, quella di Calvi, che non avrà mai un colpevole fino a quando non si guarderà ad est. In questa cornice si comprendono gli omicidi di Graziella Corrocher, segretaria di Calvi, e di Giuseppe Dellacha, vice-direttore e intermediario tra il banchiere e Marcinkus. Tutti assassini, mascherati da suicidi, che la mafia non aveva alcun interesse a compiere.
E’ interessante notare che il medesimo schema “incontro-suicidio” sullo sfondo di un ruolo finanziario del Vaticano si ebbe quando Andreotti incontrò Sergio Castellari, che il 25 gennaio 1993 fu trovato morto, con una messinscena di suicidio incredibile. Seguirono l’omicidio di Raul Gardini – perché omicidio fu, stando ai rapporti balistici – e il suicidio di Gabriele Cagliari. La maxi tangente Enimont era passata per lo IOR. Forse qualcuno, come nel 1982, voleva creare uno scandalo politico finanziario che colpisse sia lo Stato che la Chiesa, impedendo alle vittime di raccontare chi fossero i loro veri carnefici.
-Licio Gelli
Nessuno vuole esaurire i rapporti tra Andreotti, Gelli e la P2 in due righe. Ma in relazione al processo, va puntualizzato che la rete di connessioni dirette tra il politico romano e il massone aretino è poco più di uno sceneggiato. Gelli era un agente doppio dal 1951 e questo lo condizionò con tutti i politici con cui aveva a che fare. La P2 era una loggia coperta, non segreta. Anche il PCI aveva relazioni con Gelli. Berlinguer, infatti, per non chiedere denaro all’URSS, aveva chiesto un prestito al Banco Ambrosiano, di cinque miliardi, rivolgendosi non a Calvi ma a Gelli. Servivano per salvare il quotidiano “Paese Sera”. Scoppiato lo scandalo P2, il PCI restituì i soldi senza interessi. Dunque una cosa sono i rapporti di Andreotti – e dei politici – con Gelli, altra le relazioni con la P2 in quanto tale e altra ancora quella con singoli massoni piduisti, tra i quali distinguiamo gli oltranzisti atlantici e i semplici affaristi. Va inoltre rammentato che non esisteva, come centro di potere riservato – occulto è fuorviante – solo la loggia P2, ma anche la CAMEA – Sindona ed Enrico Cuccia ne facevano parte, pur detestandosi, a dimostrazione di come le appartenenze comuni spieghino le cose fino ad un certo punto – e la Colosseum – coi confratelli tutti americani tranne Elvio Sciubba – e molte altre. Detto questo, consideriamo una serie di cose. Il Piano di Rinascita della P2 era il piano di un pensatoio legale, non meno pericoloso di un progetto del Bilderberg o del Club di Roma, di cui faceva peraltro parte anche Andreotti. La stima ostentata di Gelli verso Andreotti, finché fu prima della caduta del Venerabile, poteva anche fare piacere al Divo Giulio, ma quando venne reiterata dopo lo scandalo P2 divenne per lui più un problema che una gratificazione. Gelli passava per rivale del compromesso storico e fino al 1981 Andreotti era ancora l’uomo di quella formula politica. I due quindi avevano orientamenti politici differenti e le attenzioni di Gelli erano palesemente nocive per Andreotti che tentava sempre, almeno da questo punto di vista, di mantenere le distanze. Altre affermazioni, comparse qua e là nel processo Andreotti, risultarono davvero stravaganti, come la comune paternità di Gelli e Andreotti verso…la Lega Nord. L’esistenza della Loggia di Montecarlo, manovrata da Gelli, non implicava il fatto che Andreotti ne facesse parte, come pure si sostenne. La nomina del prefetto Walter Pelosi al Cesis non fu, come si pretese, una conseguenza della sua affiliazione alla P2, in quanto egli vi entrò dopo essere stato scelto per quell’incarico, offerto peraltro dapprima al generale dei CC Ferrara e al prefetto Napoletano. Quest’ultimo, dimessosi per ragioni di salute, era sconcertato dalla vaghezza dei poteri di quell’inutilmente famigerato servizio segreto. Ancora una volta, si trovò chi – ossia Salvatore Annacondia, collaboratore di giustizia – asserì, in sede processuale, di aver saputo che Marino Pulito aveva ascoltato personalmente una telefonata di Gelli ad Andreotti, ancora una volta senza poter determinare né il contenuto né le circostanze di questa strana testimonianza auricolare, visto che simili conversazioni avrebbero dovuto essere riservate. Maria Teresa Corsi, nipote dell’ammiraglio Bigliardi, ebbe poi la sfrontatezza di sostenere che Andreotti, da Ministro della Difesa, avesse preferito al nonno l’ammiraglio Pecori Giraldi per la nomina a Capo di Stato Maggiore della Marina, perché quest’ultimo era massone e il primo no. Andreotti potè dimostrare facilmente la sua estraneità al fatto, in quanto la nomina di Pecori Giraldi era avvenuta due anni prima che egli diventasse Ministro della Difesa. Nessuno inquisì la Corsi per falsa testimonianza. E’ infine più che mistificatoria l’idea, propalata anche dalla vedova Calvi, Clara Canetti, che il vero capo della P2 fosse Andreotti, magari affiancato da Francesco Cosentino. Del resto, le accuse della Canetti risultarono infondate anche alla magistratura. Se in alcune materie il politico romano era senz’altro in grado di imporsi anche a Gelli, lo scettro a quest’ultimo non poteva essere sottratto tanto facilmente e, al massimo, il suo mentore poteva essere l’avvocato Randolph Stone, ascritto alla Loggia P2 e longa manus degli USA, ben consapevoli del doppio gioco del materassaio di Arezzo, tanto da affiancargli una specie di controllore. Ma era con Gelli, non con Stone o Andreotti, che Alexander Alexevitch Soldatov, rettore del MIGMO e gran maestro del terrorismo rosso internazionale, si era relazionato. Il doppio gioco gelliano era, del resto, noto a Cossiga – che vi accenna ne “La versione di K”, e quindi, presumibilmente, anche ad Andreotti.





