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ALESSANDRO, CONTE DI CAGLIOSTRO E GIUSEPPE BALSAMO

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Alessandro, conte di Cagliostro, e Giuseppe Balsamo: dualismo d’identità e non dissociazione di personalità

Dubbi sulla verità storica “ufficiale” e riflessioni critiche sulla base di testimonianze inedite

Con questo articolo intendo rendere noto il messaggio di mio padre Raffaele, il quale nel suo primo libro, pubblicato nel 1990, ha ipotizzato un’immagine, e un’identità, assai diverse da quelle che la Storia ci ha tramandato a riguardo del nostro Grande Maestro: Alessandro, conte di Cagliostro[1].

Uno, due, tre… tanti sono i personaggi che furono identificati in lui.

Semplicemente, si vuole rispondere alla domanda che da più di due secoli ci si pone: chi è stato veramente Cagliostro: un vero mago, uno straordinario veggente, un taumaturgo ben noto e amato dal popolo semplice, un misterioso alchimista, oppure un incallito furfante e un truffatore seriale ricercato e perseguitato dalla Polizia di mezza Europa nel corso della seconda metà del VIII secolo?

Di certo, l’identificazione con un certo Giuseppe Balsamo, nativo di Palermo, ormai comunemente accettata dalla Storia, non può più essere né confermata né sostenuta.

Mio padre ha dedicato gran parte dell’esistenza alla ricerca della verità; già intuiva e sapeva, e poi ne ebbe certezza, che Cagliostro non fu mai, nella sua breve vita, né l’ennesimo avventuriero presente sul palcoscenico delle cronache nel secolo del Lumi, né un ciarlatano che gabbava le masse credulone, né un impostore che si arricchiva a spese del prossimo. In realtà, il conte nutriva in sé, esternandola nel pensiero e nelle opere, una realtà molto più profonda.

Mosso da spirito di verità, mio padre volle documentarsi, e andò fino in fondo.

Da solo, o con amici, ricercò, e trovò, in varie sedi (San Leo, Pesaro, Rimini, Roma, Milano, Palermo, Parigi), le fonti di cui aveva bisogno.

Sono i Documenti sulla base dei quali mio padre scrisse il suo successivo libro, che poi ho ereditato e pubblicato, inedito e postumo[2], a tanti anni di distanza dalla sua morte, avvenuta nel mese di dicembre dell’anno 1991.

Quanto narrato dai vari Biografi sulla sua figura ormai è storia nota, e noi la conosciamo bene, poiché i Documenti in nostro possesso sono inoppugnabili, indiscutibili, da tutti visibili e consultabili.

La “vera realtà del conte di Cagliostro”, invece, che noi non conosciamo ancora in profondità, è cosa completamente diversa.

Finora, siamo sempre stati convinti di avere piena conoscenza su di lui, della sua vita e degli scritti (che sono i Proclami, gli Epistolari, le Lettere, i Memoriali, e i Verbali di Processi), poiché la Storia ci ha tramandato un’enormità di Documenti, ampiamente letti, analizzati e commentati dai suoi contemporanei e dai biografi che si sono succeduti nel corso di questi due ultimi secoli.

Tuttavia, i dubbi esistono da sempre, e riguardano sia gli estremi della sua vita (la nascita e la morte), sia, soprattutto, la sua vera identità, finora assimilata alla figura del palermitano Giuseppe Balsamo.

Su questi tre aspetti mio padre ha prevalentemente concentrato le sue ricerche, arrivando a conclusioni del tutto inedite, ben descritte nel suo libro originale (il primo della collana edito da Mnamon di Milano a cura del sottoscritto, op. cit.), e in seguito da me commentate sulla base di lunghi studi e di approfondite indagini svoltesi nell’arco degli ultimi decenni presso vari Archivi e Biblioteche, i cui risultati sono esposti negli altri sei volumi della collana dedicata al personaggio, ai suoi comprimari e agli altri protagonisti degli avvenimenti verificatisi nel tempo in cui visse, vale a dire, la seconda metà del XVIII secolo in Europa[3].

Analizziamo in dettaglio i punti controversi, che gli autori hanno esaminato singolarmente, e in modo critico, utilizzando la documentazione in loro possesso.

 

LA NASCITA

 

Secondo le nostre ricerche, il conte di Cagliostro sarebbe nato in Portogallo nell’anno 1748, e non a Palermo il 2 giugno 1743, come comunemente ritenuto.

Perché il 1748, e non un altro anno, deve essere considerato come verosimile?

Prima tra tutte c’è la testimonianza diretta, fatta dal conte davanti ai Giudici durante il Processo di Parigi del 1786, meglio conosciuto con il nome di Affare della Collana della Regina Maria Antonietta, nella quale afferma esplicitamente di avere allora 38 anni; ciò, ci porta inequivocabilmente al 1748.

In quell’occasione non poteva certo mentire, né avrebbe avuto alcun motivo, interesse o pretesto per farlo, soprattutto perché sotto giuramento prestato davanti al Tribunale delle due Corti congiunte che facevano riferimento diretto al Monarca di Francia, il Re Luigi XVI; pertanto, ogni sua dichiarazione messa a verbale doveva assolutamente coincidere con la verità, pena ulteriore denuncia con peggioramento della sua posizione di imputato[4].

Inoltre, in quella sede[5], lo stesso Cagliostro affermò anche di essere stato ricevuto all’età di ventuno anni dal buon Papa Clemente XIII, al secolo Carlo della Torre di Rezzonico, tramite gli auspici del Cardinale Domenico Orsini e di altri Alti Prelati della Curia romana[6].

Questi sono gli antefatti e lo svolgimento: verso la fine del 1768 gli Ambasciatori dei Regni cattolici di Portogallo, Spagna, Francia e Napoli presentarono al Papa Clemente XIII una richiesta di Concistoro per ratificare, con una Bolla Papale, la messa al bando dell’Ordine dei Gesuiti e la soppressione della loro Compagnia, detta di Gesù, dal momento che la loro ingerenza di tipo politico-economico nelle varie Nazioni ne aveva compromesso la fiducia presso le varie Corti europee.

Il Concistoro fu convocato il 3 febbraio 1769; tuttavia, il giorno prima, il cuore del Papa non resse all’amarezza della triste decisone. Questa sarà così affidata al successivo Papa, il Cardinale Giovanni Vincenzo Antonio Ganganelli, noto come Papa Clemente XIV.

Un ruolo “non ufficiale” di mediatore nella controversia tra le posizioni intransigenti favorevoli alla Bolla e lo Stato Pontificio, assai riluttante a ratificarla, fu molto probabilmente affidato al neo-conte di Cagliostro; dati i suoi “illustri natali”, il suo nome fu caldeggiato dai sostenitori dei Regni di Napoli e di Portogallo, poiché la sua figura di alto prestigio morale, già evidente sin dal suo primo soggiorno maltese del 1765, era ritenuta dai suoi mentori adatta allo scopo. La situazione prenderà poi una piega sfavorevole, ma questa è un’altra storia.

Ebbene, nel mese di gennaio di quell’anno (era il 1769), il ventunenne Cagliostro era presente proprio a Roma, dove incontrò sia il Papa in carica Clemente XIII sia il futuro Papa Clemente XIV, il Cardinale Ganganelli; a conferma di quanto da lui affermato nel 1786, ci sono testimonianze attendibili[7].

Tuttavia, se diamo fede all’Atto ufficiale di battesimo di Giuseppe Balsamo, depositato nella Cattedrale di Palermo, nel quale è espressamente scritto che nacque in quella città il 2 giugno 1743 da Pietro Balsamo e Felicita Bracconieri, allora avrebbe dovuto avere 26 anni!

Tra l’altro, una convocazione[8] a suo nome, avvenuta, come detto, a Roma tra la fine del 1768 e i primi mesi dell’anno successivo, con tanto di credenziali dello stesso Cardinale Domenico Orsini, del Cavaliere di Malta, il nobile napoletano  Luigi d’Aquino, Principe di Caramanico, e del Gran Maestro dei Cavalieri Ospitalieri di Malta, ufficialmente accreditati come Ordine Monastico presso la Curia di Roma, di nome don Manoel Pinto de Fonseca (tutti suoi illustri mentori e sostenitori), non sarebbe altrimenti spiegabile, né si capisce a quale titolo il povero Giuseppe Balsamo (erroneamente identificato come conte di Cagliostro), già ricercato dalla Polizia Criminale di Palermo, avrebbe beneficiato di tale onore.

Ben altra, invece, era la posizione del conte di Cagliostro, che godeva ampiamente della stima dei suoi protettori!

Incongruenza, questa, non sufficientemente spiegata dagli Storici, i quali non hanno mai accettato ipotesi alternative, né mai hanno cercato prove diverse in Archivi e Biblioteche, accontentandosi così dell’unica versione data, e mai messa in discussione, da Mons. Giovanni Barberi nel suo “infame” libro: Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo, denominato il conte di Cagliostro, il quale vede “l’impostore famoso” Giuseppe Balsamo nei panni del “mago, massone e alchimista” conte di Cagliostro!

Pertanto, la sua data di nascita si può far risalire con verosimile certezza al 1748, e non al 1743, e, di conseguenza, già per questo fatto la sua identificazione con il palermitano Giuseppe Balsamo si configurerebbe come un falso storico.

Perché in Portogallo?

Sempre in occasione della testimonianza giurata prestata a Parigi durante l’interrogatorio del 30 gennaio 1786 da parte del Procuratore e Consigliere del Re, Jean Baptiste Maximilien Pierre Titon, il conte afferma chiaramente, onestamente, senza dubbi o finalità fraudolente:  

“[…] di chiamarsi Alessandro Cagliostro, di avere trentotto anni, di non poter precisare il luogo della nascita, forse Medina, forse a Malta, di essere di nobile origine e di aver perso i genitori all’età di tre mesi”.

Ciò è palese in disaccordo con l’identità di Giuseppe Balsamo, di cui conosciamo benissimo natali e genitori.

Quindi, se non a Palermo, e neanche a Malta o Medina, dove potrebbe essere nato se non a Lisbona?

Infatti, vari sono gl’indizi che portano a questa conclusione, tra cui due in particolare: è noto che la lingua da lui più parlata era il portoghese (e non il siciliano; il conte parlava bene in italiano e in francese, ma conosceva male l’inglese), e poi, il fatto che il suo banchiere di fiducia, Don Anselmo de la Cruz y Sobral[9], fosse un nobile e ricco commerciante di Lisbona (e non di Palermo!), ben intrallazzato con la Monarchia Regnante dei Braganza, in quanto tesoriere ufficiale di Corte e della nobiltà lusitana. Perché proprio costui, e non altri di altre località o Nazioni, e, soprattutto, a che titolo e per quale motivo lo retribuiva in modo illimitato e a tempo indeterminato?

Inoltre, ci sono le affermazioni di alcuni suoi contemporanei[10], tra cui soprattutto spicca la figura dell’abate Giuseppe Compagnoni di Lugo, il quale, alla pagina 181 del suo “Saggio sulla vita segreta del conte di Cagliostro”, pubblicato nel 1791, così si esprime:

“[…] intorno alla sua patria egli ne vuol far onore al Portogallo”;

precisando, a tal riguardo, di essere figlio:

“[…] del Portogallo e di un Grande di quel Regno”.

Queste testimonianze furono volutamente ignorate da tutti sin da quel momento, spingendo l’opinione pubblica, vuoi contemporanea vuoi futura, a credere per sempre a una versione di comodo: il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo dovevano per forza essere identificati in un’unica persona fisica, nata a Palermo nel 1743 e nota in quella città, e poi in tutta l’Europa, a causa di numerosi reati, quali truffe, raggiri, adulterio e sfruttamento della prostituzione della moglie Lorenza Feliciani.

Così, le malefatte del secondo furono attribuite al primo, e le buone azioni del primo ai tentativi maldestri del secondo per acquisire fama, onori e ricchezze, creando il mito equivoco di un personaggio scomodo ed enigmatico inviso a tutti, tra cui la Curia dello Stato Pontifico, la quale lo perseguitò fino alla cattura a Roma nel 1789, cui seguì il Processo nel 1790 con condanna definitiva nel 1791 “in carcere perpetuo sotto stretta custodia, senza speranza di Grazia” nella Fortezza di San Leo in Montefeltro.

Le motivazioni, con lo svolgimento dei fatti, sono dettagliatamente descritte nei miei sette libri della collana a lui dedicata, pubblicata presso l’Ed. Mnamon di Milano.

Ebbene, tutto, ma proprio tutto, anche la raccomandazione personale e le Lettere di presentazione ufficiale al Papa Clemente XIII, scritte dal Gran Maestro dei Cavalieri Ospitalieri di Malta, don Manuel Pinto de Fonseca, imparentato con la nobile Famiglia dei Braganza (che era la Casa Regnante di Lisbona), conduce al Portogallo, e non già a Palermo.

Queste riflessioni inedite, suffragate da fatti reali e prove ben documentate, gettano una nuova luce critica su tutta la vicenda.

Se si fa risalire la data di nascita del conte di Cagliostro al 1748, la sua identificazione con Giuseppe Balsamo, già accreditata dalla Storia, potrebbe essere messa in discussione, e, di conseguenza, tutto quanto finora scritto su di lui meriterebbe una profonda revisione, avendo come unico scopo la completa riabilitazione della sua figura, a riscatto delle menzogne diffuse ad arte, e a chiarimento di tutti gli equivoci su di lui appositamente creati nel corso degli ultimi duecento anni.

 

 

LA MORTE

 

L’Atto di Morte del conte di Cagliostro, trascritto in data 28 agosto 1795 dall’Arciprete Luigi Marini nel Liber III Mortuoruum 1786-1827 presente nell’Archivio Parrocchiale di San Leo, riporta che morì il giorno 26 agosto 1795 alle ore 3 dopo mezzanotte, e, nell’ultima riga in fondo alla pagina, precisa che:

“[…] Fu tumulato hora 23 del giorno sopraddetto[11] sul ciglio del monte che guarda a occidente […] sul terreno della R.C.A”.

La data di morte, dichiarata dell’Arciprete Marini, è ufficialmente accettata.

Tuttavia, nella Rivista La Civiltà Cattolica del 4 gennaio 1879[12], è scritto che:

“[…] Serrato nella Fortezza di San Leo e sorpreso da un colpo di apoplessia, il dì 31 agosto 1795, senza aver dato alcun segno di religione, Cagliostro pose fine al suo romanzo che interessò l’Europa[13].

Inoltre, nella Lettera “inedita del 29 agosto 1795, trovata dall’autore del precedente articolo tra le carte del gesuita, padre Antonio Bresciani[14], il Castellano Comandante la Fortezza, conte Sempronio Semproni, così si esprime:

“[…] Nel giorno 21 dell’andante verso il mezzogiorno fu colpito da forte apoplessia il Rilegato Giuseppe Balsamo detto Cagliostro, per cui fu dalla guardia ritrovato affatto privo di sentimenti e cognizione;

 [] in tale stato sopravvisse fin circa le ore quattro della stessa sera in cui dovette cedere alla violenza del male e spirò. Per istruzione del nostro Vescovo, è stato questi, per essere sempre vissuto con massime decise da vero eretico né avere dato mai segno di resipiscenza, sepolto fuori di luogo sacro e senza formalità alcuna ecclesiastica”.

Una versione ambigua, invece, è quella riportata nella Lettera dell’Arcivescovo di Cartagine, il Legato Pontificio Mons. Ferdinando Maria Saluzzo, subentrato al Cardinale Doria Pamphili, inviata il 28 agosto 1795 da Urbino, sede ufficiale della Legazione Pontificia, al Segretario dello Stato Pontificio, il Cardinale Javier de Zelada, che così recita:

“[…] Egli – il Castellano Sempronio Semproni – mi dice dunque che, sorpreso verso il mezzodì[15] il detto Rilegato da un forte colpo di apoplessia, la sera medesima sulle ore quattro cessò di vivere”.

Pertanto, la diversa indicazione della data reale di morte, fornita da fonti ufficiali di tutto rispetto, è tale da suggerire che qualcosa di poco chiaro avvenne proprio in quel periodo a San Leo.

Tuttavia, non è in discussione solo la data di morte; sulla base della ricerca fatta nel 1962 dal letterato e storico del Montefeltro, l’erudito latinista Italo Pascucci (1915-1992), e stante quanto riportato dall’Arciprete Marini nell’Atto, anche tutto l’orario andrebbe rivisto.

Infatti, secondo le sue dotte osservazioni, la morte sarebbe realmente avvenuta alle ore 22,17[16]; peraltro, il Pascucci non si sofferma sull’ora del funerale, con successiva tumulazione, per cui, di conseguenza, questo sarebbe confermato “a hora 23” del 28 agosto[17] .

Comunque, anche sulla certezza della triste cerimonia di sepoltura pesano seri dubbi[18].

Dunque, tutto è discutibile e nulla corrisponde al vero: la data, l’orario e l’accertamento della morte, il ricupero del cadavere, l’Atto di Morte, il trasferimento fuori le mura e il seppellimento.

Peraltro, anche l’episodio dei soldati dell’Armata francese al comando del Generale polacco Jan Henryk Dabrowski che bevono nel suo cranio all’indomani della presa di San Leo nel 1798, fa parte di una leggenda creata ad arte per destare scalpore sulla faccenda; nessun cranio fu mai trovato e nessun brindisi fu lì celebrato, né allora né in seguito né mai.

E anche la presenza del pozzo su cui fu adagiato il cadavere, come da testimonianza “oculare” di un certo Marco Perazzoni, di anni sette, è dubbia; infatti, allora non esisteva così com’è adesso, rappresentando solo una fossa a livello del pavimento stradale per la raccolta di acque reflue da scarico o piovane, chiusa da una grata, a mo’ di cisterna a cielo aperto[19], stante le affermazioni dello stesso conte Sempronio Semproni espresse in una sua Lettera depositata nella filza 8721 del Carteggio presente nell’Archivio di Stato di Pesaro, Fondo Metaurense, in cui scrive:

“[…] Sono soggetto a dimorare in un paese ove manca tutto, e mi conviene nell’estate comprare l’istessa acqua pagando donne che la vadano a prendere a un’unica fonte lontana circa mezzo miglio dalla mia abitazione”;

cioè, sotto il Belvedere, in un luogo posto esattamente a circa mezzo miglio dal Paese, dove abitava il conte Semproni[20] ; le parole si commentano da sole.

Solo l’impenitenza fu accettata, in spregio agli episodi fasulli dell’abiura a Roma nel 1791, abiura che peraltro, come ampiamente dimostrato nei miei libri, non fu mai fatta da parte del conte di Cagliostro, né allora né mai[21].

Bisognava far credere che Cagliostro fosse morto per vie naturali e fosse stato sepolto in luogo non ben precisato e in terra sconsacrata, per offenderlo anche dopo la morte; inoltre, si volevano evitare pellegrinaggi postumi e stroncare sul nascere tutti i dubbi sulla vicenda. 

Pertanto, anche se conosciamo il suo Atto di Morte, datato 28 agosto 1795, nel quale si afferma che spirò il 26 agosto, tutto fa supporre che l’illustre Rilegato nella Fortezza, il famoso conte di Cagliostro, non solo non perì in quel giorno e a quell’ora ma, assai probabilmente, da quella data non fu più prigioniero in S. Leo.

Spinto da un tentativo di spoileraggio, posso solo anticipare che, una volta fuggito rocambolescamente dalla “bocca del leone”, pose dignitosa fine al suo percorso terrestre da uomo libero, qual era e quale fu per sempre in vita.

Infatti, nella terza Parte del primo libro della collana: Cagliostro, un Nobile Viaggiatore del XVIII secolo, mio padre dà una versione del tutto inedita delle vicende vissute in quel periodo.

 

LA VERA IDENTITA’

 

L’identificazione del conte di Cagliostro con il palermitano Giuseppe Balsamo è stata il leitmotiv del testo del Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo, denominato il conte di Cagliostro, scritto  e pubblicato a Roma nel 1791 da Mons. Giovanni Barberi, il quale, per arrivare alle sue conclusioni, si è sicuramente basato su un documento “anonimo” del 1786 noto come Lettre Bernard, e sulle conseguenze che questo ebbe presso l’opinione pubblica, specialmente dopo gli articoli di un giornalista di dubbia fama, di nome Charles Thévenau de Morande, noto come libellista di scandali della Corte di Francia, e già direttore della Gazzetta franco-inglese, le Courier d’Europe, che veniva pubblicata a Londra[22].

Dopo lo scalpore suscitato da questa Lettre, un certo Avvocato di Palermo, il barone Antonio Bivona, fu incaricato dalla Polizia di Parigi di fare delle ricerche in quella città per confutare o meno le precedenti anonime affermazioni; queste si conclusero nel 1787 con la compilazione di una Memoria Giustificativa.

La Memoria sarà poi inviata, in data 12 marzo 1787, al vero committente, la Polizia di Francia, per il tramite del Viceconsole di Francia a Napoli, Mons. de Perier, corredata anche da Atti notarili e da altri documenti presenti in copia autenticata conforme all’originale, riguardanti Giuseppe Balsamo e le famiglie Balsamo e Bracconieri. La stessa Memoria sarà anche visionata dal poeta Wolfgang Goethe, che ne fece espressa formale richiesta, durante il suo soggiorno palermitano nel mese di aprile dell’anno 1787.

Tuttavia, la vera conclusione della ricerca non fu tanto la generica attestazione, in realtà non suffragata da vere prove, che il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo erano la stessa persona, quanto l’auspicio che solo una conferma diretta, fatta da chi già aveva conosciuto in varie occasioni sia il conte sia il Balsamo, avrebbe risolto il quesito.

Ciò nonostante, questo confronto diretto, che non fu l’unico, bensì il primo della sua vita, tra:

“[…] I siciliani che conoscevano Giuseppe Balsamo con il conte di Cagliostro, venuto in Sicilia[23]”,

avvenne proprio a Palermo nella primavera dell’anno 1774, allorquando il conte, allora presente in quella città per motivi personali, fu arrestato per la “presunta” truffa di sessanta once d’oro, ritenuta da lui compiuta nel 1760 nei confronti di un orafo palermitano, di nome Vincenzo Marano, il cui autore, in realtà, fu proprio il diciassettenne Giuseppe Balsamo, secondo l’esplicita testimonianza dell’orafo, il quale già aveva avuto modo di conoscere a sufficienza indole e fattezze del personaggio in questione.

Ebbene, in quest’occasione, il conte di Cagliostro non solo fu “immediatamente e liberamente dimesso”, (cioè, totalmente prosciolto) per quest’accusa, giacché di trattò di “un caso di omonimia[24] (in pratica, fu assolto per non aver commesso il fatto, trattandosi di persona estranea alle accuse), ma non fu neanche identificato dalle personalità più autorevoli di Palermo, tra cui il Giudice del Tribunale della locale Corte Criminale, il Marchese Alfonso Airoldi[25], come Giuseppe Balsamo, persona a loro ben nota da tempo!

Perché fu assolto?

Evidentemente poiché l’identificazione del conte di Cagliostro con Giuseppe Balsamo non fu allora confermata, e pertanto le malefatte del secondo non furono così attribuite al primo.

Nel famoso Compendio, che cita la stessa vicenda senza però dare importanza ai particolari, si trovano spesso affermazioni date come certe senza reale verifica. Tuttavia, quest’episodio testimonia una volta di più l’inattendibilità storica del testo, soprattutto quando articoli o volumi pubblicati in seguito,[26] ma mai presi in considerazione dai vari Biografi, dimostrano il contrario di quanto attestato da Mons. Giovanni Barberi.

Il secondo confronto, di cui esiste ampia documentazione, si registra con il “musico” Giuseppe Ricciarelli.

Il vecchio conte Palatino di Roma incontrò in più di un’occasione i due protagonisti:

  • a Roma, nel 1768-69, il conte di Cagliostro;
  • a Lisbona, nel 1771, Cagliostro all’Hotel de Picoas, l’ultimo rimasto ancora intatto dopo il tremendo terremoto che sconvolse la città nel 1755, dove fu visto anche dal Marchese De Resende in un evento musicale organizzato dallo stesso Ricciarelli;
  • a Londra provenendo da Lisbona, sempre nel 1771, dove conobbe il vero Giuseppe Balsamo, il quale tentò, senza successo, di derubarlo di una cospicua somma, frutto della vendita di alcuni gioielli;
  • ancora a Londra, nel 1777, dove, presso la Loggia l’Esperance 369, fu iniziato alla Massoneria con il conte, sua moglie Serafina Feliciani e il cameriere Pierre Boileu[27];
  • e, infine, a Roma, nel 1789, presso la Loggia Massonica denominata Les Amis Sincères, il cui Maestro Venerabile era il pittore parigino Augustine Louis Belle, e a cui apparteneva anche il Baly de Loras, Alto Rappresentante a Roma dell’Ordine Cavalleresco dei Cavalieri Ospitalieri di Rodi, Gerusalemme e Malta, e suo grande amico.

Durante il Processo di Roma, nel 1790, il conte Palatino fu convocato come teste “negativo”, cioè a favore del Reo, e confermò quanto sopra; tuttavia, della sua deposizione, pur presente negli Atti Processuali e trascritta anche nel testo del Compendio, i Giudici non ne tennero affatto conto.

Pertanto, siamo in presenza di due testimonianze attendibili, fatte da persone al di sopra di ogni sospetto, e certamente non di parte, che conobbero assai bene, e distintamente in diverse occasioni, i nostri due personaggi: sono il Marchese Alfonso Airoldi, Alto Magistrato del Tribunale di Palermo, e il “musico” Giuseppe Ricciarelli, conte Palatino in Roma, titolo che gli consentiva di frequentare liberamente la Corte papale.

Ma c’è di più: in Francia, il conte di Cagliostro fu a lungo pedinato e controllato dalla Polizia del Re, dati i suoi frequenti e rapidi spostamenti di città in città[28], che potevano suscitare sospetti, e data la fama di veggente e di guaritore, di cui si era circondato, fatti questi che indussero parecchia gente, vuoi per invidia vuoi per gelosia, interesse o altro, a dubitare dell’onestà delle sue azioni, ritenendolo per lo più un truffatore seriale perennemente in fuga dai creditori. Tuttavia, mai si riscontrò che avesse compiuto azioni contro la Legge[29], né fu mai identificato con un’altra persona che avesse commesso dei reati in quella Nazione[30].

Sulla base di questi sospetti, senza però avere chiari indizi o denunce, un certo poliziotto, di nome Jacques De Brugnières, il quale indagherà poi sulle trame della contessa Jeanne de La Motte-Valois, organizzate insieme all’amante Antoine Rétaux de Villette in occasione della truffa riguardante il famoso Affare della Collana della Regina Maria Antonietta, fu incaricato di sorvegliarlo in incognito a Strasburgo nel 1780, dove il conte operò a lungo, e a Parigi nel 1781, quando si recò per curare il Principe di Soubise su pressione di un suo parente, il Cardinale Louis Réné Edouard de Rohan-Guéménée[31].

In seguito, sarà proprio lui ad arrestarlo a Parigi il 23 agosto del 1785, presente nella pattuglia comandata dal Commissario Chesnon-figlio, in quanto lo si ritenne coinvolto nell’Affare della Collana della Regina, intrigo per il quale sia il conte che la contessa di Cagliostro furono ingiustamente accusati di complicità nella truffa alla Regina.

Ebbene, in tutte queste occasioni, il poliziotto non lo identificherà mai, pur avendo avuto modo di consultare gli Archivi della Polizia di Parigi, con quel tale siciliano di Palermo, di nome Giuseppe Balsamo, interrogato a Parigi il 4 gennaio 1773 dall’Ispettore Bertrand Louis Philippe Fontaine a seguito di una sua denuncia per adulterio verso la moglie Lorenza Feliciani.

A quel tempo, la Polizia francese era assai efficiente, dotata di spie e confidenti affidabili, e di un archivio-dati molto particolareggiato a seguito del valido addestramento imposto ai suoi dipendenti dal Luogotenente Generale di Polizia del Re, Antoine Raymond Jean Gualbert Gabriel de Sartine, conte d’Alby, tanto da essere presa a modello dagli altri Stati Europei.

Per questo motivo, le conclusioni cui giunse il Commissario De Brugnières sono esenti da eventuali critiche d’incompetenza.

Le considerazioni, formulate dal conte di Cagliostro nella sua Lettera al Popolo Inglese, pubblicata nel mese di settembre dell’anno 1786, circa la sua fiducia nelle capacità investigative dei poliziotti francesi, si basavano proprio su questa certezza:

“[…] Come è possibile che la Polizia Francese, la migliore d’Europa, non abbia cercato di verificare i rapporti esistenti, da un lato, tra i lineamenti e la fisionomia di Serafina Feliciani, prigioniera alla Bastiglia nel 1785, e quelli di Lorenza Feliciani, prigioniera a S. Pelagia nel 1773, e dall’altro, tra i lineamenti e la fisionomia del conte di Cagliostro, prigioniero alla Bastiglia nel 1785, marito di Serafina Feliciani, e quelli del Balsamo, cacciato da Parigi nel 1773, marito di Lorenza Feliciani?”

Più chiaro di così!

Se l’affermazione: “Io non sono Balsamo!” posta alla fine della Lettera, è contestabile, perché ritenuta opinione di parte, altrettanto non si può dire per una fonte più accreditata: la Polizia del Re di Francia, che si farà così garante, e testimone, delle sue dichiarazioni!

Pertanto, alla luce di tutte queste considerazioni, voler ancora identificare il conte di Cagliostro nel truffaldino Giuseppe Balsamo risulta operazione assai poco credibile. Analogamente, l’opera principale di Mons. Giovanni Barberi, il famoso Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo, denominato il conte di Cagliostro, estratto dal Processo contro di lui formato in Roma l’anno 1790, colle Storie, Indole e Cerimonie dé Liberi Muratori, merita di essere considerata come testo di presunta e immeritata fama, privo di qualunque fondamento di attendibilità storica, imbastito e scritto solo a scopo diffamatorio, fonte di molte inesattezze e creatore di quell’equivoco che ha condizionato a lungo, e in modo negativo, l’immagine del conte di Cagliostro.

 

IL SUO RUOLO NELLA STORIA

 

Per quanto riguarda l’aspetto spirituale e il Messaggio da lui trasmesso all’Umanità, è sufficiente prendere in considerazione quello che io ritengo essere il suo vero testamento morale.

Prima della Sentenza al Processo di Parigi per l’Affare della Collana della Regina Maria Antonietta, la sera del 31 maggio 1786 il conte di Cagliostro fece il suo ultimo discorso a difesa, che inizia con le seguenti parole:

“[…] Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del                               tempo e dello spazio il mio essere spirituale vive la sua eterna                              esistenza, e se m’immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli                       anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui                   che voi percepite, io divento colui che desidero”.

Alla fine, dopo aver descritto il suo alto pensiero e parte della sua vita interiore, definendosi anche Nobile Viaggiatore, termina con queste sublimi parole:

“[…] Come il vento del Sud, come la splendente luce del mezzogiorno che caratterizza la piena coscienza delle cose e la comunione attiva con Dio, così vado verso il Nord, verso la nebbia e il freddo, abbandonando dappertutto al passaggio qualche parte di me stesso, splendendomi, diminuendomi a ogni fermata, ma lasciandovi un po’ di luce, un po’ di calore, fino a quando io non sia infine arrivato e stabilito al termine della mia carriera: allora la Rosa fiorirà sulla Croce.

[…] Io sono Cagliostro”.

Quale miglior attestazione di chi dimostra di saper, e poter, viaggiare nel Mondo dell’Astrale onde attingere nuove energie purificatrici?

Come ignorare un tale messaggio di compassione universale e di solidarietà umana?

Perché sottovalutare l’importanza di affermazioni che pescano nel profondo dell’animo di ciascun essere vivente?

Per quanto scritto, mi pregio di ritenere che questo testo rappresenti realmente il suo vero Testamento spirituale e un grande insegnamento morale, tale da tramandare ai posteri un messaggio di Gioia, di Amore, di Speranza, di Crescita e di Luce Universale.

Infatti, chi, se non uno spirito eccelso, avrebbe mai potuto esprimersi con queste elevate parole?

Fatti e parole riecheggiano una viva spiritualità, un percorso interiore che tutti gli umani dovrebbero compiere per fare evolvere la propria Anima, un percorso iniziatico che tradisce la sua appartenenza al Movimento Mistico dei Rosa+Croce.

Una consapevolezza intrinseca.

Un’elevata lezione di Vita.

 

CONCLUSIONE

 

Mio padre ha voluto rendere omaggio a uno Spirito Libero e Assoluto che ha sempre disprezzato nella sua vita le miserie umane, e che molto ha dato, con atti di guarigione e con numerosi scritti, sia all’umanità sua contemporanea sia ai posteri, per far conoscere la Verità e per crescere spiritualmente.

Di ciò oggi io sono partecipe, e di questo porto testimonianza, perché finalmente s’inizi a considerare il conte di Cagliostro non più come un malfattore, un millantatore di titoli, un truffatore seriale, o un mistificatore di nome Giuseppe Balsamo, bensì un ritrovato Maestro di Sapienza a lungo sopita, che ha dato in vita (e che continua ancora a dare oggi) l’impronta armoniosa di un Grande Iniziato, quale fu, e quale continua ad essere nella realtà di tutti i tempi, e che ha suggerito un nuovo spunto spirituale alla Massoneria del tempo istituendo il suo Rito di Massoneria Egizia, fedele agli antichi misteri dei primi sacerdoti dei Faraoni vissuti “all’ombra delle Piramidi”, e rinnovando, al pari degli altri mistici del suo tempo, le coscienze sui meccanismi occulti della mente, stranamente proprio nel periodo che volge alla fine del Secolo dei Lumi, e a ridosso dell’inizio della Rivoluzione francese.

Purtroppo, la sua vera immagine fu a lungo offuscata da volgari calunnie e da ingiusti Processi, quasi a volerne zittire da subito la voce, in una tacita e forzata imposizione, suo malgrado, di un “diritto all’oblio” della propria persona, e inserendolo di fatto tra le pagine oscure e tristi della storia europea del XVIII secolo come un’altra vittima, alla pari di Galileo Galilei e di Giordano Bruno, del libero pensiero, da sacrificare “necessariamente e in modo legale” al sistema politico e religioso allora dominante. Non per caso, fu l’ultima illustre vittima della Santa Inquisizione Romana, il cui Tribunale, d’allora, smise di operare per sempre.

Pertanto, questo fu proprio l’impegno di mio padre: riportare Luce e Verità sulla vita (dalla nascita alla morte) e sulle opere (dai messaggi spirituali al Rituale Egizio) di Alessandro, conte di Cagliostro.

Su questa strada ho completato il suo faticoso percorso con documenti e prove che testimoniano quanto vere siano state le sue convinzioni, al fine di raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati da tempo: la non identificazione con Giuseppe Balsamo, e, di conseguenza, la completa riabilitazione storica della sua figura.

Tommaso De Chirico

Il dottor Tommaso De Chirico, medico pneumologo, omeopata e agopuntore in Milano, già autore di vari libri su argomenti medico-specialistici e di natura storico-letteraria, da decenni si è interessato alla figura del conte di Cagliostro in qualità di saggista e biografo, pubblicando, presso l’Editore Mnamon di Milano, sette volumi in cui sono riassunti i risultati delle sue ricerche, arrivando, alla fine di un’approfondita e critica indagine storica, a conclusioni del tutto inedite sul personaggio, sui suoi comprimari e sui contemporanei che ne condivisero le vicende.

I libri sono acquistabili sia in formato ebook sia in formato cartaceo sul sito Mnamon.it, sul sito Amazon.it, e nei vari book store.

L’autore ha anche pubblicato nel 2024 e nel 2025, in collaborazione con l’avvocato Santo Primavera, dei saggi monotematici sul conte di Cagliostro presso l’Editore Tipheret di Acireale; altri libri sono in corso di stampa da parte degli stessi autori.

Per informazioni:

 

 

[1] Vedi il libro di Raffaele De Chirico: L’Inquisizione di fronte al conte di Cagliostro, Ed. Atanòr,

   Roma, 1990.

[2] Raffele De Chirico, con le note del Curatore Tommaso De Chirico: Cagliostro, un Nobile

   Viaggiatore del XVIII secolo, Ed. Mnamon, Milano, 1* ed. 2014, 2° ed. 2020.

[3] Per ulteriori dettagli, vai nel sito Mnamon.it, oppure consulta il catalogo dei libri su

  Amazon.it alla voce Tommaso De Chirico.

[4] Pare superfluo precisare che, con Sentenza del 31 maggio 1786, fu assolto con formula piena

  da ogni addebito penale.

[5] Sempre in occasione del Processo di Parigi del 1786, cioè sotto giuramento.

[6] Così disse esplicitamente, riferendosi agli anni 1768/1769:

“[…] fui ammesso alle udienze particolari del Papa”.

   Il periodo è sicuro, poiché poco dopo afferma che:

 “[…] avevo ventidue anni quando conobbi una signorina di qualità appena uscita dall’infanzia”,

cioè la sua futura moglie, Serafina Feliciani, incontrata per la prima volta a Roma, quasi per frutto del destino, sulla scalinata della Chiesa della Santissima Trinità dei Monti nella primavera del 1770, anno confermato in una esternazione del 1786 quando, prigioniero alla Bastiglia, il conte parla di “sedici anni di matrimonio”.

  L’avvicendarsi delle date è corretto, ed è in linea con gli eventi storici occorsi a lui ed alla coppia.

  Dunque, l’aver dichiarato di essere stato a Roma all’età di venti-ventun anni (siamo nel periodo

  1768/1769) e di aver conosciuto Serafina all’età di ventidue anni (cioè, nel 1770, come da lui

  attestato allora e in seguito), la cronologia ci porta necessariamente a dichiarare il 1748 come

  suo assai verosimile anno di nascita, ben diverso dal 1743 (vedi l’Atto di battesimo di Giuseppe

  Balsamo). A conferma di ciò, si aggiungono altre testimonianze e considerazioni.

[7] L’argomento riguardante la Compagnia di Gesù è stato trattato più ampiamente nel libro di

  Tommaso De Chirico e Santo Primavera dal titolo: Le Corrispondenze segrete, Ed. Tipheret,

  Acireale, 2025, e sarà svolto in modo più approfondito dagli stessi autori in un volume di prossima

  pubblicazione in cui si fa cenno alle vicende del giovane conte di Cagliostro, in Roma e in altri

  lidi, come da lui descritte nel suo Mémoire del 1786.

[8] Mai smentita dagli interessati, i quali, peraltro (fatto assai strano), non furono affatto convocati

  come testimoni al Processo della Santa Inquisizione Romana contro il conte di Cagliostro, iniziato

   nel mese di gennaio dell’anno 1790, a pochi mesi di distanza dal suo arrivo nella Capitale dello

   Stato Pontificio.

[9]  Il quale lo foraggia di brillanti e topazi, di un orologio a ripetizione, di Lettere di  

    raccomandazione per essere degnamente presentato alle varie Corti Europee, e lo finanzia a

    lungo in varie valute straniere (tuttavia, non viene mai precisato il motivo di tali titoli di credito).

[10] Sono, tra gli altri, la contessa Jeanne de La Motte-Valois e il Barone de Grimm; in aggiunta a

    costoro, è utile leggere anche quanto riporta il periodico di Venezia: Il Nuovo Postiglione, nel

    numero del 24 settembre 1785.

    Tutti lo indicano come portoghese, taluni addirittura come ebreo lusitano fuggito dalla Patria.

    C’è anche chi lo ritenne calabrese, di linguaggio misto con un ché dì favella italica; di sicuro, non

    rammentava il dialetto siciliano.

[11] Cioè del 28 agosto, data di stesura dell’Atto.

[12] È l’Organo di stampa ufficiale dei Gesuiti.

[13] Brano tratto dall’opera del dottor Giovanni Batista Tavanti: Fasti del S. P. Pio VI con note

    critiche, documenti autentici e rami allegorici, Cap. XVI, Roma, 1804.

[14] Co-fondatore nel 1850 della Rivista dei Gesuiti: La Civiltà Cattolica, è deceduto a Roma nel

    1862.

[15] Del 21 o del 26 agosto? Nella Lettera non è precisato.

[16] Così ha interpretato la dizione: “sub horam 3 cum dimidio noctis”, riferendosi implicitamente alla

    data ufficiale di martedì 26 agosto 1795, e seguendo anche le indicazioni fornite dall’hora latina

    in uso a quel tempo e in quella località.

[17] Altrimenti, cambiando l’orario, avrebbe avuto luogo alle ore 18,15.

[18] L’unica descrizione della “triste cerimonia”, con tanto di particolari macabri sul suo “sinistro

    carattere di diabolica desolazione”, impensabili per la mente di un bimbo, fu fatta nel 1878 dal

    nonagenario leontino Marco Perazzoni, non spontaneamente ma sotto pressione degli articolisti   

    della Rivista dei Gesuiti, La Civiltà Cattolica, che allora vollero fare un’indagine postuma sulla

    morte del conte di Cagliostro, evidentemente per ribadire l’empietà della sua natura, il quale

    riuscì a rievocare “fin troppo bene”, e a parecchi anni di distanza dall’evento, un episodio della

    sua infanzia, il cui confuso ricordo probabilmente occupava uno stretto spazio della sua debole

    memoria di grande anziano.

    È inutile precisare che la sua testimonianza non è del tutto attendibile, soprattutto e anche per

    altri motivi, tra cui, in particolare, il riconoscimento del volto del cadavere (“era vecchio e aveva   

    una lunga barba bianca”), figura anonima che né lui né altri potevano (e dovevano) aver mai

    visto, date le rigide regole impartite in Fortezza dal Segretario di Stato Pontificio, Francisco

    Xavier de Zelada, al Castellano Comandante, il conte Sempronio Semproni, che impedivano a

    tutti, salvo al conte Sempronio ed al parroco, di comunicare direttamente con lui faccia a faccia.

    A nessuno, neanche ai carcerieri, erano note le sue fattezze; figuriamoci a un bimbo leontino!

    Purtroppo, per gli Storici è data come veritiera; tale resta, e tale resterà, nelle cronache del tempo.

[19] Un pozzo in muratura, coperto da una piastra metallica, esiste tutt’ora in via Giacomo Leopardi,

    ma è di costruzione posteriore agli eventi descritti. Pertanto, non poteva essere quello descritto

    da Marco Perazzoni, o da altri, anche perché l’acqua ivi raccolta allora era di scarico, e pertanto

    non potabile.

    Nondimeno, una targa per i turisti l’attribuisce alla tradizione orale riguardante il tragitto

    compiuto dalle guardie carcerarie per il presunto seppellimento del conte di Cagliostro, le quali,

    provenendo dalla Fortezza, avrebbero momentaneamente appoggiato sulla grata del pozzo la

    porta sulla quale era adagiato il cadavere di un “vecchio con la lunga barba bianca!”, per

    rinfrescarsi con un boccale di vino nella trattoria posta lì vicino; questa, almeno è la versione data

    dal Perazzoni.

[20] Il quale, evidentemente, non risiedeva in Fortezza, per sua scelta. Infatti, se così non fosse stato,

    che motivo c’era di affermare quanto sopra, poiché sul piazzale della Rocca c’era, e c’è tutt’ora,

    un pozzo?

    Allo stesso modo, non poteva usufruire di quello presente ora al centro del paese (è il pozzo

    citato dal Perazzoni), in via Giacomo Leopardi, sul sentiero che porta, anche attualmente, alla

    Fortezza perché, come detto, questo allora consisteva solo in una buca nel pavimento stradale,

    composto allora da ciottoli di pietra, coperta da una botola fessurata, e adibita unicamente alla

    raccolta e allo scorrimento nel terreno sottostante di acque piovane e reflue dall’alto, per loro

    natura non potabili.

    Invece, la vera sorgente di acqua potabile si trova ancora lì in basso, giusto come a quel tempo,

    lungo la circonvallazione del paese, e viene sempre chiamata dalla gente del posto: “Fonte di San

    Leone”, posta alle spalle della terrazza del Belvedere, cui si accede per la via Pietro Toselli, dopo

    aver superato la locale Locanda Osteria. La passeggiata rende merito alla bellezza naturale e alla

    vista panoramica del posto.

[21] Infatti, nell’Atto di Morte, a conferma di ciò, è scritto chiaramente:

“[…] eretico, scomunicato, impenitente […] è morto senza aver dato il minimo segno di pentimento e senza aver emesso alcuna implorazione”.

    Per ulteriori particolari, leggi il tema: Abiura del conte di Cagliostro: vera o falsa?, nel capitolo:

    Argomenti del secondo volume della collana: Il conte di Cagliostro nel suo tempo, Ed. Mnamon,

    Milano, 2° ed. 2020.

[22] Sicuramente prezzolato dalla Polizia francese, e protetto anche da alcuni nobili della Corte di

    Parigi, il giornalista, che ebbe anche un violento scambio di corrispondenza con il conte negli

    anni 1786/1787, solo a Londra poté usufruire di tale privilegio sfruttando il fatto che in

    Inghilterra vigeva la libertà di stampa.

    Per questo, distante parecchi chilometri dall’oggetto delle sue critiche e ben protetto nella sed

    londinese, era immune da qualsiasi attacco diretto o da censura.

[23] Queste sono le precise parole dell’Avvocato Bivona nella sua Memoria Giustificativa del 1787.

[24] Sono gli stessi termini con cui si espresse il conte di Cagliostro durante gli interrogatori nel corso

    del Processo di Roma del 1790, come scritto negli Atti processuali, e anche nel Compendio.

[25] Il Marchese Alfonso Airoldi aveva già condannato il Balsamo nel 1769 per aver falsificato nel

    1758 un testamento a danno di don Domenico Miceli, e firmato il suo Atto di custodia in carcere

    nel dicembre del 1772, documento presente in copia notarile autenticata nella Memoria

    Giustificativa del Barone Antonio Bivona. Pertanto, essendo in grado di riconoscerlo a

    sufficienza per quello che veramente era, non intravide nel conte di Cagliostro le sue fattezze,

    discolpandolo così da ogni accusa nei suoi confronti.

    Questa è una rara testimonianza inedita, mai presa in seria considerazione dagli Storici, della

    doppia identità dei nostri due personaggi.

[26] A parte la Disamina sul Compendio del viennese Cajetan (Gaetano) Tschink, uscita nel 1791,

    sono il libro di Louis Figuier del 1861: Histoire du Merveilleux dans les temps modernes, (vedi

    alla pagina 20 del volume primo), e il Dictionnaire des Sciences Occultes (alla voce Cagliostro),

    riportato nella Encyclopédie Théologique de l’Abbé Migne del 1846, dai cui testi, finora inediti,

    sono stati estratti gli episodi riguardanti l’orafo Vincenzo Marano. Da ciò si evince la chiara

    differenza, palese sin dalla loro giovinezza, tra Giuseppe Balsamo e il conte di Cagliostro.

    La testimonianza dell’orafo, assai attendibile, è dettagliatamente descritta nei miei libri, e, in

    particolare, dalla pag. 383 del quarto volume della collana: Il conte di Cagliostro e Giuseppe

    Balsamo: Vite parallele.

[27] Giuseppe Ricciarelli mai avrebbe accettato questa Cerimonia con il conte se fosse stato da lui in

    precedenza truffato! Infatti, nel 1771 si trattava proprio di Giuseppe Balsamo, che lui ebbe modo

    di conoscere, ahimè malauguratamente, di persona.

[28] Questi avvenivano secondo le abitudini dei Rosa+Croce, Movimento spirituale al quale il conte

    di Cagliostro era affiliato da tempo, i cui rappresentanti spesso si muovevano in incognito, e sotto

    falso nome, per motivi di segretezza e di sicurezza, poiché trattavano argomenti di natura

    esoterica.

[29] Infatti, quando fu arrestato a Parigi il 23 agosto 1785 per l’Affare della Collana della Regina

    Maria Antonietta, il conte di Cagliostro era incensurato.

[30] Si tratta, forse, di Giuseppe Balsamo, il quale si presentò il 4 gennaio 1773 al Commissario della

    Polizia di Parigi, Bernard Louis Philippe Fontaine, per porre denuncia di adulterio verso la

    moglie Lorenza Feliciani, che lo aveva abbandonato per convivere con il medico (o avvocato)

    Mons. Du Plessis?

    Purtroppo, i suoi misfatti saranno sempre attribuiti al conte di Cagliostro, stante quanto scritto   

    erroneamente nel già citato Compendio di Mons. Giovanni Barberi.

[31] Amico, seguace e sodale del conte sin dal 1780, quando entrambi risiedevano nella città di

    Strasburgo.

Autore

  • Redazione

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