
Milano, più che un campo largo è ormai un campo minato entro il quale, di esplosione in esplosione, sta esplodendo un sistema.
Non intendo occuparmi delle vicende giudiziarie in senso stretto.
Ci sono indagini, ci saranno processi, vedremo come finiranno, se con assoluzioni o con condanne.
Quello che oggi emerge, lacerato, squartato, messo sul tavolo dell’anatomopatologo della politica è un intero sistema politico dell’area del progressismo, in tutte le sue salse.
Il vero squarcio lo ha prodotto il salto sulla mina giudiziaria di Ada Lucia De Cesaris, ex vicesindaco e assessore all’Urbanistica tra il 2011 e il 2015, durante il periodo Pisapia.
Lucia De Cesaris è tra i 74 indagati nella nuova inchiesta sull’urbanistica a Milano e, come scrive La Repubblica, l’ipotesi di reato è di tentata concussione.
Dalle indagini emergono rapporti stretti da De Cesaris e Giancarlo Tancredi, assessore alla Rigenerazione urbana del Comune di Milano al centro della bufera e per il quale la Procura ha chiesto l’arresto.
Quello che importa, al di là della vicenda giudiziaria in sé, è la difesa della De Cesaris fatta Ivan Scalfarotto, senatore e coordinatore di Italia Viva a Milano.
“L’infame meccanismo della fuga di notizie con il contagocce, un classico di tutte le grandi indagini sulla politica finite sui giornali, specie di quelle risoltesi in nulla, questa domenica – ha detto Ivan Scalfarotto, commentando la notizia – aggiunge alle precedenti una vittima illustre: Ada Lucia De Cesaris . Certi della assoluta trasparenza del suo operato e grati per il suo contributo allo sviluppo di Milano quale grande capitale europea, Italia Viva Milano Metropolitana esprime all’avvocato De Cesaris la sua affettuosa vicinanza e piena solidarietà. Siamo certi che le accuse che le vengono rivolte a mezzo stampa, una volta discusse nelle sedi proprie, non troveranno alcun riscontro e confermeranno la rettitudine e la professionalità per cui Ada Lucia De Cesaris è da sempre nota a tutta la nostra città”.
Per quale motivo una difesa così serrata?
Come scrive Il Fatto Quotidiano, le dimissioni della De Cesaris dieci anni fa sarebbero dovute al fatto che “credeva o sperava” di essere lei il successore naturale di Pisapia, il quale aveva deciso di non ricandidarsi, ma la dirigenza del partito (il segretario all’epoca era Matteo Renzi) aveva già scelto il nome di Beppe Sala.
Punto numero uno: a scegliere Beppe Sala fu Matteo Renzi, segretario del Pd.
Matteo Renzi, tuttavia, non si è dimenticato della De Cesaris e, mentre Italia Viva, della quale è leader dopo aver lasciato il Pd, naviga sotto la soglia della sopravvivenza, ha messo l’ex assessore della Giunta Pisapia nel consiglio d’amministrazione dell’ENI.
Sul sito ufficiale dell’Eni, in data 14 maggio 2020, si legge: “Sulla base delle dichiarazioni rese dagli Amministratori e delle informazioni a disposizione della società, il Consiglio di Amministrazione ha accertato in capo a tutti i consiglieri il possesso dei requisiti di onorabilità e l’assenza di cause di ineleggibilità e incompatibilità, come richiesto dalla normativa vigente, nonché il possesso dei requisiti di indipendenza previsti dalla legge, come richiamati dallo Statuto della Società, da parte della Presidente Lucia Calvosa e dei Consiglieri Ada Lucia De Cesaris, Pietro A. Guindani, Karina A. Litvack, Emanuele Piccinno, Nathalie Tocci e Raphael Louis L. Vermeir”.
De Cesaris è rimasta in campo, ma lievemente defilata fino al passaggio a Italia Viva.
L’avere messo sul tavolo dell’anatomopatologo politico della vicenda milanese la De Cesaris è come aver aperto uno squarcio su un sistema che vede Italia Viva tentare di conquistare la capitale economica del Bel Paese e i suoi asset economici.
A settembre del 2019, Renzi, che si era speso molto per l’Expo, lancia la sfida alla sinistra piddina con un convegno all’Humanitaria contando sulle molte adesioni meneghine al nuovo corso renziano.
A Italia Viva arrivano pezzi da novanta, come Ada Lucia De Cesaris. Renzo Averia, giovane promessa piddina nel Municipio 3 spiega: “Ho deciso di entrare nel nuovo soggetto politico, Italia Viva”.
Il 20 luglio 2025, Il Fatto Quotidiano titola un articolo di Davide Milosa: “Patto Sala-Boeri per la sede A2A. L’archistar: “Mi fai un piacerone?”.

Il fatto si riferisce al marzo del 2018.
“Il progetto in questione – scrive Il Fatto Quotidiano – è quello della nuova sede di A2A, la multi-utility partecipata dal comune di Milano e Brescia e quotata in Borsa. Si tratta della Torre Faro, un grattacielo di 145 metri e 28 piani affacciato su piazza Trento e che salirà nello spazio prima occupato da antiche strutture del primo Novecento con vista sul Villaggio Olimpico nella zona degli ex scali ferroviari di Porta Romana. I lavori, oggi, avanzati, sono iniziati nel 2024, mentre il progetto, non toccato da indagini, è stato via via approvato dalla Commissione per il paesaggio a partire dal 2020. A firmare l’opera (…) uno studio di architettura vicino a Boeri e i cui soci sono indagati per corruzione nell’ambito dell’ultima indagine, che non riguarda Torre Faro, per avere, secondo i pm, mascherato una mazzetta con una consulenza affidata al presidente della Commissione paesaggio Giuseppe Marinoni, ottenendo così in cambio l’approvazione di due progetti: Portali-Gioia 50 e Tortona 25”.

Stefano Boeri, professionista di fama internazionale, è stato candidato ufficiale del Pd alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato a sindaco di Milano nel 2010. Sconfitto da Giuliano Pisapia, è entrato nella squadra del nuovo sindaco, della quale ha fatto parte anche la De Cesari.
Perché Il Fatto Quotidiano tira in ballo A2A?
Per il fatto che la multi-utility è uno dei bocconi succulenti del piatto milanese, molto ambito e parte di un sistema di potere che sta esplodendo.
A2A è un colosso, è una Life Company che fornisce elettricità e gas rispettivamente a 2,1 mln e 1,5 mln di clienti e occupa 14.777 dipendenti.
Nel 2020, come riportava al tempo La Repubblica, con un “un blitz inatteso dal mercato”, dopo “dopo sei anni alla guida del gruppo, controllato al 51% da un patto tra i Comuni di Milano e Brescia, finisce la corsa del presidente Giovanni Valotti e dell’amministratore delegato Valerio Camerano. Così hanno deciso i due sindaci, Beppe Sala ed Emilio Del Bono. I quali avrebbero anche individuato i manager che ne prenderanno il posto. Alla presidenza arriva Marco Patuano, ex numero uno di Telecom Italia e di Edizione, la holding finanziaria della famiglia Benetton e attualmente membro del consiglio di amministrazione del Milan. Per il ruolo di capo azienda, invece, sarebbe stato scelto Renato Mazzoncini, una vita nelle società del settore pubblico”.
“Ora – scriveva La Repubblica – due sindaci dovranno essere convincenti con il mercato, visto che il vertice uscente non viene certo sostituito per i risultati economici, sempre in crescita negli ultimi anni, con un dividendo ai soci più che raddoppiato”.
Per capire qualcosa del cambio della guardia dobbiamo risalire al Governo Renzi, quando l’attuale leader di Italia Viva era il leader del Pd.
Il Governo Renzi, a seguito delle dimissioni del presidente Marcello Messori e dell’ad, Michele Mario Elia, aveva nominato come ad di Fs Renato Mazzoncini, bresciano, fiorentino d’adozione e apprezzato da Matteo Renzi, in quanto, nel 2012, quando era sindaco di Firenze, fu lui da ad di Busitalia Sita Nord, controllata da Fs, a rilevare la maggioranza dell’azienda di trasporti fiorentina (Ataf) che così passò dalla proprietà comunale a quella statale, cioè nella holding Fs.
Mazzoncini è descritto dagli addetti ai lavori come uno dei manager più dinamici del settore.
L’arrivo di Mazzoncini ai vertici di A2A è stato visto come un tassello fondamentale della strategia renziana per conquistare influenza nella capitale economica del Paese.
La denuncia della possibile strategia renziana è arrivata subito, come scriveva Il Giornale nel marzo 2021, da parte di Gianmarco Senna, presidente in quota Lega della commissione Attività produttive di Regione Lombardia, il quale ha chiesto a Sala se fosse «a conoscenza di quanto accade in A2a e della campagna acquisti del neo amministratore delegato Renato Mazzoncini da maggio 2020 a oggi».
Senna parla di «assunzioni di dirigenti a chiamata diretta, senza passare da head hunter». Tra queste «quella di Enea Moscon, curriculum forse non così adatto viste le scarse esperienze nel settore, ma ricco di incarichi politici: consigliere Pd dimissionario nel Municipio 5 e tesoriere del Comitato MilanoxRenzi».
Oppure quella di Filippo Bonaccorsi «per il quale è stata aperta una nuova casella nella pianta organica: si occuperà di sponsorizzazioni, rapporti con le Regioni e i territori. Aggiungi un altro posto a tavola perché anche Bonaccorsi proviene dal giglio magico, visto che fu Matteo Renzi a metterlo a capo della task force per l’edilizia scolastica, il piano per cui il governo aveva stanziato un miliardo di euro».
“Fratello dell’ex deputata Pd Lorenza, l’ex presidente e privatizzatore di Ataf, l’azienda fiorentina dei trasporti, grazie alla sponsorizzazione di Renzi – commentava Il Giornale – è così passato con disinvoltura dai bus all’edilizia e ora all’energia”.
L’aver tirato in ballo A2A da parte del Fatto Quotidiano è il chiaro indice che, al di là dei fatti specifici riguardanti l’inchiesta sulla parte urbanistica ed edilizia, ormai la posta in gioco nel campo minato milanese è l’esplosione di un sistema, al quale non vengono risparmiate critiche feroci e che coinvolge uno schieramento che non riguarda solo il Pd.
Ne esce a pezzi il campo largo.
Lo scandalo di Milano, infatti, è l’occasione per i Cinquestelle per una critica feroce, che mette a nudo il sistema di potere meneghino.
Dopo l’intervento di Giuseppe Conte, il capogruppo alla Camera, Riccardo Ricciardi, ha rincarato la dose accusando Sala e la coalizione di avere costruito un modello di “affarismo”. Ma oltre la vicenda milanese si scorge la volontà dei pentastellati di aprire una vera e propria questione morale nella coalizione.
“Quel che è successo a Milano svela tutto il cinismo di un ‘modello’ fatto a misura di speculatori finanziari e affaristi, che esclude il ceto medio e le persone meno abbienti per creare città dei ricchi a discapito di chi non lo è. Le chiamano ‘sburocratizzazioni’ e ‘semplificazioni’ ma, chissà perché, non arrivano mai a beneficio dei cittadini comuni, ma sempre a vantaggio di una imprenditoria malata che se ne va a braccetto con la cattiva politica”, dice il presidente dei deputati 5Stelle.
“Loro hanno bisogno di un sistema nel quale un povero disperato che non sa più come fare per migliorare la propria situazione si deve rivolgere al politico locale. Immobiliaristi speculatori prendono una baracca e ne fanno un grattacielo con un documento e un politico connivente. È per loro che vogliono allentare regole e vincoli. Grazie a questa semplificazione – prosegue Ricciardi- hanno creato la Milano europea, la smart city che esalta questo modello che non pensa che un operaio per stare a Milano aprendo un mutuo può permettersi 19 metri quadri di casa. Sapete cosa ha risposto Catella, l’imprenditore coinvolto in questa vicenda, quando qualche anno fa gli hanno chiesto se fosse preoccupato che un milanese non riuscisse a vivere più in centro? Lui ha risposto che a Genova ci sono quarantamila case vuote”.
La chiamano semplificazione, per non dire la parola che tutti tentano di evitare e che si chiama autocertificazione. Meglio: autocertificazione non verificata.
Il Pd se la cava con un insieme di buone intenzioni, proponendo a Sala cinque i punti programmatici per affrontare un’emergenza politica: un modello di sviluppo della città con una maggiore redistribuzione degli investimenti sul territorio, un’attenzione alle “periferie sociali”, quindi in senso opposto agli investimenti che hanno portato alla gentrificazione e all’espulsione del ceto medio dalla città, zero case popolari sfitte (quelle gestite da MM), l’attuazione del Piano casa per il ceto medio (10mila nuovi alloggi in locazione a 80 euro al metro quadro annuo), un pgt di cambiamento che risolva ciò che è rimasto in sospeso con il Salva Milano ovvero norme chiare che impediscano in futuro che nuove costruzioni passino come “ristrutturazioni” e la questione del verde.
Nel suo intervento di ieri al Consiglio Comunale, Sala ha detto che se c’è la maggioranza lui rimane.
“Le mie mani sono pulite – ha detto il sindaco di Milano – Tutto ciò che ho fatto nell’arco delle due sindacature, di cui ho avuto onere e onore, si è sempre esclusivamente basato sull’interesse dei cittadini e delle cittadine. Non esiste una singola azione che possa essere attribuita a mio vantaggio”.
“Sono più che mai motivato a fare il mio dovere fino in fondo e a proseguire nel mio incarico” ha detto sala, mentre l’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi, per cui la Procura ha chiesto i domiciliari, ha annunciato di aver presentato le dimissioni.
Sala rimarrà, la magistratura farà la sua parte. Ma una cosa è certa: un sistema di potere sta esplodendo su un campo minato.





