
di Vito Schepisi
La questione morale non ha una etichetta politica, ma è un’ombra che va dissolta attraverso il sistema democratico (alternanza) e con la trasparenza degli atti amministrativi.
La democrazia in un Paese funziona se c’è la reciprocità della lealtà e del rispetto tra le formazioni politiche, e se ci sono comuni sentimenti verso il sistema: quello democratico-liberale descritto dalla nostra Costituzione.
Se c’è, invece, la barriera degli insulti e l’ossessione dei pregiudizi (condizione a cui s’assiste ogni giorno) verso chi ha un pensiero diverso, cioè contro quel modo di far sviluppare il sistema stesso della democrazia, diventa tutto difficile, perché aprono le strade a metodi e trame diverse.
Anche di stampo massimalista, autoritario, populista e mafioso.
A Bari ed in Puglia non c’è una destra da battere, né i rigurgiti fascisti da fermare, c’è una Città ed una Regione da ritrovare e rilanciare dopo venti anni di narrazioni e fallimenti.
In Puglia e a Bari sono venti anni che una parte politica ha accentrato tutto: politica, vita civile, affari economici, servizi urbani, sanità, cultura, turismo, appalti, industria, commercio e persino giustizia e malavita.
A Bari ed in Puglia, non esiste la democrazia, ma solo chi comanda ed impone.
Come se ci fosse stato un appalto senza firme e contratti, ma di cui si pagavano i costi, tutto è stato appaltato e gestito in una logica di controllo, di moltiplicazione della spesa e di mercato dei voti.
Tutto in un unico mazzo di carte ove, di volta in volta, secondo il metodo della spartizione, e raccogliendo le opportunità, s’estraeva la carta vincente.
In questo modo, assieme alle figure più incredibili, appare inevitabile che le mafie si incuneino nei meccanismi, per ritagliarsi gli spazi del loro profitto.
La carta che si estraeva non è mai stata diversa da quella che soddisfaceva appieno la cordata delle convenienze e degli interessi soggettivi di chi gestiva le chiavi del potere in Città ed in Regione.
L’organizzazione è senza lupara, ma è altrettanto letale per la libertà ed il buon vivere dei cittadini.
Non va affatto bene così, però!
Perché poi succede, come pare stia succedendo, che a forza di pompare sterco le tubature del sistema si rompano ed assieme alla puzza esca fuori anche la melma.
La Puglia, purtroppo, col silenziatore della stampa amica e con l’informazione locale spesso appiattita e strisciante fino al rendersi comica, è stata più volte coinvolta in decine di scandali ed in atti di protagonismi sconvolgenti.
Tutto questo fino a qualche giorno fa e per venti anni è avvenuto senza che il “coperchio” della pentola saltasse. Senza tanto clamore, per la messa in funzione d’un silenziatore mediatico che serviva a tener saldo il sistema.
Quando l’arroganza politica, però, raggiunge livelli di gestione omertosa, e quando i fatti locali non possono non richiamare i doveri e le responsabilità delle figure istituzionali preposte al corretto svolgimento delle attività e delle gestioni democratiche degli organi amministrativi locali, è normale che prima o poi ci sia chi senta il dovere di intervenire.
La scintilla che ha innescato la “questione Bari” s’è scatenata dopo i centotrenta arresti disposti nelle settimane scorse dalla Procura di Bari.
Il Ministro degli Interni, sentito il Prefetto di Bari, ha chiesto l’accesso agli atti del Comune per verificare se vi siano segnali di infiltrazioni mafiose nelle attività di gestione. Tra gli arrestati, infatti, c’erano personaggi coinvolti con l’amministrazione cittadina.
Sono due al momento gli assessori (una in Regione e l’altra in Comune) coinvolti nelle iniziative giudiziarie.
Il quadro d’insieme, però, è molto più complesso e coinvolgente perché, dietro le figure direttamente individuate, è opportuno pensare che ci sia anche tanto altro.
Se l’attività del Ministro è apparsa ineccepibile sotto il profilo della tutela della Città e di suoi cittadini, inconsuete ed arroganti, invece, si sono rivelate le sceneggiate scatenate.
C’è il rischio d’un possibile scioglimento del Consiglio Comunale per sospetta infiltrazione mafiosa.
Attualmente c’è la verifica degli ispettori, consigliando pertanto la sospensione d’ogni affrettata conclusione, ma a Bari, a prescindere dagli esiti delle indagini, è successo davvero di tutto.
Sono uscite anche le notizie dei maneggi, dei metodi di corruzione elettorale, dei sistemi di scambio e di acquisizione e conservazione del potere.
Niente, al momento, si può ancora escludere.
Se quegli atteggiamenti di perdita dei limiti del rispetto e del decoro verso un Ministro che agisce nell’interesse del sistema democratico, sono scaduti nello squallore, non è tranquillizzante sapere di personaggi che a Bari e in Puglia si sentano al di sopra della legge e che, nella loro arroganza, si diano anche la zappa sui piedi narrando dei loro rapporti con gli ambienti della criminalità organizzata.
Le sceneggiate sui palchi e la mobilitazione di iscritti e simpatizzanti, come la presunzione di sentirsi protagonisti e vittime d’una guerra dichiarata loro dallo Stato, per fortuna servono a poco, ma sarebbe da annotare che è un atteggiamento tipico di chi ha qualcosa da nascondere quello di gettarla in caciara.
La preoccupazione da dissolvere, invece, è quella dell’idea che si possa essere formato un grande giro affaristico che coinvolga la politica, e che da vent’anni strozzi Bari e la Puglia.





