
di Giovanni Fasanella
In questa quarta puntata del capitolo tratto dal libro “Una lunga trattativa” (Chiarelettere, 2013), Cossiga fa i conti con le “specificità” delle biografie politiche e personali dei due emissari del Pci, Giorgio Napolitano e Luciano Violante.
NAPOLITANO, IL COMUNISTA ANGLOSASSONE
Cossiga trovava in Napolitano un interlocutore assai più «ricettivo» di Violante. D’altra parte, neppure le biografie dei due esponenti comunisti coincidevano in tutto e per tutto, e questo ne spiegava le diverse sensibilità. Il primo veniva dalla scuola comunista partenopea, quella di Giorgio Amendola, «conta- minata» dal liberalismo crociano. E si era formato durante il Secondo conflitto bellico negli ambienti politico-intellettuali napoletani legati al Pwb (Psychological warfare branch), la sezione propaganda e guerra psicologica dei servizi segreti allea- ti. E anche nei decenni successivi aveva mantenuto un legame speciale con il mondo anglosassone, garantendo i contatti del vertice Pci con Londra e Washington, persino nei momenti di maggiore acutezza dello scontro Est-Ovest. Di recente, lo stesso Napolitano, nella sua veste di capo dello Stato, ha confermato al direttore de «la Repubblica» Ezio Mauro l’esistenza di rapporti speciali con quel mondo in piena guerra fredda e durante il caso Moro. E uno dei canali di comunicazione tra lui e il mondo anglosassone era il presidente della Fiat Gianni Agnelli. Ecco il racconto di Napolitano:
«Era l’aprile 1978, la data del mio primo viaggio in America, che poi era la prima volta di un dirigente del Pci negli Stati Uni- ti. Viaggiai per diverse università che mi avevano invitato, ebbi incontri in centri di formazione della pubblica opinione, dal Council on Foreign Relations alla redazione di «Time Magazine», spiegando ovunque la posizione della sinistra italiana e in parti- colare del Pci, con riferimento al quadro europeo. Poi arrivai alla Woodrow Wilson School of Government a Princeton, dove tenni due conferenze.»
E proprio a Princeton Napolitano aveva conosciuto il figlio dell’Avvocato, Edoardo. Che poi aveva parlato di lui al padre Gianni. Ha rivelato Napolitano:
«Pochi giorni dopo a New York fui condotto da Furio Colombo nella casa dell’avvocato in Park Avenue. Sapeva che ero in Ameri- ca, voleva conoscermi. Parlammo vivacemente, dei miei incontri americani in primo luogo, ma anche dell’Italia naturalmente. Curioso, attento, gentile. E, di certo, uomo di visione internazionale. Ecco l’impressione che mi fece subito Agnelli in quell’incontro che rappresentava un inedito o quasi, perché credo che fino a quel momento l’Avvocato conoscesse di persona pochissimi esponenti nazionali del Pci oltre a Giorgio Amendola e Luciano Lama, che aveva avuto come controparte sindacale. Così cominciò una conoscenza, nacque un interesse reciproco, e si avviò un rapporto che ebbe poi tappe interessanti e particolari in seguito. […] Ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo di partecipare insieme, ma anche in ripetuti incontri privati. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva farmi incontrare.»
Soprattutto ospiti americani,
«e in particolare Henry Kissinger. Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio.
Ma era molto di più di un semplice «ambasciatore»:
«Diciamo che aveva un rapporto straordinario con gli Usa, di conoscenza e di intimità, e lo ha usato a favore dell’Italia in più occasioni. È stato per gli americani che contano il volto dell’Italia, di un’Italia moderna, non provinciale. E lavorava per la piena intesa tra i due paesi. […] Lo vedevo in quegli anni come un uomo che si muoveva di continuo tra le due sponde dell’Atlantico, legatissimo all’America. […] Non conosco i dettagli, so per certo che aveva rapporti diretti con l’establishment degli Stati Uniti.»
Erano talmente stretti i legami di Napolitano con il mondo anglosassone che l’ambasciatore britannico a Roma amava in- trattenersi spesso a colazione con lui per lunghe conversazioni sulla situazione italiana, e in particolare sulla politica del Pci. Tale era la sua ammirazione per il Regno Unito che nell’aprile del 1978, in pieno caso Moro, durante un pranzo nella sede diplomatica al quale partecipava un altro prestigioso dirigen- te comunista, Giancarlo Pajetta, Napolitano aveva rassicurato l’ambasciatore circa le intenzioni del suo partito. Le sue parole erano state poi riassunte nell’immancabile rapporto inviato a Londra: «Il Pci sostiene che il compromesso storico sarebbe solo una fase transitoria, nel corso della quale verrebbero stabilite le condizioni per una successiva fase di alternanza al potere, secondo il modello britannico».
Violante, invece, arrivava da esperienze molto più dure anche sul piano personale, difficili da cancellare con un colpo di spugna. Durante il fascismo la sua famiglia – padre comunista e madre ebrea – era stata costretta a emigrare in Etiopia, dove lui era nato il 25 settembre 1941. Nel colmo della sfortuna, proprio mentre uno zio moriva a Mauthausen, Luciano era venuto alla luce nel campo di concentramento di Dire Daua, dove i genitori, già perseguitati dai fascisti, erano stati internati per ordine delle autorità britanniche. Dopo la guerra, completati gli studi giuridici, era entrato in magistratura. Negli anni Sessanta era arrivato all’Ufficio istruzione di Torino. E lì, qualche tempo dopo, si era occupato di uno degli intrighi più inquietanti della guerra fredda italiana: il tentativo di golpe anticomunista progettato nella prima metà degli anni Settanta da Edgardo Sogno.
(4-Continua…)





