
di Bruno Chiavazzo
Alla fine ha avuto ragione Carlo Calenda che nel corso di una trasmissione di Otto e Mezzo con la Gruber e l’ormai ex direttore de “La Stampa”, Massimo Giannini, che gli chiedeva dove voleva andare con il suo misero 4% dei voti, Calenda rispose: “Dove vuoi andare tu che hai perso quasi 50.000 copie del giornale che dirigi”.
Ieri gli eredi Agnelli hanno deciso che buttare via soldi per l’ego spropositato di un direttore che passa più tempo in Tv che a Torino dove si trova la sede del giornale non era più il caso. Detto fatto e nel volgere di un attimo hanno licenziato il “direttorissimo” e hanno nominato con sottile perfidia il suo vice, Andrea Malaguti, un uomo di macchina, un “culo di pietra” come si dice in gergo giornalistico, alla guida della “Busiarda”, come i torinesi hanno sempre chiamato il quotidiano degli Agnelli.
Per Giannini si prospetta un ruolo da “editorialista” per Repubblica, un ritorno a casa ma senza compiti operativi. Dovrà aspettare il permesso di Maurizio Molinari, direttore del quotidiano romano, per scrivere. I due, per usare un eufemismo, non si sopportano e l’andata a Torino di Giannini era stata una conseguenza della scarsa considerazione lamentata dall’esule.
Si racconta, i giornalisti sono peggio dei circoli di cucito quando ci si mettono, che nel corso dell’ultimo incontro con la redazione per il commiato, Giannini abbia evocato addirittura il generale Massimo Decimo Meridio, eroe immaginario della guerra contro i barbari ed erede designato da Marco Aurelio, nel film “Il Gladiatore”, per dare una “cornice” tutta politica al suo defenestramento.
In altre parole i “padroni” della ex Fiat, non gradivano la linea da lui impressa al giornale, radicalmente antigovernativa con attacchi sempre più virulenti alla premier, Giorgia Meloni, paragonata al Macbeth, arruolando tra i nemici, perlopiù immaginari del capo del Governo, addirittura il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La realtà, molto più banale, è che il cambio della guardia era atteso da tempo. Non solo il vistoso calo delle copie vendute, ma anche lo “stile” alla Marchese del Grillo (io so io e voi non siete un ca..o) che l’ex direttore, aveva imposto, tanto da essere accusato dal comitato di redazione in un comunicato di “arroganza e indifferenza, mancanza di rispetto professionale, sconcerto e rabbia per un giornale alla deriva”.
Adesso per La Stampa si torna all’antica: un giornale regionale, senza voli pindarici, cronaca a tutta birra per recuperare quel 25% di copie perse, per ogni anno di direzione Giannini, nel solo Piemonte. Al momento la sorte che lo aspetta è quella di farsi ospitare dalla sua amica Lilli Gruber il più possibile per non cadere nel dimenticatoio.





