
di Vito Sibilio
Tali proteste, dal 1933 al 1938, erano ben note alle Cancellerie europee, e sebbene inani, erano pur sempre le uniche voci antinaziste in un continente dominato da fascisti, comunisti e da democratici anestetizzati dallo spirito di Locarno, poi reincarnatosi di volta in volta nelle Conferenze di Stresa e Monaco, e che fecero digerire al mondo intero la Notte dei Cristalli, quella dei Lunghi Coltelli, la rimilitarizzazione della Renania, l’Asse, il Patto Anticomintern, il Patto d’Acciaio, l’Anschluss, l’annessione dei Sudeti, di Memel e della Boemia Moravia: tutte cose avvenute senza alcuna approvazione della Santa Sede. Il punto di rottura si ebbe nel 1937, quando Pio XI pubblicò la Mit Brennender Sorge, un’enciclica scritta in tedesco, anche da Pacelli e dal suo entourage, composto da molti tedeschi esuli dalla Germania nazista, in cui la dottrina di Hitler era riprovata senza mezzi termini, anche se con scarsi risultati. Questi fatti non autorizzano a giudicare come filonazista Eugenio Pacelli, segretario di Stato e camerlengo di Pio XI. Ma segnarono la comprensione dei limiti della politica papale, che Pacelli ebbe ben chiara. Divenuto Papa il 2 marzo 1939 in un Conclave senza storia , salutato dalla stampa tedesca come un temibile avversario – Hitler non mandò nessuna delegazione alla sua incoronazione – invocato dalle nazioni democratiche come mediatore di pace in quanto fine conoscitore del mondo germanico, valutato positivamente persino dai Comunisti e dagli Ebrei, Eugenio Pacelli, ormai Pio XII, potè fare poco per scongiurare la guerra – il più grande dei crimini di Hitler, lo strumento eletto della sua politica – ma non si esentò dal farlo. Propose accordi pacifici per la soluzione della questione di Danzica , inseguendo il sogno – che era stato di Benedetto XV durante la I Guerra Mondiale, e di cui lui stesso, in quanto Nunzio in Baviera, era stato strumento eletto, formulando Sette punti per la pace – di fare della Santa Sede la mediatrice tra le parti in guerra; s’impegnò spasmodicamente per impedire l’ingresso dell’Italia nel conflitto , premendo sul Duce e sul Re, e condannò lo spirito guerrafondaio e razzista del Nazismo dalla sua prima enciclica, la Summi Pontificatus, promulgata quando la guerra era già iniziata (il 20 ottobre 1939) e contenente cinque punti per una proposta di conciliazione universale. Il suo famoso appello radiofonico: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”, del 24 agosto 1939, cadde ovviamente nel vuoto, ma fu prova del tenace attaccamento della coscienza cristiana ai valori della pace . Erroneamente convinto che la Germania non avrebbe resistito più di un anno in guerra, Pio XII cercò un accomodamento tra Londra e Berlino, temendo che la Battaglia d’Inghilterra si risolvesse con la vittoria nazista; appoggiò tutti i piani di cui venne a conoscenza – da quello Von Brauchtisch a quello Canaris – per rovesciare Hitler ; perseguì una rigorosa imparzialità per svolgere ovunque una missione umanitaria e morale , nonché per mantenere i contatti con la Chiesa in tutto il continente. Consapevole delle persecuzioni feroci alla Cristianità polacca, dovette mitigare le sue condanne perché consapevole del fatto che avrebbero suscitato altre aspre reazioni tedesche, ossia che il suo profetismo sarebbe costato la pelle a degli altri innocenti . Non volle mai prestarsi alla propaganda nazista, e se ordinò all’Osservatore Romano di smettere di attaccare la Germania sin dalla sua elezione, per non pregiudicarsi la possibilità di agire come mediatore, Pio XII non riconobbe nessuna annessione tedesca, nessun governo fantoccio insediato dall’Asse nei territori occupati , né volle considerare una crociata cristiana l’invasione dell’URSS fatta dall’Asse, e per bocca del suo segretario per gli Affari Ecclesiastici Straordinari Domenico Tardini dichiarò che il Nazismo e lo Stalinismo erano equivalenti per la Chiesa, perché entrambi persecutori e materialisti . Non lesinò gli sforzi per sostenere la Gran Bretagna – nonostante alcuni dissapori per le conseguenze sulla popolazione civile della condotta bellica inglese, specie per i blocchi navali – e i suoi contatti con gli USA furono serrati . Non condivise la lentezza delle operazioni alleate in Occidente e nel Mediterraneo, mentre la Germania ancora combatteva in Russia, perché capì che era un errore lasciare all’Armata Rossa la possibilità di invadere l’Europa centrale. Come molti diplomatici, auspicò che le sorti della guerra si decidessero in Oriente, sperando che Nazismo e Comunismo si distruggessero a vicenda, e mostrando scetticismo – e lungimiranza – sulla possibilità di convivere pacificamente con Stalin. In questo collimò con Churchill, ma non con Roosevelt. Quando l’Italia fu invasa dai Tedeschi e visse il dramma della RSI e della Resistenza, congiunto all’invasione alleata, Pio XII fece tutto quanto era in suo potere per alleviare le sofferenze di Roma e della popolazione in genere ; sin dall’inizio del conflitto il suo Servizio informazioni smistava notizie per tenere in contatto i soldati e i prigionieri con le rispettive famiglie . L’esempio simbolo di questa attività, che ricordava quella dei Papi nell’Alto Medioevo, nell’Italia saccheggiata dai Longobardi e abbandonata a se stessa dai Bizantini, fu la discesa a San Lorenzo Fuori le Mura dopo il bombardamento alleato , nonostante Pio XII avesse chiesto che la capitale fosse dichiarata città aperta. Ma i soprusi maggiori furono ovviamente quelli tedeschi, che delimitarono materialmente i confini tra Città del Vaticano e Italia, piantonando la linea disegnata in terra con i loro soldati. Spesso la Werhmacht e la Gestapo violarono l’extraterritorialità dei palazzi pontifici sparsi in Roma, per catturare importanti detenuti politici, che a migliaia si affollavano in essi sotto mentite spoglie. Ma il Papa trovò, tra questi tedeschi ormai prossimi al tramonto, anche interlocutori intelligenti e moderati, scettici sul futuro della loro causa, come l’alto ufficiale delle SS Karl Wolff o l’ambasciatore presso la RSI Rudolph Rahn, o addirittura da sempre intimamente antinazisti, come l’ambasciatore in Vaticano Von Weiszacker. Nel cuore della tragedia bellica si colloca certo l’atrocità dell’Olocausto. Per la legislazione razziale, ovunque in Europa, preesistente al conflitto in Germania e Italia, e poi drammaticamente esportata, valeva già la riprovazione della Mit Brennender Sorge e delle proteste di Pio XI contro la legislazione mussoliniana. Ma gli interventi fattivi per fermare o tamponare lo sterminio degli Ebrei, ma anche degli Slavi, degli Zingari, dei disabili e degli oppositori politici, religiosi e culturali, ci furono. Il 25 dicembre 1942 – nell’Europa dominata solo dai Nazisti, la cui vittoria ai più appariva del tutto scontata – attraverso il mezzo di comunicazione più efficace dell’epoca, la radio, Pio XII condannava lo sterminio per ragioni razziali e ideologiche. Il 2 giugno 1943, in condizioni immutate politicamente e militarmente, ribadì con coraggio la condanna . Non nominava mai né i nazisti né gli Ebrei, conformemente alla tradizione teologica e pastorale della Curia, ormai plurisecolare, ma non vi erano altri destinatari al mondo di quella rampogna, né altre vittime, al di fuori di quelle dei lager, ebrei e non ebrei, a cui poter esprimere quella dolente, impotente solidarietà. Queste condanne furono a maggior diffusione di quelle di Pio XI sul Comunismo (con la Divini Redemptoris) o sulla persecuzione della Chiesa in Messico; furono anche di maggior impatto di qualsiasi condanna fulminata dai suoi Successori sui cristiani perseguitati – fino a tutt’oggi in Cina, India, Corea del Nord, Arabia Saudita – o su altri genocidi – specie in Africa, ma non dimentichiamo quello tibetano – avvenuta fino ad ora. Eppure nessuno ha mai pensato di accusare Paolo VI o Giovanni Paolo II o Pio XI d’intelligenza col nemico di turno dell’umanità. A conti fatti, il diplomatico Pacelli, sicuramente filogermanico da un punto di vista culturale, corse più rischi di tutti i Papi del XX sec. messi insieme, condannando il cuore della politica razziale di un regime demoniaco, proprio nel momento in cui esso lo perseguiva con maggior ferocia e in una situazione di dominio pieno e incontrollato sul Vecchio Continente. Pio XII, che trattò il Nazismo sempre e innanzitutto come un fenomeno politico, piantato nel cuore dell’Europa e al vertice di un popolo di sessanta milioni di uomini, e solo in secondo luogo lo considerò come una mitologia manichea , in questo frangente antepose questa considerazione ad ogni valutazione politica, e nonostante il rischio che correvano i cattolici europei, ostaggi delle rappresaglie tedesche, volle esprimere la sua doverosa riprovazione per la raccapricciante persecuzione antisemita e i suoi barbari mezzi e fini. Più volte fu sul punto di pronunciare condanne ancora più esplicite, ma l’esperienza e i consigli ricevuti lo dissuasero. Per esempio ricordava bene come, in seguito all’invasione dei Paesi Bassi, le SS avessero cominciato a deportare gli Ebrei locali, suscitando la reazione indignata della Conferenza Episcopale Olandese e della Chiesa Calvinista. Ad esse le autorità tedesche avevano fatto sapere che una ulteriore protesta pubblica avrebbe inasprito le rappresaglie. Furono proprio i vescovi cattolici che non si lasciarono intimidire. E fu in risposta alla loro condanna che i Nazisti completarono la loro deportazione infernale dei malcapitati Ebrei olandesi. Pio XII ricordava anche come l’arcivescovo di Cracovia, Adam Stephan Sapieha, aveva bruciato il testo di un messaggio pontificio dinanzi ai suoi stessi latori, perché troppo brutale contro i Tedeschi, temendo ulteriori rappresaglie naziste contro il popolo polacco e la sua Chiesa. Il Pontefice in persona, conscio della presenza in Vaticano di agenti nazisti, dovette a volte bruciare documenti compromettenti. Il timore di compromettere la sorte dei perseguitati o di ampliarne il numero non lo abbandonò mai, la moderata sfiducia negli uomini – che caratterizza i veri conservatori – lo persuase che in Europa non sarebbe mai avvenuta una rivolta antinazista in chiave morale e religiosa – diagnosi senz’altro esatta – la consapevolezza del ferreo, draconiano controllo nazista sul continente contribuirono a far sì che Pio XII non volle mai fulminare una condanna ancora più esplicita del genocidio, del quale tuttavia era abbastanza ben informato. Il Papa tuttavia non trascurò alcuna occasione per esprimere il suo disgusto per la barbarie nazista, anche dinanzi a testimoni autorevoli – come l’ambasciatore italiano Alfieri– né omise alcuna iniziativa per favorire la sopravvivenza, la fuga e la salvezza degli Ebrei, fin nel cuore stesso della Germania, con la Lega San Raffaele, sciolta d’autorità dal Governo nazista nel 1941. Nella martoriata Polonia operò come meglio potè, sapendo che lì, nel Governatorato Generale di Hans Frank, in predicato di sterminio non erano solo i Giudei, ma tutto il popolo slavo. Nella Francia di Vichy, nell’Ungheria di Horty, nell’Italia di Mussolini – fino a che il Paese non fu invaso dai tedeschi – nella Romania di Antonescu, nella Slovacchia di Tuka e nella Croazia di Pavelic – contando sull’aiuto dell’ingiustamente calunniato primate, il beato cardinale Stepinac- Pio XII si adoperò con successo per mitigare l’applicazione delle scellerate leggi razziali, per impedire la deportazione degli Ebrei in Germania, per favorirne la sopravvivenza. I suoi Nunzi cercarono di far passare quanti più esuli possibile dai confini di molti Stati – Reich compreso – per convogliarli in mete lontane e sicure, compresa la Palestina. Così per esempio si comportò mons. Roncalli a Istanbul. L’organizzazione umanitaria che gestiva queste delicatissime transazioni, senza poter contare su una briciola di collaborazione, neanche a livello informativo, né da parte di Hitler né da parte di Stalin, era diretta dall’uomo di fiducia di Pio XII, il suo discepolo prediletto: Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI. Le iniziative patrocinate dal Papato e dalla Chiesa Cattolica salvarono, durante il momento più oscuro della storia dell’Europa, un numero di Ebrei compreso tra le seicentomila e il milione di unità. Trattandosi di un’azione svolta da un’organizzazione non governativa, peraltro senza un piano organico e in un ambiente indifferente, terrorizzato o ostile, fu di sicuro un successo notevole. La cifra più alta di salvati, superiore a quella di qualsiasi Chiesa o associazione umanitaria. A questa opposizione fattiva al Nazismo la Chiesa Cattolica –è giusto ricordarlo – pagò, come tutti coloro che la condivisero con lei, il suo tributo di sangue: religiosi, chierici e laici furono uccisi, torturati e deportati. Il martirologio cristiano si arricchì di nomi gloriosi, tragicamente scomparsi nei lager, come quello della beata Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, ebrea battezzata, discepola di Husserl, filosofa fenomenologa e teologa, o di san Massimiliano Maria Kolbe, cappuccino, apostolo per una vita intera della devozione mariana, morto ad Auschwitz, finito da un iniezione di acido fenico, dopo essersi offerto di andare nel bunker della fame per salvare un padre di famiglia. Vanno anche ricordati gli studenti, cattolici ed evangelici, del movimento di resistenza della Rosa Bianca. Al loro martirio, senza timore di retorica, si può dire che l’introverso, timido, ipersensibile Pacelli aggiunse il proprio, nascosto sotto le plurimillenarie, solenni forme del potere spirituale dei Papi, impotente a ricacciare nell’abisso la legione di demoniache locuste risalite, come nella visione dell’Apocalisse, a devastare la terra.





