
di Massimiliano Bonne
Dostoevsky in Fratelli Karamazov: Che io rimpianga Dio? La chimica, fratello, la chimica! Non c’è niente da fare, Vostra Reverenza, fatevi in là, passa la chimica! E Rakítin non ama Dio, oh, no! È il punto debole di tutti costoro! Ma lo nascondono. Mentiscono. Fingono. “Ebbene, esporrai queste cose nelle tue critiche?” gli domandò. – “Parlar chiaro non mi lasceranno”, dice ridendo. – “Ma allora, domando, che sarà dell’uomo? Senza Dio e senza vita futura? Tutto è permesso dunque, tutto è lecito?”
La libertà rende liberi? La libertà è innanzitutto un concetto astratto. La celebrazione di questa libertà, spesso decantata da noi europei (“Uniti nelle libertà e nelle diversità!”), se deve essere presa sul serio deve implicitamente accettare e consentire un pluralismo di forme politiche; perché le culture sono basate su principi fondamentali non solo diversi, ma spesso opposti.
Questo tipo di pluralismo comporta necessariamente competitività e controllo territoriale. Questa competitività deve essere chiaramente legittimata all’interno di confini specifici, in particolare per quanto riguarda il costante pericolo di massimalismo e di degenerazione in guerra totale. Un guerra prima di tutto cognitiva come vedremo.
Da qui la spettacolarizzazione della realtà o meglio della “narrativa proposta”, è diventata il modello di vita socialmente dominante. Citando G. Debord, la cultura dello spettacolo a cui siamo giunti, è l’erede della debolezza del progetto filosofico occidentale. È l’affermazione onnipresente della scelta già fatta nella produzione e nel suo corollario di consumo. In realtà, nel giuoco delle parti non c’è nessuna scelta, la libertà della persona, infatti, è solo una promessa in uno sfondo futuro e puntualmente disatteso. Siamo distratti da una farsa e non vediamo che l’Occidente e i suoi valori umanistici oggi sono più deboli che mai.
L’Occidente in generale incoraggia ed esalta “le libertà e le differenze”, con l’obiettivo anche poco celato di appiattire tutti, in nome di un principio di politically correct che non si basa su un vero riconoscimento dell’unità fondamentale delle proprie tradizioni (modello eurasiatico, orientale e russo), ma su un “contratto sociale” di tipo pragmatico e utilitaristico che permette, a spese delle radici e delle tradizioni, di dare libero sfogo alle “libertà individuali”. Ma è tristemente evidente che oggi la libertà individuale è il libertinaggio di Pochi di soggiogare i molti. Di fonte a questo spettacolo, è bene osservare gli equilibri della sceneggiatura e capire le maschere dietro la farsa.
Infatti, la società dello spettacolo è vissuta, da una parte, come commedia per i Pochi che di fatto stabiliscono le regole del gioco e, dall’altra, diventa una tragedia per i molti che le subiscono.
Il giogo è sottile, quasi non ce ne accorgiamo. Per esempio, nell’ambito delle importantissime conquiste civili e dei diritti umani alla base della cultura Occidentale, le politiche gender, i diritti LGBTIQ+, le nuove sensibilità green rischiano piuttosto di essere libertà imposte (approccio top-down) e non libertà genuinamente interiorizzate dalle coscienze degli individui. Sembra assistere piuttosto a un processo ipnotico affinché si apprendano valori morali utili certamente alla convivenza degli individui, ma non si educa l’individuo affinché ciò che si presume essere libertà sia effettivamente una libertà di scelta introiettata e indipendentemente riconosciuta come realizzazione etica.
In questa che sembra una farsa, la libertà di fare ciò che si vuole quando si vuole non è vera libertà. La libertà di mangiare un chilo di dolci, fumare due pacchetti al giorno, assumere droghe, bere, ascoltare la musica ad alto volume… questa non è libertà, è schiavitù, è incapacità di dominarsi. L’autentica libertà è disciplina. Prima di quel momento si è un pinocchietto nelle mani della società, la quale decide ciò che devi “desiderare liberamente”. Il risultato è che sei libero di fare qualunque cosa, ma non sei libero di essere libero. La libertà senza disciplina è in realtà nichilismo. I più associano al termine ‘disciplina’ un significato di costrizione, quando invece la disciplina di sé rappresenta il portale verso la liberazione da ogni condizionamento sociale. Il fatto che nella società dello spettacolo si chiami libertà la schiavitù, e viceversa, diventa tragicamente esilarante. Come puoi sperare di avere dominio sulla propria vita se non si è in grado di disciplinare le emozioni e i pensieri? La libertà non è libertà di fare, ma libertà dal fare.
La conseguenza di questo scenario è che l’Europa delle conquiste civili non è più certamente riconoscibile e non è neanche in grado di proporre una strategia di politica estera indipendente, una prospettiva culturale moderna che, tenendo conto di millenni di storia, possa elevarsi a valido modello di civiltà democratica. Nel sonno della mente, si preferisce abdicare delegando agli americani. L’ex presidente Obama non ha quindi mancato di proclamare la validità universale di quelli che ha definito, parlando a nome di tutto il mondo occidentale, “i nostri ideali”. “Gli ideali che ci uniscono – ha detto – hanno la stessa importanza per i giovani di Boston e di Bruxelles, di Giacarta e di Nairobi, di Cracovia e di Kiev”. E parlando di Kiev ha dichiarato che “è proprio questo in gioco in Ucraina oggi”: l’imposizione degli interessi geopolitici atlantici della visione ideologica occidentale.
È vero che la radice della guerra fredda – intesa non come “un segmento della storia ma [come] una flessione permanente della geopolitica contemporanea” – è geopolitica prima che ideologica. Come afferma in modo realistico l’editoriale di una rivista occidentalista, “per l’America, questo è l’unico modo per garantirsi contro l’emergere di una potenza rivale in Eurasia. Non importa se comunista, buddista o di dieta vegana”.
D’altro canto, l’argomentazione secondo cui la Russia è una civiltà separata, un “mondo-Stato”, rappresenta una premessa su cui potremmo basare le nostre previsioni sullo sviluppo (molto futuro) delle relazioni tra Russia e Occidente.
Il ruolo dell’America nell’Europa democratica è enorme. Come è noto, la prima comunità la CECA nasce il 18 aprile del ’51 con lo scopo di mettere in comune, tra i Paesi della piccola Europa, le risorse minerarie e di consentire la partecipazione diretta dei tedeschi occidentali alla gestione della propria industria pesante. La soluzione per dar vita alla Repubblica Federale di Germania con gli accordi di Washington dell’8 aprile del ’49 si potrebbe definire una soluzione già mista europea e atlantica e certamente anti-sovietica. Con l’accordo di Washington si faceva fronte al problema che costituiva la gestione del condominio della Commissione Alleata di Controllo (di cui l’URSS faceva parte) con sede a Petersberg in Germania e si faceva accettare da parte sovietica la spiacevole realtà che la Repubblica democratica tedesca dovesse costituirsi con l’inconveniente d’avere nel suo interno l’enclave di Berlino Ovest. Al che, occidentali e sovietici cominciarono ad offrirsi reciprocamente piani per una riunificazione della Germania, ma a condizioni inaccettabili portarono l’inevitabile conclusione pratica che la Germania doveva restare divisa.
L’Europa nasce quindi già decapitata di una sua forza decisiva e identitaria integrata con la cultura orientale. In questa prospettiva, le istituzioni dell’Unione Europea collaborano attivamente alla realizzazione del progetto di conquista elaborato dagli strateghi americani e dalle grandi corporazioni transatlantiche da lungo tempo, secondo cui l’Europa deve fungere da “testa di ponte democratica” degli Stati Uniti in Eurasia. Scrive infatti Zbigniew Brzezinski: L’Europa è la testa di ponte geopolitica essenziale dell’America in Eurasia.
Per perseguire la prospettiva politico-culturale e geopolitica di un partenariato strategico tra il continente europeo e quello asiatico alternativo alla supremazia americana, prospettiva che presupponeva una certa idea di Europa militarmente indipendente dagli Stati Uniti, l’Unione Europea e le cancellerie europee hanno scelto la via più rapida e seducente per collaborare con Washington nel tentativo ormai completamente fallito di ristrutturare il Nord Africa e il Medio Oriente secondo i progetti degli Stati Uniti e si sono allineate con il Dipartimento di Stato americano nel sostenere la guerra in Ucraina senza se e senza ma, per evitare che questo Paese resti nell’Unione doganale eurasiatica e per trasformarlo eventualmente in un avamposto della NATO contro ciò che non è conforme ai (nostri) paradigmi: la Russia.
L’Occidente è troppo convinto della propria superiorità intellettuale, culturale politica. Siamo troppo ansiosi di presumere che i valori che consideriamo caratteristici delle nostre democrazie siano, o debbano essere applicabili globalmente, se non universalmente, anche agli altri Paesi e abitanti del pianeta.
Ma come percepiscono il paradigma della libertà Occidentali i Paesi a est e a sud del mondo? Pensiamo davvero che gli altri Paesi lottino per diventare come noi occidentali?
Prendiamo ad esempio la Russia un Paese estremamente vasto e pieno di contraddizioni in cui ho vissuto per tanti anni. Per i russi la percezione dell’Occidente (e della modernità, in tutte le sue forme), in tutti i sensi della parola, da quello storico a quello ideologico, è certamente un male di cui diffidare. È un concetto negativo che risale probabilmente ai tempi in cui Elisabetta I d’Inghilterra si trovò nell’impossibilità di giungere a nozze con Ivan il Terribile. È un’antitesi hegeliana, qualcosa che deve essere respinto, sconfitto, superato, esaurito e, in una prospettiva a lungo termine, annientato. Questa visione era condivisa dagli zar russi del periodo moscovita (che in Europa vedevano “un impero di eretici”, “di papisti e luterani”), dagli slavofili (in particolare quelli più recenti), dai populisti russi, dagli eurasiatici e dai comunisti (secondo la loro specifica ideologia di classe). Partendo da questa prospettiva, le relazioni tra Russia e Occidente dovrebbero essere costruite secondo un criterio diverso. Questa posizione può essere definita radicalmente anti-occidentale, ma per alcuni la civiltà russa deve impegnarsi in una lotta finale e decisiva. Una premessa del genere porta alla totale negazione di quello sviluppo verso il quale l’Occidente e coloro che, volenti o nolenti, si sono trovati nella sua area di influenza, si stanno dirigendo.
Resta comunque il fatto che se la Russia ha una propria visione geopolitica, non avrebbe neanche una propria ideologia in contrasto con quella occidentale. Eppure, come sostiene Aleksandr Dugin, “la Russia, intesa come civiltà, non può ma deve avere i suoi valori, diversi da quelli delle altre civiltà”. Oggi la necessità di fare riferimento ai principi guida della propria civiltà non è solo della Russia, ma di tutte le aree in cui consiste il continente eurasiatico, e quindi di tutte quelle forze che condividono la prospettiva di un’Eurasia sovrana. Gábor Vona ha espresso chiaramente questa esigenza: “Potrebbe non bastare – dice il politico ungherese – una semplice alternativa geografica e geopolitica, ma sentiamo il bisogno di un eurasiatismo spirituale”. Se non riusciamo a fissarla, allora la nostra visione rimane solo una diversa concezione politica, economica, amministrativa o militare che può rappresentare una diversità strutturale, ma non una rottura a livello qualitativo di fronte alla globalizzazione dell’Occidente. Ci sarà un polo politico opposto, ma non una superiorità qualitativa. Questo è successo con la crisi Ucraina, per esempio, e questo scenario non sarà certo in grado di contrastare il processo storico di diffusione dell’anti-tradizione. Per noi europei proprio questo sarebbe essenziale e dal nostro reale punto di vista, è inconcepibile un confronto in cui una globalizzazione si contrappone a un’altra globalizzazione.
Ma andiamo più addentro. Le nozioni occidentali di libertà individuale appaiono spesso ai pensatori russi più simili a disubbidienza adolescenziale, egoismo e ad arbitrio che a genuina libertà. Il rapporto tra libertà e disciplina sono quindi il grande discrimine tra Oriente e Occidente, ma anche tra Nord e Sud. Nella dottrina cristiana la questione è cruciale. Il libero arbitrio, libertà del volere orizzontale, della dottrina cattolica non si trova nei riformati, ad esempio in Lutero che lo esclude favorendo la predestinazione, e per gli ortodossi la sinergia è l’esercizio del nostro libero arbitrio di accettare il dono della grazia di Dio. La predestinazione è molto radicata nelle fedi animiste africane. Molto più complessa è la relazione tra “libero arbitrio” e Karma nel buddismo.
Per il pensiero filosofico russo, l’individuo si completa, diviene intero e trova la vera libertà unicamente diventando parte di una totalità superiore. Il coro possente prevale nel pensiero e nell’azione, più spesso di un individuo come l’eroe americano solitario e indipendente di Thoreau, che «marcia al ritmo di un tamburo diverso». Come è noto nel pensiero culturale russo, si rileva disinteresse alle posizioni di compromesso e alle soluzioni parziali. Quasi sempre i russi insistono invece sull’applicabilità universale di una idea determinata, sulla globalità di un determinato progetto, sulla interezza cosmica in cui la natura interiore si unifica con la natura esteriore.
Per questo motivo la caratteristica rilevante del pensiero russo è la sua mentalità totalitaria, la sua tendenza alle soluzioni totali universali. Tranne eccezioni quali Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo e molte opere di Berdjaev, i pensatori russi di qualsivoglia orientamento, filoccidentale o slavofilo, liberale o conservatori tendono a porre il bene della comunità al di sopra della libertà individuale di intraprendere autonomamente il proprio percorso.
Dallo scambio di lettere filosofiche di Ivan IV il Terribile con il suo amico e suddito rinnegato, il principe Ivan Kurbskij, alle tormentate meditazioni, Caadaev sulla missione della Russia, alla discussione fra slavofili e occidentali su quale direzione la Russia avrebbe dovuto seguire, la dialettica fra libertà e sottomissione in Dostoevskij, alla ricerca di una verità secondo cui vivere, in Tolstoj, fino alle lettere filosofiche indirizzate da Solzenicyn ai “governanti della Russia”, il fulcro non è mai stato quello della natura teoretica di questo o quel concetto, bensì sempre quello delle azioni richieste da questo o quell’ideale, dunque nella natura della realtà, bensì le conseguenze di ogni determinata atto che cambia lo stato della realtà. Nella tradizione russa non è sufficiente chiedersi “cosa è vero”: occorre proseguire interrogandosi su “come agire in proposito”. Dunque è da lungo tempo insita nella filosofia russa e nel cosmismo russo, riguardo alla visione della scienza di Nikolai Fédorov, una tendenza a considerare ogni -logia (“discorso”, “studio”) come opportunità per una -urgia (“opera”, “lavoro”), e ogni discussione sul “cosa è” è un invito a riflettere su “come realizzare ciò che dovrebbe essere”. Si noti l’insistenza sul non limitarsi a osservare e a definire il mondo, bensì a trasformarlo radicalmente, è un ulteriore esempio delle tendenze taumaturgiche dell’avanguardia russa, di una filosofia della storia escatologia che connette paradossalmente l’avanguardia e la cultura russa. Del resto, i russi avevano ben chiaro che nessun concetto filosofico contempli tutti i dati del fenomeno. Il puro esercizio intellettuale è limitato di per sé e non può avere la padronanza assoluta del territorio del Sacro.
Come scrive P. Raffone in un suo articolo recente, mentre Fédorov sosteneva che l’evoluzione non poteva prescindere dal simultaneo cambiamento delle relazioni umane sia spaziali sia temporali, il socialismo sovietico, come anche la cristianità ortodossa, scelse di riordinare quelle relazioni allineandole solo con il tempo, imponendo l’immediatezza della realizzazione del “Paradiso sulla terra” in una sorta di pelagianesimo materialista. Ciò spiega la famosa frase di Lenin alla firma del Trattato Brest- Litovsk cedendo l’Ucraina alla Germania: “Voglio concedere spazio… per guadagnare tempo”. Mentre lo spazio era solo un mezzo per un obiettivo, anticipare il tempo era necessario per recuperare il ritardo storico e sociale russo. Questa scelta ribaltava la concezione geopolitica europea dello “spazio sul tempo”. Inversioni spazio-temporali che ancora oggi pesano nelle relazioni tra la Russia e l’Occidente. Nell’attuale strategia della guerra russa in Ucraina la relazione spazio-tempo sembra essere stata nuovamente ribaltata con “il tempo” che fa guadagnare “lo spazio” vitale alla Russia. A conferma di ciò, ricordiamo il discorso di Vladimir Putin del 21 febbraio 2022 nel quale critico esplicitamente la scelta di concedere spazio: “la creazione dell’Ucraina fu una decisione bolscevica”. Anche la strategia occidentale di sostegno all’Ucraina inizialmente incentrata sullo “spazio” – intangibilità delle frontiere – sembra adesso imperniata sul “tempo” – forniture di armamenti, ad esempio i carri armati, che arriveranno (forse) tra molti mesi – sperando in un’evoluzione “politica” del conflitto. Sembra proprio che Fédorov avesse ragione.
Il tempo è una declinazione dello spazio e se pensiamo allo sterminato spazio territoriale russo, la questione che tocca principalmente il pensiero filosofico ed esoterico russo che senza dubbio meriterebbe di essere ampiamente affrontato in futuro, anche se finora lo è stato soltanto nell’ambito della letteratura, è ancora una volta, quello del controllo e superamento del concetto di tempo come esorcizzazione della morte. Il tempo infatti non è altro che mutamento e movimento i quali sono funzioni della molteplicità (mnozhestvo) nel senso che, nel cambiare, una cosa diventa un’altra cosa e un’unità diventa una serie: la chiave per sottomettere il tempo risiede dunque nella nostra capacità di governare cose multiple. Se vediamo quindi in termini di storia e società, governare la molteplicità significa riconoscere l’importanza potenziale della collettività umana e cercare metodi per organizzarla e per estenderla, in modo tale da conseguire scopi razionali a beneficio dell’umanità punto per agire efficacemente, il soggetto e l’oggetto colui che dirige e colui che è diretto, debbono essere molteplici. Dunque chi efficacemente dirige l’umanità e la collettività non è l’individuo isolato.
L’autentica libertà, secondo la cultura russa, è quindi legata alla cognizione del tempo. Nel film di fantascienza TENET (nel titolo si richiama il palindromo del SATOR magico e la N è capovolta), il regista C. Nolan rappresenta bene questo concetto mostrandoci che il controllo del tempo non sia altro che un inversione del processo percettivo della realtà (non a caso l’antagonista è un oligarca russo). Nell’immaginazione del regista britannico, le infinite potenziali trasformazioni della realtà apparente, sono possibili attraverso una retroversione: “materializzare lo spirito per spiritualizzare la materia”. Nolan ci svela quindi un principio alchemico figlio della tradizione esoterica occidentale dove, se si inverte l’attenzione, l’espressione della volontà autentica, e quindi non-egoica, può avere effetti sul destino (in spagnolo il destino è la meta). Re-indirizzata fuori dalle forme illusive, la nostra attenzione può “iniziare” un processo di riassorbimento di tutte le forme inferiori della manifestazione. Infatti, lasciata a se stessa questa brama incoercibile ci incatena, ma rivolta verso l’alto questa forza si riunisce all’assoluto. Una con-versione, che ci suggerisce di non cercare la libertà all’esterno da noi.
Nel mito della caverna di Platone, chi si ri-volta all’incantesimo psichico, vede al di là delle ombre rappresentate oggi da chi gestisce lo spettacolo/farsa e dai media, per esempio, che producono la narrativa che crea ansia, paura e competizione egoica per non far coalizzare gli uomini contro chi detiene il potere.
Potremmo domandarci se c’è forse oggi in Occidente il rifiuto di indagare più in profondità l’autentica libertà. Quella libertà che rendi liberi che è per l’Oriente l’intenzione che si allinea al senso comune, ad una volontà coerente col tutto che si antepone all’individualismo, al materialismo e al nichilismo presente maggiormente in Europa.
In definitiva, nell’ambito della tradizione esoterica il divario fra coscienza essoteriche conoscenza esoterica potrebbe essere oggi una valida materia di approfondimento. È chiaro che di fatto, la filosofia occidentale, da sola, non è stata in grado di comprendere a fondo il bisogno di trascendenza e oggi lo scenario proposto dalla società dello spettacolo lo sostituisce con una ricostruzione materiale dell’illusione religiosa. Se si osservano gli equilibri, lo spettacolo non è altro che un perenne gioco delle parti, una farsa che caratterizza questo mondo, il tentativo di svuotamento dell’intento umano ridotto a mero spettatore è la realizzazione tecnica dell’esilio dei poteri umani, una scissione voluta e compiuta all’interno non dell’individuo ma dell’intero progetto umano.
Ma la consapevolezza che anche gli uomini più avvertiti non possiedono la minima contezza di quale sia la posta in gioco oggi è avvilente e l’Europa sembra esprimere la sua ombra nel volersi annientare. Piuttosto che esprimere i valori della ‘convivenza nelle diversità’ e stabilire un dialogo di pace con le altre grandi potenze continentali, sembra ciecamente impegnata a rafforzare la propria posizione nell’angolo dell’area occidentale e a perpetuare il proprio vassallaggio nei confronti del piano nordamericano il cui vero intento è quello di preservare semplicemente il proprio potere economico in un mondo unipolare.
Chissà se noi europei saremo in grado di emanciparsi dall’incantesimo psichico e liberarsi dal materialismo nichilista? Le posizioni assunte dall’avanguardia e cultura russa o dalle sapienze orientali potrebbero invece stimolarci a una maggiore comprensione e riesaminare alcuni dei nostri presupposti, e forse possono persino anticipare le posizioni che noi stessi, con nostra sorpresa, potremmo decidere di considerare seriamente in futuro. Per esempio, se la degradazione dell’ambiente, l’instabilità economica, la minaccia terrorista, o qualche altro problema, dovessero mai condurre a una crisi prolungata, è concepibile che nasca l’esigenza di una forma di governo per intraprendere azioni politiche necessarie, seppure impopolari, di cui le istituzioni Occidentali (cosiddette democratiche) discutono spesso senza mai applicarle come nel caso del principio del non uso della forza nelle risoluzione delle crisi internazionali (si veda Serbia, Iraq e Afghanistan). Nostro malgrado, il modello liberal-democratico Occidentale per futuri governi mondiali sta diventando meno centrale e attraente di quanto appaia oggi.





