
In questi giorni è stato pubblicata l’ultima fatica di Daniele Capezzone, “BASTA CON ‘STO FASCISMO”, Edizioni Piemme.
Lo stesso autore presenta la sua opera, avvertendo che:
“È per distacco il lavoro più importante a cui mi sia dedicato in tutti questi anni.
C’è tutto quello che oggi mi importa e mi inquieta di più:
-la fascistizzazione perenne orchestrata dalla sinistra
-la libertà di parola in pericolo
-le nuove forme di censura
-l’ondata woke ancora sottovalutata
-le mie due proposte per contrastare questa deriva
-una riflessione su cosa dovrebbe fare la destra politica e culturale.
E’ un libro che farà molto discutere. Mi aspetto attacchi di tutti i tipi. Vi prego di leggerlo, farlo leggere, e, se per caso vi piacerà, di combattere insieme”.
Certamente siamo di fronte ad un lavoro da leggere, che merita attenzione e rispetto, soprattutto se si vuole superare, almeno in prospettiva, un sistema che nei fatti è ancora ben distante da una democrazia compiuta.
Il libro oltre che ad offrire stimoli di per sé interessanti, lo è ancor più se si considera che, nella realtà fattuale, si parla di fascismo in assenza di fascismo, mentre paradossalmente non si parla di comunismo in presenza di comunismo, per di più occulto.
L’opera vuole evidenziare come Il fascismo sia la vera e propria ossessione della sinistra. Non ci sono una sola campagna elettorale né un solo momento di dibattito pubblico che restino esenti da questo logoro evergreen. Ogni episodio, non importa se vero, verosimile, presunto, inventato, che possa essere funzionale a infilare a forza una metaforica camicia nera alla destra è immediatamente esaltato e ingigantito a sinistra.
Ma quando invece (è accaduto proprio a Capezzone all’università La Sapienza di Roma) sono i collettivi di sinistra a tentare di conculcare con la violenza la libertà di parola altrui, allora scatta il riflesso di minimizzare-attenuare-smorzare.
Ogni giorno siamo costretti a liti sul passato, su quel fardello che ci portiamo appresso dalla nascita della Repubblica e non ci accorgiamo di quanto sia pervasiva e pericolosa l’agenda progressista, quella che negli Stati Uniti chiamano woke, con le sue insidie di conformismo, omogeneizzazione, rifiuto della differenza – per paradosso – proprio da parte di chi ama alzare retoricamente la bandiera delle diversità.
Quello di Daniele Capezzone è un liberty speech sfrontato, che chiama in causa in modo esplicito gli avversari della sua visione e pure gli amici e gli alleati troppo timidi, o disorientati, o confusi sul senso stesso della battaglia da ingaggiare. È a suo modo un piccolo manifesto liberale e libertario, che non mancherà di suscitare polemiche e aspre reazioni.





