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Contrordine compagni: il woke era una cagata pazzesca

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woke in USA e in Italia

In USA Ocasio-Cortez lo definisce una follia, in Italia Conte ne riconosce a suo modo gli eccessi, mentre Schlein lo incarna a perfezione

Oggi la sinistra vorrebbe recitare la parte di Fantozzi.

Peccato che per anni sia stata quella che la Corazzata Potëmkin la imponeva. E chi non era d’accordo era un fascista.

Ora che perfino la sacerdotessa più accesa del culto, Alexandria Ocasio-Cortez, ha liquidato il woke come una follia, sono tutti in fila per lapidarlo.

Troppo comodo. E, soprattutto, troppo tardi. Perché, nel frattempo, è cresciuta una generazione intera dentro quella dottrina.

Ragazzi che hanno attraversato scuole, università, televisioni e cinema ricevendo ovunque la stessa identica lezione: sei colpevole.

Colpevole di nascita, perché bianco e occidentale.
Colpevole per la storia dei tuoi nonni, per le fiabe della tua infanzia, per le parole della tua lingua.

Una generazione addestrata, anzi addomesticata col lavaggio del cervello, a vedere discriminazioni ovunque: nei libri, nei silenzi, perfino nella forma delle nuvole.

Ragazzi che hanno imparato la regola aurea del sistema: più ti senti vittima, più hai potere. Più ti dichiari offeso, più gli altri devono tacere.

E, soprattutto, il dogma supremo: l’autopercezione. Io sono ciò che sento di essere e tu hai l’obbligo di crederci.

Se mi sento donna, lo Stato certifica. Se mi sento gatto, esistono e si chiamano therian, il mondo deve adeguarsi. A quattro zampe.

La realtà non è più un fatto da accertare, è un’offesa da correggere. E chi lo fa notare non è fuori dal coro, è il nemico da espellere. In nome dell’inclusione, naturalmente.

In questo mondo sono cresciuti. Ecco perché non sono cattivi, questi giovani. Sono stati derubati.

Derubati delle favole, degli eroi, della fierezza, perfino delle parole. Confusi, insicuri, storditi. Convinti che l’insicurezza sia una virtù e la vergogna di sé un titolo di merito.

Esagerazioni? Guardiamo il calendario, non l’archivio.

Il 3 e 4 ottobre, a Riccione, il congresso nazionale dell’Associazione italiana di ostetricia dedica un panel dal titolo “Se a partorire non è una madre”, su gravidanza, parto e allattamento “nella comunità trans”.

In cattedra, accanto a un’ostetrica, un attivista e un avvocato di associazioni militanti. Non è il convegno di un collettivo: è formazione sanitaria accreditata. Vale 10,5 crediti ECM.

Nell’unico mestiere al mondo che esiste per le madri. Congresso esaurito in pochi giorni.

Un caso isolato?

Se gli adulti sono il presente, i bambini sono il cantiere. A giugno la Società Italiana di Pediatria, la società scientifica dei medici dei nostri figli, ha pubblicato una guida per gli ambulatori.

All’interno viene presentata come caso esemplare la transizione sociale di un bambino di tre anni: Alan che diventa Anna, col pediatra che sostiene la carriera alias all’ingresso delle elementari.

Tre anni. È dovuta intervenire la Garante per l’infanzia per ricordare ai pediatri che “è impensabile una transizione sociale a tre anni” e che otto volte su dieci quelle incertezze si risolvono da sole, crescendo.

Perfino l’Istituto Superiore di Sanità ha preso le distanze.

Il cinema fa la sua parte.

“Unicorni” racconta di un bambino di nove anni che vuole vestirsi da femmina. Girato con la collaborazione degli attivisti di un’associazione gender e finanziato con denaro pubblico, ha aperto il festival di Giffoni. Quello dedicato ai ragazzi.

Al botteghino è stato un fiasco; poco male. È già nei cataloghi dei film per le scuole.

E quanto è penetrata l’ideologia nelle aule?

Al punto che nel 2026 il Parlamento ha dovuto approvare una legge per escludere i temi della sessualità e dell’identità di genere dall’asilo e dalle elementari.

Riflettiamo: non si scrive una legge contro ciò che non esiste. Si legifera contro ciò che dilaga.

Ma non finisce qui. A Bologna il Comune ha aperto un ambulatorio per “persone con capacità gestante”, perché la parola donna evidentemente offende qualcuno.

Non bastava. Lo stesso Comune ha prodotto un manuale di 59 pagine per vietare ai dipendenti la parola “fratellanza”, sostituita da “solidarietà umana” e imporre lo schwa. Quello scarabocchio per gli aggettivi che devono essere senza sesso.

All’Università di Bari è vietato dire “buongiorno a tutti”, non è inclusivo. In 322 scuole italiane vige la carriera alias ed è servita una circolare ministeriale per difendere la grammatica italiana dagli asterischi.

E l’immaginario? Qui non si parla più di fiction, si riscrive la storia.

Anna Bolena, regina d’Inghilterra, ritratta e documentata dalle fonti del suo tempo, interpretata da un’attrice nera in una serie TV. Cleopatra nera in un documentario Netflix, documentario non romanzo, con la regista che ha rivendicato: “un atto politico”.

Il governo egiziano ha protestato ufficialmente. Perché ogni cultura ha diritto alla propria storia. Tranne la nostra.

E qui sta il pericolo vero per una generazione che non studia e non legge, lo schermo è l’unico libro di storia. Quello che vede è quello che crede.

Fra vent’anni milioni di ragazzi “sapranno” cose mai accadute e chi li correggerà passerà per fascista.

La Disney ha completato l’opera. Biancaneve, quella “bianca come la neve”, affidata a un’attrice colombiana che definisce il principe “uno stalker” e il bacio del risveglio un atto non consensuale.

I sette nani cancellati, sostituiti da creature digitali. Per includere gli attori nani, li hanno resi disoccupati.

E dopo la storia e le fiabe, gli eroi.

Nell’Odissea di Nolan, Ulisse, l’astuto per antonomasia, l’uomo che ingannò Troia e beffò Polifemo, è diventato un reduce piagnucoloso.

Lacrima, dubita, si pente. Tagliata perfino la scena di “Nessuno”, la più celebre dimostrazione di ingegno della letteratura mondiale.

Tremila anni di furbizia mediterranea rieducati in tre ore di piagnisteo. Con la chicca che Elena, dalle omeriche bianche braccia, è interpretata da un’attrice nera. Alè!

In casa nostra la Rai ha completato la cura con Sandokan.

Il protagonista ha spiegato che la Tigre della Malesia non è un maschio alfa, ma un “maschio sigma”, con dentro “l’inclusività e l’abbraccio delle diversità”.

Salgari lo scrisse fiero, energico, maschio. Ce lo hanno restituito fragile e inclusivo. La produzione ha rivendicato: “Viva la cultura woke, con buona pace di Salgari”.

E mentre la corazzata affonda, arrivano lesti i pentiti nostrani.

Giuseppe Conte ha scritto a Repubblica di aver “toccato con mano” gli eccessi del woke. Un amico di Boston, ha raccontato, gli intimò di togliere dalla libreria una statuetta di donna nuda perché offensiva. Commovente.

Ma dov’era Giuseppi quando il suo Movimento votava e sponsorizzava ogni battaglia identitaria?

Dov’era quando in TV si pontificava sui generi infiniti e si spiegava agli italiani, con aria da cattedra, che anche gli uomini hanno il ciclo?

Una parola, una sola, dall’avvocato del popolo? Mai. Zitto e allineato.

Si è svegliato il giorno dopo Ocasio-Cortez, non un minuto prima. Quando la casa madre americana cambia linea, la filiale italiana si adegua.

Sempre col fuso orario di New York, Renzi ha rivendicato al volo di averlo detto prima. Qualche battuta in effetti l’aveva fatta.

Sottovoce, di sfuggita, una volta l’anno, senza mai trasformare una battuta in una battaglia, restando placidamente alleato di chi quell’ideologia la imponeva.

Il coraggio a costo zero non si chiama coraggio, si chiama posizionamento. Meglio ancora, paraculata.

E la segretaria del PD? Silenzio. Schlein non può lapidare il woke per la semplice ragione che ne è l’incarnazione. L’unica rimasta sull’attenti davanti alla corazzata, mentre perfino l’equipaggio scende a terra.

Si può ritirare uno slogan con un’intervista. Non si ritira una generazione.

I generali hanno cambiato bandiera. L’esercito che hanno addestrato continua a marciare nelle scuole, nelle redazioni, nei ministeri e nelle istituzioni. Perfino nei congressi accreditati dallo Stato.

Il woke non è morto, ha solo smesso di fare rumore. E le ideologie silenziose sono le più pericolose, perché lavorano mentre gli altri festeggiano. Loro brindano al pentimento dei capi.

Noi cominciamo la bonifica.

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