Chi oggi lo piange da sinistra è precisamente l’ascoltatore che lui rifiutava
Guccini, chi lo canta oggi non ha titolo per piangerlo. Francesco apparteneva a un mondo che sbagliava quasi tutte le risposte e prendeva sul serio ogni domanda.
Quel mondo era già morto molto prima di lui, che si è spento a Pavana a ottantasei anni. La sinistra che oggi lo rivendica ha perso le domande e ha tenuto solo la posa.
Per questo il commiato più onesto non è un fiore sulla bara. È un conto aperto.
Le canzoni non si leggono qui come musica. Si leggono come date. Ogni titolo è una finestra sull’Italia che le cantava, non sul disco che le conteneva.
E l’Italia che cantava Guccini raccontava di sé cose che oggi nessuno vuole più sentire.
1964. Un uomo di 24 anni scrive Auschwitz. Il bambino nel vento, il fumo che sale, il male assoluto nominato senza una sola equivalenza, senza un solo distinguo.
C’era una sinistra che sapeva ancora dire dove stava il carnefice e dove la vittima. Non le confondeva, non le scambiava, non le metteva in fila dentro un catalogo di oppressioni intercambiabili.
Sapeva che alcune vittime non hanno controparte. Quel bambino nel vento è la stele contro cui va misurato tutto il resto. Tenetela a mente fino alla fine.
1965. Dio è morto. La RAI la censura, Radio Vaticana la manda in onda. Un Paese che si racconta laico e progressista adotta come inno un uomo che con il cielo non aveva chiuso.
Aveva aperto un contenzioso. Guccini litigava con Dio senza smettere di cercarlo e questo lo rendeva l’esatto contrario del militante.
Era un lessicografo da osteria, un uomo di dizionari e di vino, cattolico nel dubbio. La bandiera comunista gliela cucirono addosso gli altri. Non votò mai quel partito, votava socialista.
1972. La locomotiva. Il macchinista anarchico lanciato contro il potere diventa catechismo di piazza. Ma fuori dalle osterie, in quegli stessi anni, la rivolta smette di essere metafora.
Comincia il decennio del piombo. E una parte della sinistra intellettuale coltiva l’ambiguità che ammazza, i compagni che sbagliano, il né con lo Stato né con le Brigate.
La canzone che esalta il treno scagliato contro il sistema diventa, a insaputa di chi la scrive, la colonna sonora di chi confondeva il verso con il proiettile.
Guccini canta sopra tutto questo. Testimone quasi riluttante di un Paese che si stava armando mentre credeva di cantare.
24 gennaio 1979. Guido Rossa, operaio comunista, viene ucciso dalle Brigate Rosse per aver denunciato un fiancheggiatore dentro la sua fabbrica.
Il Partito Comunista arriva tardi alla fermezza e ci arriva sulla propria pelle. Per anni aveva coltivato l’ambiguità, la comprensione per i compagni che sbagliano, il brodo in cui il brigatismo nasceva e reclutava.
Quando prova a correggere scopre che un “Contrordine compagni” non cancella in un attimo il vento che hai seminato.
Guido Rossa è il conto. E arriva a fermarli solo quando il morto è uno dei loro, un operaio, non un servitore dello Stato qualunque.
Lo stesso mondo che aveva avallato i carri armati a Budapest nel 1956. La coscienza morale a intermittenza, la fermezza a scelta. Il male si condanna quando colpisce i nostri, si comprende quando colpisce gli altri.
Guccini attraversa questa ipocrisia senza esserne complice, ma la sua musica ne è la colonna sonora involontaria.
1976. L’avvelenata. Ed è qui che l’uomo si separa dai suoi cantori. Guccini si rivolta contro il proprio pubblico, contro i militanti che pretendevano da lui purezza ideologica e messaggi a comando.
Il gesto più libero della sua carriera è mandare a quel paese chi lo voleva bandiera. Chi oggi lo piange da sinistra è precisamente l’ascoltatore che lui rifiutava. Il fan che voleva il poeta al servizio della causa, non la causa al servizio della verità.
E arriviamo a noi. 2026.
Guccini scriveva Auschwitz, non la fluidità. Cantava l’anarchico, non i diritti del clandestino. Nominava il male assoluto, non lo diluiva in cento oppressioni da hashtag.
Era un maschio, italiano fino al midollo, che scriveva in una lingua ricca e non nel dialetto povero dell’inclusività. Per gli standard del progressismo di oggi sarebbe un reazionario. Un nemico da cancellare.
Perché la sinistra che ha fatto del bambino nel vento un inno generazionale oggi riempie le piazze senza più saper dire da che parte stia il male.
Tra antagonisti e pro-Pal la violenza è tornata nelle strade. Le stesse vetrine spaccate, gli stessi cortei contro un nemico astratto, la stessa incapacità di condannare chi colpisce per primo.
Chi cantava contro il fumo di Auschwitz oggi sfila con chi grida contro Israele e non trova una parola per gli ostaggi.
Il bambino nel vento del 1964 e i cassonetti in fiamma del 2026 sono la stessa canzone. Cantata da chi ne ha dimenticato le parole.
La locomotiva lanciata contro il potere merita un’ultima domanda.
Quell’anarchico, oggi, da che parte starebbe?
La sinistra erede di Guccini è diventata lo Stato, l’apparato, la centrale che distribuisce cattedre, redazioni e fondi. Il ribelle di ieri è il palazzo di oggi.
Chi cantava la rivolta contro il sistema adesso il sistema lo abita e lo difende.
L’anarchico è diventato funzionario. E il funzionario, quando la piazza torna a bruciare, gira la testa dall’altra parte.
La storia insegna una cosa sola e la insegna sempre invano. Si ripete.
Si ripete perché quella parte politica non ha mai voluto imparare la lezione la prima volta. Ha cantato Auschwitz per sessant’anni e non ha capito Auschwitz.
Ha esaltato la rivolta e non ha visto il piombo. Ha pianto Guido Rossa e ha continuato a comprendere chi lo aveva ucciso.
Francesco Guccini è morto. La sua colonna sonora resta.
Ma serve solo a ricordarci una cosa che lui, a modo suo, aveva capito e i suoi cantori no.
Chi non sa più nominare il male finisce per cantare dalla parte sbagliata.
E la storia, quella lezione, la ripete finché non fa di nuovo male sul serio.
Foto dell’Archivio di Stato. Funerale a Roma del segretario del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti 25 agosto 1964





