Verso la riduzione progressiva del monopolio funzionale dello Stretto di Hormuz
La vera conseguenza della crisi di Hormuz potrebbe non essere la chiusura dello Stretto, ma ciò che sta accadendo mentre tutti cercano di riaprirlo.
La diplomazia tenta di costruire un’intesa temporanea tra Stati Uniti, Iran e Oman per consentire la ripresa della navigazione e mentre rimangono aperti i nodi dello sminamento, della sicurezza delle rotte e dei costi di transito, il Golfo ha cominciato a prepararsi a un futuro nel quale Hormuz non potrà più essere considerato l’unica porta attraverso cui passa la propria potenza energetica.
È questo il dato strategicamente nuovo.
La crisi sta modificando non soltanto le rotte delle petroliere, ma il modo stesso in cui gli Stati del Golfo concepiscono la sicurezza delle proprie esportazioni.
Abu Dhabi, attraverso ADNOC, la Abu Dhabi National Oil Company, sta investendo 1,3 miliardi di dollari nell’acquisizione di undici grandi navi, sei per il trasporto del greggio e cinque per il gas.
La scelta arriva dopo una serie di attacchi che hanno coinvolto quindici navi della compagnia e mentre ADNOC continua ad ampliare la propria capacità di trasporto marittimo.
Non è dunque soltanto un investimento nella flotta, è un investimento nella capacità di controllare direttamente una parte della catena logistica dalla quale dipende la trasformazione della risorsa energetica in potere economico.
Proviamo a uscire dalla notizia/cronaca di Hormuz.
Per decenni il modello energetico del Golfo si è fondato su una straordinaria concentrazione geografica con grandi riserve di petrolio e gas, terminali di esportazione collocati nel Golfo Persico e una via marittima obbligata attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Oceano Indiano e quindi verso i mercati asiatici ed europei.
Era un sistema estremamente efficiente proprio perché concentrato, ma la concentrazione, in geopolitica, può diventare anche vulnerabilità.
Hormuz è un collo di bottiglia, cioè un punto di passaggio obbligato nel quale una perturbazione locale può produrre conseguenze molto più grandi della sua dimensione geografica.
Lo Stretto non è semplicemente una fascia d’acqua tra la penisola arabica e l’Iran, è una cerniera del sistema energetico mondiale. È per questo che ogni minaccia alla navigazione produce effetti sui noli marittimi, sui premi assicurativi, sui prezzi dell’energia, sui tempi di consegna e sulle decisioni industriali molto lontano dal Golfo.
La novità, se così si può chiamare, è che gli Stati della regione stanno iniziando a comportarsi come se avessero compreso che la sicurezza energetica non può più essere affidata esclusivamente alla protezione militare di tutti i checkpoint, perché la risposta sta diventando infrastrutturale.
Abu Dhabi rappresenta il caso più evidente. Accanto all’espansione della flotta di ADNOC, gli Emirati Arabi Uniti stanno sviluppando le infrastrutture di Fujairah, sul Golfo di Oman, al di fuori del Golfo Persico.
Qui arriva la pipeline Habshan-Fujairah, che consente di trasferire il greggio verso la costa dell’Oceano Indiano, evitando il passaggio obbligato attraverso Hormuz. Una seconda infrastruttura è destinata ad aumentare ulteriormente questa capacità.
Il significato strategico è enorme. Una pipeline non è soltanto un tubo che trasporta petrolio, ma una linea di sovranità. Sposta il punto nel quale si concentra il rischio.
Se il petrolio può essere portato direttamente a un porto esterno allo Stretto, la vulnerabilità non scompare, ma cambia forma. E cambia, soprattutto, la capacità di un attore esterno di interrompere l’intera catena.
Per questo oggi bisogna leggere e coniugare insieme elementi che normalmente vengono raccontati separatamente: pipeline, porti, terminali, stoccaggi, petroliere, navi per il gas naturale liquefatto e sistemi di sicurezza marittima.
È la costruzione di una rete energetica ridondante, nella quale una singola interruzione non deve più significare il blocco dell’intero sistema.
È un principio conosciuto in strategia militare e sempre più importante anche nella geopolitica delle infrastrutture: la resistenza di un sistema dipende dalla sua ridondanza.
Più vie di uscita esistono, meno un singolo punto di vulnerabilità può trasformarsi in uno strumento di coercizione.
Ed è qui che la crisi di Hormuz produce il suo paradosso più interessante. Più lo Stretto dimostra il proprio valore strategico, più gli Stati che ne dipendono hanno un incentivo a ridurne la centralità.
La riapertura di Hormuz non coinciderà necessariamente con il ritorno alla situazione precedente. Una rotta può tornare navigabile senza tornare ad essere percepita come pienamente sicura.
Gli operatori commerciali incorporano il rischio nei contratti, nelle assicurazioni, nella scelta delle navi, nei porti di destinazione e nelle infrastrutture. Una crisi può terminare militarmente molto prima di essere cancellata economicamente.
È questo il motivo per cui l’investimento di ADNOC assume un valore che va oltre il bilancio di una compagnia petrolifera.
Acquistare navi significa internalizzare una parte del rischio logistico. Significa non limitarsi a possedere la risorsa, ma cercare di controllare anche il mezzo attraverso il quale quella risorsa raggiunge il mercato e crea un cambiamento profondo.
Per molto tempo la geopolitica dell’energia è stata raccontata attraverso la domanda: chi possiede il petrolio?
Oggi, la domanda è diventata più complessa: chi possiede la risorsa, chi la trasporta, chi controlla il terminale, chi garantisce la rotta, chi assicura la nave e chi può sostituire una via di transito quando quella principale diventa vulnerabile?
Il potere energetico appartiene a chi controlla l’intera catena.
Questo spiega anche perché il problema dei pedaggi e dei diritti di transito non possa essere considerato un dettaglio amministrativo.
Se dopo la riapertura dovesse emergere un sistema nel quale la navigazione commerciale viene sottoposta a nuove autorizzazioni, controlli o costi, il problema non sarebbe semplicemente economico. Sarebbe una questione di governance dello spazio marittimo.
Chi stabilisce le condizioni di passaggio esercita, infatti, una forma di potere sul corridoio. Non necessariamente il potere assoluto di chiudere una rotta, ma quello più sottile di condizionarne l’utilizzo, aumentarne il costo e determinare il grado di sicurezza percepito dagli operatori.
L’Oman occupa in questo disegno una posizione particolare. La sua geografia lo colloca sul versante esterno dello Stretto e gli consente di rappresentare, contemporaneamente, un interlocutore diplomatico e un nodo logistico.
Il suo ruolo non deriva soltanto dalla mediazione politica, ma dalla geografia stessa: chi controlla o influenza le sponde, i porti e gli accessi al Golfo di Oman partecipa inevitabilmente alla nuova architettura della sicurezza marittima.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a rappresentare il principale garante militare della libertà di navigazione nella regione, ma anche per Washington la crisi introduce un problema nuovo.
La presenza navale può proteggere le rotte, neutralizzare minacce e contribuire alla deterrenza, ma non può cancellare la vulnerabilità geografica di uno stretto.
La forza militare può difendere un’infrastruttura; non può rendere irrilevante la sua posizione geografica.
La strategia degli Emirati assume una dimensione regionale. Fujairah non è soltanto un porto alternativo per Abu Dhabi. È parte di una geografia che collega il Golfo Persico al Mar Arabico e all’Oceano Indiano, cioè allo spazio nel quale si incontrano le principali rotte energetiche dirette verso l’Asia.
L’Asia è il punto decisivo.
La crisi di Hormuz non riguarda soltanto il rapporto tra Iran e Stati Uniti o tra Iran e monarchie del Golfo. Riguarda, soprattutto, la relazione tra il Golfo e i grandi consumatori asiatici: Cina, India, Giappone e Corea del Sud.
Sono economie nelle quali petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente hanno ancora un peso strategico e che hanno quindi tutto l’interesse a vedere diminuire la vulnerabilità di un singolo passaggio marittimo.
È questo punto che apre una nuova competizione tra corridoi.
Il Golfo di Oman, il Mar Arabico, i porti emiratini, le rotte verso l’Oceano Indiano e le infrastrutture terrestri diventano parte dello stesso problema strategico.
La questione non è più soltanto come far passare una nave attraverso Hormuz, ma come costruire un sistema nel quale una nave possa eventualmente non doverlo attraversare.
È una differenza enorme.
La stessa logica si applica al gas naturale liquefatto, il GNL, cioè il gas raffreddato fino a diventare liquido per poter essere trasportato via mare.
La crescita della flotta specializzata di ADNOC dimostra che il problema non è circoscritto al petrolio.
Il Golfo sta cercando di proteggere la propria capacità di esportazione lungo tutta la filiera energetica. Una questione particolarmente importante perché il gas è diventato una componente essenziale della sicurezza energetica europea e asiatica.
Un’interruzione delle esportazioni di GNL non produce soltanto un aumento dei prezzi: può modificare la disponibilità di energia per l’industria, incidere sulla competitività nazionale e costringere i governi a ricorrere ad altri fornitori.
Per questo la nave diventa infrastruttura strategica. Una superpetroliera è una riserva di capacità logistica. Una nave per GNL è una piattaforma mobile che consente di spostare energia da un mercato all’altro.
Una flotta sufficientemente ampia permette a una compagnia di ridurre la dipendenza dal mercato dei noli nel momento stesso in cui i noli possono esplodere a causa di una crisi.
È la sovranità sulla capacità di trasporto.
Ecco emergere la trasformazione più importante prodotta dalla crisi. Il Golfo sta passando da una concezione statica della sicurezza energetica a una concezione dinamica.
Non basta più possedere enormi riserve. Bisogna poterle muovere anche quando una parte del sistema è sotto pressione.
Ed è proprio questo che Hormuz ha rivelato, che lo Stretto resta indispensabile, ma non è più sufficiente.
La crisi sta spingendo il Golfo verso una strategia di diversificazione delle vie di uscita. Non significa che Hormuz verrà abbandonato, né che il traffico energetico possa essere trasferito integralmente altrove. La sua profondità strategica rimane enorme.
Significa, invece, che il suo monopolio funzionale può essere progressivamente ridotto.
Se fino a poco tempo fa la domanda era come proteggere Hormuz, oggi la domanda sta diventando come costruire un sistema energetico nel quale Hormuz continui a essere importante senza essere indispensabile. Questa è la vera lezione della crisi e forse anche il suo effetto più duraturo.
Le guerre e le crisi possono distruggere infrastrutture in pochi giorni, ma possono anche accelerare investimenti che cambiano la geografia economica per decenni.
Una pipeline costruita oggi, un terminale ampliato domani, una flotta acquistata adesso non sono semplici risposte all’emergenza: sono decisioni che rimarranno quando l’emergenza sarà finita.
I due mesi di tensione intorno a Hormuz potrebbero essere ricordati non soltanto per le navi colpite, le mine, i droni, i missili e le trattative diplomatiche, ma per avere accelerato una trasformazione che era già iniziata.
Il Golfo sta imparando a non affidare tutta la propria potenza energetica a una sola porta.
E quando una potenza comincia a costruire una seconda porta, non significa necessariamente che la prima sia diventata inutile, ma che ha capito quanto sia pericoloso non averne una seconda.
Non è certo la fine dello Stretto, ma la fine della sua esclusività. Il futuro energetico del Golfo sarà fatto di ridondanza, corridoi alternativi, flotte proprietarie, porti oceanici, pipeline transfrontaliere e nuove forme di controllo della logistica.
La partita non si giocherà più soltanto su chi possiede il petrolio e il gas, ma su chi sarà in grado di farli arrivare ai mercati quando una delle porte del sistema si chiuderà.
Hormuz continuerà a dividere il Golfo dal mare aperto. Ma la crisi ha già cominciato a costruire, dall’altra parte dello Stretto, il mondo energetico che verrà dopo Hormuz.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


