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UNA SPIA SOVIETICA IN VATICANO: ALEXANDER KURTNA

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di Vito Sibilio

La nostra storia si racconta ad anelli. Nel 1942 Walter Schellenberg, capo dell’SD, il servizio segreto nazista, inviò a Roma, come addetto culturale dell’Ambasciata del Reich, Georg Elling, un ex francescano che avrebbe dovuto simulare un desiderio di riavvicinamento alla fede cattolica e che faceva parte delle spie tedesche dal 1935. Elling, col pretesto di fare ricerche, anche in Vaticano, su San Francesco d’Assisi, aveva l’incarico di sorvegliare i rapporti tra l’ambasciatore Ernst von Weiszäcker, il segretario di Stato cardinal Luigi Maglione e il sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Battista Montini. Elling, entro l’autunno del ’42, organizzò una rete spionistica, comprendente anche impiegati infedeli della Città del Vaticano, che gli permise di intercettare la corrispondenza di vescovi e cardinali tra loro e col Papa per ben tre anni. Egli ottenne un clamoroso successo nel gennaio del 1944, reclutando tra i suoi uomini Alexander Kurtna, prete estone, formatosi al Russicum, il Collegio voluto da Pio XI per formare il clero da inviare clandestinamente in URSS. Kurtna era un poliglotta finissimo e un bravissimo interprete: conosceva l’estone, il russo, l’ucraino, il polacco, il tedesco, il francese, il greco, il latino e l’italiano. Ma soprattutto era un agente dell’NKVD, il migliore in Italia e l’uomo chiave in Vaticano. Un uomo che avrebbe fatto con Elling un gioco triplo, mentre con Pio XII già ne faceva uno doppio.

Alexander Kurtna era nato nel 1914 da una famiglia di origine russa; suo padre lavorava presso la Presidenza della Repubblica Estone e sua madre era istitutrice; egli aveva frequentato la Scuola magistrale; qui era stato avvicinato e reclutato dall’NKVD; era entrato nel Seminario ortodosso per svolgervi spionaggio; notato per le sue qualità, fu indotto a simulare una conversione al Cattolicesimo e ad entrare nel Seminario gesuita polacco di Dubno; notato anche qui per le sue capacità, venne – come l’NKVD voleva – segnalato al generale dei Gesuiti Wladimir Ledochowski, superiore anche del Russicum; fu dunque mandato a studiarvi, nel 1935, con l’intento di formarlo e reinviarlo segretamente in Russia. Ma il doppio gioco sovietico era stato più abile di quello vaticano. Nel 1938 Kurtna aveva soggiornato in Lettonia e in Polonia. Nel 1940, smettendo di lavorare al Russicum, perché non voleva essere ordinato prete, era tornato in Estonia, mentre i sovietici la invadevano. Avrebbe dovuto destare meraviglia che il chierico Kurtna ottenesse una raccomandazione per l’Accademia delle Scienze di Mosca e che i sovietici lo autorizzassero a tornare a Roma per proseguire le sue ricerche in Vaticano, sui rapporti tra i Papi e i Paesi Baltici nel Medioevo, ma nessuno sembra ci abbia fatto caso. Fu così che Kurtna nel novembre del 1940 era tornato in Vaticano, dove viveva, ed era passato a lavorare come traduttore per la Congregazione delle Chiese Orientali, strettamente legata al Russicum e retta all’epoca dal cardinale Eugenio Tisserant, fervente antinazista. il quale, assieme a Madre Paschalina Lehnert, lavorava incessantemente per salvare gli Ebrei dai tedeschi e farne entrare quanti più possibile nello stesso Vaticano. Kurtna si trovava così nel cuore della Santa Sede, addentro agli affari delle Chiese dislocate proprio in URSS e alle questioni relative ai due arcinemici del Cristianesimo, il Nazismo e il Comunismo. Antonio Arata, già Nunzio Apostolico in Estonia e Lettonia, lo stimava; Antonio Brini, conoscitore esperto dell’URSS e segretario di Giovanni Battista Montini, ne era diventato amico e protettore. Tutto questo era lo schermo dietro il quale Kurtna viveva la sua vera vita di spia.

In quei panni, egli aveva allacciato relazioni con molti tedeschi, tra cui Ferdinand Bock, capo dell’Istituto Germanico di Roma, che lo segnalò a Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, come estensore e traduttore dei suoi rapporti mensili sull’Italia e il Vaticano a Berlino. La Gestapo si accorse subito che Kurtna era una spia sovietica, ma non interruppe le sue relazioni con lui, credendo di poterlo controllare, mentre di fatto accadeva il contrario. Del resto le infiltrazioni dell’NKVD arrivavano sino a Berlino, dove anche il superiore di Kappler, Heinrich Müller, collaborava coi sovietici.

Kurtna aveva creato una rete ben articolata di spie in Vaticano e in Italia. Da Via delle Fornaci in Vaticano emetteva frequenze radio clandestine e cifrate per l’URSS. Il controspionaggio fascista, il SIM, le aveva individuate sorvegliando le emissioni della Radio Vaticana e non aveva tardato a comprenderne la natura. Nel maggio del 1942 gli agenti italiani arrestarono un uomo d’affari finlandese, Holger Tavornen, il cui vero nome era Hans Hann, che, benché tedesco, lavorava per l’NKVD. Hann dipendeva da Kurtna, ma non lo conosceva, perché comunicavano tramite lettere depositate in una apposita buca. Individuata questa buca, il SIM giunse ad Hermann Marley, residente in Roma col falso nome di Fritz Schneider, dotato di passaporto svizzero. Questi aveva una serie di contatti nell’organigramma fascista tra i quali annoverava anche uno dei figli di Mussolini. Il SIM autorizzò la prosecuzione dei contatti di Hann, che chiese a Mosca nuovi fondi. Essi giunsero tramite un ufficiale medico italiano di Marina, che venne così arrestato. Nella buca delle lettere dove costui aveva depositato il suo messaggio, il SIM ne trovò un altro, in cui si avvisava Hann che avrebbe incontrato due agenti: una donna giovane e bionda e un uomo in talare. La donna, Anna Hablitz, lavorava per l’EIAR e solo apparentemente era un’esule di Leningrado, in quanto lavorava per l’NKVD. Fu arrestata. Il prete fu messo in manette, con grande discrezione, un po’ dopo, il 30 giugno del 1942. Era Alexander Kurtna, che aveva appena denunziato alla Gestapo il gesuita Charles Bourgeois, che seguiva i cattolici dell’Estonia occupata dai tedeschi e che per questo venne deportato.

L’esito dell’inchiesta su Kurtna, condotta dal colonnello Manfredi Talamo, fu sorprendente: Kurtna non solo aveva infiltrato il Vaticano per conto dei sovietici, ma anche la rete spionistica tedesca, come abbiamo visto all’inizio. Era un gran colpo per il controspionaggio italiano. Il detenuto ammise di aver lavorato per i tedeschi, ma negò di essere al soldo dei sovietici. Kurtna rimase nelle mani del SIM fino a quando, occupata l’Italia dai nazisti nel settembre del 1943, Kappler lo fece liberare. Kurtna allora si trasferì con la sua compagna Anna Hablitz in un appartamento in Via Cola di Rienzo. Continuò a lavorare per i nazisti ma anche, incredibilmente, per la Congregazione delle Chiese Orientali. Doveva fare un rapporto quotidiano alla Gestapo e i collaboratori di Kappler lo sorvegliavano. Ma la scuola dell’NKVD era infinitamente migliore di quella dell’SD e Kurtna reclutò per il suo gruppo spionistico la signorina Schwarzer, segretaria di Kappler, di cui Mosca gli aveva detto che era una simpatizzante comunista. Fu lei che tolse dal dossier del SIM su Kurtna, ora nelle mani della Gestapo, le cose più compromettenti e fu sempre lei a segnalare a Kurtna l’arrivo a Roma di quel Georg Elling che, come vedemmo all’inizio, nel gennaio del 1944 arruolò Kurtna nel suo nucleo operativo, che venne così automaticamente infiltrato. Le altre tracce di Kurtna scomparvero inesorabilmente: la copia del suo dossier giunta a Berlino nelle mani di Müller fu distrutta da lui stesso, per fare un favore a Mosca; il colonnello Talamo, che aveva indagato su di lui, venne fucilato alle Fosse Ardeatine con una scelta che non fu solo di rappresaglia, ma di tutela delle operazioni più segrete dell’SD in Vaticano e Italia.

Il nucleo di Elling, oltre a Kurtna, comprendeva un vescovo, due gesuiti di cui uno lavorava al Russicum, tre benedettini dell’Aventino, un giornalista finlandese, uno svedese e un diplomatico jugoslavo, di cui però non sappiamo i nomi. Kurtna, che aveva il nome in codice “Ulrich” e a cui Elling aveva consegnato una ingente somma per la clandestinità all’arrivo degli Alleati, rubò tramite la Schwarzer il nuovo codice di comunicazione di Elling stesso con Berlino e insieme a lei decifrò la lista degli agenti e operatori radio tedeschi. Un altro dossier assai delicato dell’NKVD fu consegnato da Kurtna a monsignor Mario Brini, con la preghiera di inoltrarlo all’Ambasciatore russo in Italia. Roma era stata da poco liberata. Brini dunque, come Müller a Berlino, sapeva del doppio gioco di Kurtna e aveva pensato di servirsene, proteggendolo anche quando le circostanze avrebbero dovuto farlo allontanare dalla Sacre Stanze. A meno che non fosse anche Brini un confidente dell’NKVD, ma non ci sono prove per affermarlo.

In ogni caso, subito dopo la consegna del dossier, il  SIM arrestò nuovamente Kurtna e lo consegnò agli angloamericani che, senza troppi preamboli e in gran segreto, lo passarono ai servizi sovietici che, insediatisi a Roma, lo portarono in URSS. Di lui si persero le tracce fino a quando, nella primavera del 1948, il gesuita americano Walter Ciszek, detenuto nel gulag di Norilsk per proselitismo religioso, lo rincontrò in qualità di funzionario. Si erano conosciuti al Russicum. “Sasha”, come lo chiamavano, si adoperò per un trattamento migliore di Ciszek, ma i due non si videro più. Stalin aveva destinato la brillante spia, che aveva conosciuto troppo bene l’Occidente, ad un incarico nel sistema detentivo che in fondo era esso stesso una prigione. Nel 1954 Kurtna lasciò Norilsk in seguito al disgelo seguito alla morte di Stalin. Si dedicò tutto alla letteratura, forte della conoscenza di ben ventisei lingue. Tradusse Pirandello, Dante, Ionesco, Giordano Bruno, De Cervantes Saavedra e molti altri. Divenne membro dell’Unione degli Scrittori sovietica, vivaio di spie intellettuali, dal 1967.

Il 31 gennaio 1983 Alexander Kurtna morì. Dal 1988 l’Associazione Teatrale Estone assegna un premio in suo onore ai traduttori di testi teatrali. Sicuramente fino alla scomparsa il suo enorme capitale di competenze spionistiche sul Vaticano venne adoperato dalla Lubjanka, come del resto ho avuto modo di scrivere a proposito dei servizi dell’Est in Casa Orlandi.

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  • Redazione

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