Il confronto geopolitico Russia USA è globale e brutale, ma a Venezia, nello spazio della 61 Biennale due gruppi radicali femministi delle due nazioni sono uniti nella contestazione.
Operano in maniera differente, ma utilizzano il palcoscenico internazionale dell’arte per portare avanti i propri fini ideologici e politici.
Quando la cultura e l’arte, chiusi dal politicamente corretto nel conformismo della trasgressione diventano un brand della protesta la funzione dell’artista di guardare verso la soglia trasformando la percezione in azione libera, viene a mancare.

La fierce pussy è un collettivo di artiste lesbiche fondato a New York nel 1991 al culmine della crisi dell’AIDS. La partecipazione fluida al gruppo vede dal 2008 quattro dei suoi membri originari Nancy Brooks Brody, Joy Episalla, Zoe Leonard e Carrie Yamaoka lavorare ancora insieme.
Il collettivo affronta le problematiche relative all’identità ed alla visibilità lesbica in confronto all’eterosessualità e all’indifferenza del mondo gay maschile.
Nelle opere privilegia l’uso di tecnologia low-fi e qualsiasi altra risorsa disponibile. Uno dei progetti più noti è stato l’uso di poster in bianco e nero stampati in modo economico, incollati con colla di grano e con adesivi da staccare e rompere. Nei loro testi sono presenti frasi provocatorie e termini usati storicamente come insulti.

Le fierce pussy sono state invitate alla Biennale di Venezia dalla curatrice Koyo Kouoh come parte di un progetto più ampio intitolato “arms ache avid aeon”.

Vojna (guerra) è un collettivo russo di artisti attivo tra Mosca e San Pietroburgo, famoso per le performance provocatorie e spesso illegali. Le loro azioni combinano arte, politica e protesta politica. Sono considerati parte dell'”arte d’azione”.
Da una scissione del gruppo nasce nel 2011 il collettivo Pussy Riot che rappresenta l’anima più radicale del dissenso artistico nella Russia contemporanea. Utilizza la “guerrilla art” per sfidare le politiche antifemministe e repressive del governo russo e la Chiesa Ortodossa.
Le Pussy Riot hanno trasformato il “punk rock” in un’arma politica femminista utilizzando anche il corpo nelle performance.

Celebre è la loro “preghiera punk” del 2012 nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che portò all’arresto di Nadya Tolokonnikova e Maria Alyokhina. Nei loro confronti l’azione del governo russo, all’inizio blanda, è diventata nel tempo sempre più drastica e violenta.
A Venezia i due collettivi si inseriscono, con il lavoro delle fierce pussy, nell’arte ufficiale e con la proposta delle Pussy Riot, di occupare il padiglione russo per trasformarlo in uno spazio dedicato ai prigionieri politici, nella visibilità contestataria
Il messaggio dei collettivi, anche quando non condiviso, deve essere compreso ed avere la libertà di esprimersi. Non concordiamo invece con l’uso dell’arte quando mostra in superficie i confini della realtà in cui viviamo. Quando definisce con precisione, invece di aprire spazi, certifica l’esistenza e la funzione del Sistema.
La protesta visibile e catalogata viene trasformata in una forma di intrattenimento o in un valore culturale condiviso. In questo modo la tensione trasformativa viene neutralizzata in un elemento che completa e rafforza la struttura esistente rendendola capace di contenere anche quello che pretendeva di negarla.





