La contingenza aleatoria della vita convertita in calcolo deterministico
La messa in guardia contro i pericoli dello sviluppo impetuoso, rapidissimo, rizomatico, dell’Intelligenza Artificiale, arriva adesso anche dai suoi signori e padroni.
Si moltiplicano le dichiarazioni di scienziati, accademici e ricercatori delle grandi imprese private fintech e, addirittura, dei fondatori e maggiori azionisti di giganti ipercapitalizzati come Open A.I. e Anthropic.
C’è chi ipotizza scenari apocalittici: l’IA potrebbe farla finita con la specie umana entro un decennio. Alcuni insider allarmati chiedono una moratoria.
Preso atto che la tecnica non si ferma per decreto e che certe prese di posizione sembrano rispondere più a esigenze di mercato (il sistema di controllo dell’IA è un notevole business) e a logiche di concorrenza che a sincero allarme; riconosciuto che la corsa dell’IA è un campo di battaglia della guerra ibrida per il dominio combattuta tra Stati Uniti e Cina in assenza del fanalino di coda europeo; tenuto conto che il potere politico americano e i suoi terminali tecnologici – Musk, Palantir – non intendono fermarsi per motivi imperiali e che la Cina avanza senza preoccupazioni etiche o cautele umanitarie, resta l’agitazione per una tecnologia di cui sappiamo poco, se non che modificherà per sempre le nostre esistenze, il nostro modo di pensare, giudicare, stare nel mondo; l'”esserci” (dasein) della creatura umana, per dirla con Martin Heidegger.
Il filosofo di Essere e tempo fu il primo a interrogarsi, nel secolo passato, sul ruolo rivoluzionario della tecnica.
La civiltà degli algoritmi – i modelli matematici fatti di sequenze di istruzioni che permettono di risolvere problemi, compiere operazioni complesse su base predittiva, è il compimento – e forse l’ultima alta prestazione cognitiva – dell’uomo che Oswald Spengler chiamò faustiano.
Faust, il personaggio reso universale dal poema di Goethe, disposto a vendere l’anima al diavolo, simbolizza l’essere umano teso a superare ogni limite terreno per inseguire conoscenza, potere, azione senza fine.
Rappresenta lo spirito, la mentalità, la pratica febbrile della civiltà occidentale nella sua fase culminante. In principio era l’azione, esclama Faust, correggendo l’incipit del Vangelo di Giovanni: in principio era il Verbo, cioè Dio.
L’assoggettamento all’uomo delle forze naturali era il progetto di Francis Bacon, fondatore della scienza moderna.
Dinanzi al nuovo leviatano che incombe si concretizza il dominio planetario dell’algoritmo faustiano. Nulla o quasi sarà come prima. Quanto meno, prepariamoci, a partire dal giudizio sul primato della tecnica a spese di ogni altra conoscenza umana.
Per Heidegger l’essenza della tecnica moderna non è qualcosa di puramente tecnico, ma la modalità fondamentale del disvelamento dell’essere, la forma visibile con cui le cose si manifestano all’uomo.
La visione strumentale che si fa errore esiziale considera la tecnica un mezzo per raggiungere dei fini, un’attività umana tra le altre. Questa concezione non ne coglie l’essenza. Ridurla a semplice strumento ci impedisce di giudicarla, dominarla, prenderne le distanze.
La non neutralità della tecnica contemporanea è la sua caratteristica fondamentale, come compresero pensatori del calibro di Carl Schmitt e Jacques Ellul. Oggi è anche magistero di Papa Leone XIV.
Secondo Heidegger l’essenza della tecnica è di essere insieme impianto e imposizione, gestell nell’immaginifico lessico del gigante di Messkirch.
Mentre nell’antichità la tecnica assecondava la natura, oggi la aggredisce, la considera un fondo di riserva (bestand), un insieme di energia e materiali pronti a essere catalogati, sfruttati e consumati a comando.
La conseguenza è il nichilismo, poiché la tecnica riduce tutto, compresi gli esseri umani, a oggetti, risorse di consumo, destituendoli di ogni altro senso o fine.
L’uomo è ridotto a funzione: crede di dominare la tecnica, in realtà ne diventa appendice e poi schiavo, intrappolato nel pensiero puramente calcolante.
Con linguaggi e presupposti diversi, fu il medesimo approccio dell’Ernst Junger maturo e di Walter Benjamin. Al tempo dell’IA, temiamo la completa abdicazione umana al pensiero sino alla decisione devoluta alla tecnica perfino nelle più minute questioni.
Vi è nell’essere umano un’inadeguatezza costitutiva di fronte alla tecnica, che Gunther Anders definì dislivello prometeico, il divario tra il talento di inventare e produrre macchine e la capacità di immaginarne gli effetti per padroneggiarli.
L’uomo di Anders diventa “antiquato” perché è inferiore ai prodotti della sua intelligenza, individuale e collettiva.
La riflessione di Heidegger si spinge più in là; l’uomo moderno si trova profondamente impreparato di fronte alla tecnica perché commette l’errore di considerarla uno strumento sotto il suo controllo.
I risultati dell’IA dicono il contrario e i rischi paventati da alcuni dei suoi banditori lo dimostrano sinistramente.
Ne La questione della tecnica Heidegger spiegò che l’illusione più pericolosa dell’essere umano è di essere il signore della terra, convinto che i dispositivi tecnologici siano mezzi da usare e dominare a piacimento. L’essenza della tecnica è un orizzonte di pensiero neo gnostico che soffoca l’uomo.
Nel caso dell’Intelligenza Artificiale inquieta la possibilità di ibridare l’umanità con la macchina (i sostenitori direbbero di incrementarne la dotazione) o “aumentarla” con i chip e altre derive trans e postumane: la condizione intuita dal filosofo diventa dura realtà.
La ragione profonda della sconfitta dell’uomo faustiano nel momento del suo trionfale dominio delle forze della natura è l’illusione strumentale che lo consegna cieco e senza difese interiori al primato della tecnica. Il Gestell è un dispositivo che costringe l’uomo a guardare la natura esclusivamente come riserva infinita (nel mondo finito!) di energia e materiali da sfruttare.
La natura, spiega Heidegger, non viene più contemplata, ma provocata. L’uomo stesso è ridotto a “fondo”. Convinto di dominare la macchina, non si accorge di venire a sua volta catalogato, modificato, standardizzato dal sistema tecnico. Diventa egli stesso materiale di consumo.
I padroni della tecnica si incaricano di renderlo inconsapevole, indifferente. Davanti al flusso incessante dell’innovazione, l’uomo abdica al pensiero meditante: non riflette più su se stesso né sulle conseguenze dei suoi atti.
Poiché tuttavia la tecnica è il nostro destino, l’unica salvezza risiede nel trovare il coraggio di interrogarsi sulla sua essenza. Solo riscoprendo la capacità di domandare e guardando all’arte (che i greci chiamavano techne) l’uomo può smettere di subire passivamente la tecnologia e sviluppare con essa un rapporto consapevole.
Lo stesso Heidegger, che non ebbe il tempo di conoscere Internet, lo sviluppo del computer, lo smartphone e l’Intelligenza Artificiale, al termine della vita, arrivò ad affermare: solo un dio ci potrà salvare.
Lasciò un filo di speranza citando un verso del poemetto Patmos del poeta romantico Friedrich Hoelderlin: “ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.
Ossia, nel caso della tecnica padrona, il pensiero critico, il giudizio etico, in ultima analisi il senso del limite, ovvero la sconfitta finale dell’uomo faustiano ad opera dell’homo sapiens.
Secondo Oswald Spengler l’espansione della tecnologia, guidata dalla civiltà occidentale, non rappresenta il culmine della razionalità umana, bensì un crocevia tragico. Molte sue intuizioni e deduzioni si sono rivelate illuminanti per l’analisi delle tendenze presenti.
Ne L’uomo e la tecnica (1931!) previde con sorprendente precisione lo scenario che si sta dispiegando oggi davanti ai nostri occhi. La tecnologia, nata dalle profondità dell’anima occidentale, caratterizzata da un’insaziabile sete di innovazione, illimitatezza e sfruttamento radicale delle forze della natura, si distacca dalle sue origini territoriali diventando fenomeno planetario.
L’antica sete di conoscenza e conquista presente nelle ardite spedizioni marittime, nelle esplorazioni, nelle scoperte scientifiche e nelle rivoluzioni industriali, sociali e politiche, è mutata; ha abbandonato il mondo materiale per insediarsi nell’ubiquità di reti virtuali, in una struttura invisibile, onnipresente e astratta, l’algoritmo.
Parlare di algoritmo faustiano significa riconoscere la fase terminale, definitiva della tecnologia occidentale, il suo irrevocabile compimento. È il passaggio dal controllo sulla materia all’imperativo del codice, una forza che aspira all’onniscienza e all’onnipotenza convertendo la contingenza aleatoria della vita in calcolo deterministico.
Il timore è che la struttura digitale finisca per saturare completamente il globo, impedendo irreversibilmente la nascita di qualsiasi altra cultura.
L’umanità si troverebbe trascinata in una mutazione senza precedenti: una civiltà tecnicamente onnipotente, spiritualmente morta, che marcia a capofitto verso la pietrificazione.
Per comprendere la portata dell’ordine algoritmico, occorre rivolgersi alla morfologia della storia di Spengler, consistente non in un progresso lineare, cumulativo, ma nel susseguirsi di diverse culture che nascono, maturano, invecchiano e muoiono, ognuna delle quali rappresenta un modo specifico di vedere il mondo.
L’anima apollinea della cultura greco-romana provava orrore per l’illimitato, identificava la perfezione con la proporzione e l’equilibrio. L’anima faustiana è caratterizzata dall’ossessione per lo spazio infinito, dal puro dinamismo e dall’insaziabile volontà di potenza.
Sotto questa prospettiva metafisica, l’intelligenza artificiale non è un incidente storico o un mero progresso ingegneristico; è il destino inevitabile, l’ineluttabile conseguenza dell’anima faustiana.
Rappresenta il tentativo dell’uomo occidentale di separare l’intelletto dalla materia biologica, un prometeismo che trascende i limiti dello spazio e del tempo.
Mentre la tecnologia industriale classica rimaneva dipendente dalla materia e dal corpo, l’algoritmo crea e gestisce informazioni, colonizza il futuro attraverso la massiccia previsione prodotta dall’incrocio di dati e metadati.
Questo cambio di paradigma segna l’affondamento di ciò che Spengler chiamava civiltà.
La Cultura rappresenta la fase creativa, organica, naturale e spirituale di un popolo; la Civiltà lo stadio tardo, meccanico, artificiale e decadente, in cui l’intelletto freddo sostituisce l’anima calda, e ciò che attiene alla qualità si scioglie nel regno della quantità. E adesso, dei dati e della tecnocrazia.
Continua





