La distanza tra partiti ed elettori riflette anche una perdita di memoria storica
In quest’epoca in cui guerre, prepotenza, arroganza, violenza, aggressioni ed esternazioni della propria potenza fanno da padroni nei rapporti umani, bisognerebbe ripensare un po’ anche ai valori che l’umanità aveva raggiunto in passato.
Non solo è opportuno ma soprattutto è necessario.
Non possono essere considerati ricordi che si affievoliscono nel tempo, ma sono memoria storica di quello che si era conquistato, grazie a tante battaglie di civiltà.
Purtroppo, la memoria storica è un vezzo di pochi, perché tanti la considerano un orpello del passato.
Mi sovviene una domanda: siamo ancora in un’era di civiltà?
Penso proprio di no!
Non si può vivere dove ci sono le armi, c’è la tecnologia sempre più sofisticata e dove qualcuno sostiene che si sta andando troppo oltre con l’intelligenza artificiale. Bisogna fermarsi, altrimenti, come nei film di fantascienza, si può addirittura correre il rischio per la sopravvivenza dell’umanità.
Immediatamente si apre un prolisso dibattito se questa prospettiva sia reale oppure sia solo la visione di una specie di mitomane, invece di chiedersi, come avviene per le armi più sofisticate, per i virus che creano pandemie se anche l’AI possa solo essere un altro strumento di potere per chi la detiene e di dominio verso gli altri
Quando il mondo rinnega i principi di giustizia, uguaglianza, solidarietà, libertà e tutela delle fasce sociali più deboli rischia un imbarbarimento in cui prevale la giungla e vince solo la legge del più forte.
Già nel recente passato le politiche che sono state realizzate dalle filosofie neoliberiste e dalla finanziarizzazione hanno preteso che lo Stato ritirasse il suo perimetro di intervento, senza considerare che facendo così si è contribuito all’impoverimento dei cittadini.
Si è proceduto sulla base dei nuovi mantra a un’opera di smantellamento del vecchio modello di welfare a cui si è accompagnata un altrettanto pervasiva campagna di disfattismo nei confronti del Parlamento, delle Istituzioni e dei partiti, che ha minato la credibilità agli occhi dei cittadini delle forme di rappresentanza.
E, a furia di ripetere certi concetti di offesa verso tutti, compresi i sindacati, ha prodotto questo passo indietro sulla società, anche grazie a quella sempre più generalizzata perdita della memoria storica delle lotte popolari per l’unità e la democrazia e delle battaglie dei lavoratori contro lo sfruttamento e per l’uguaglianza dei diritti.
In ultimo, le popolazioni che stanno vivendo sempre più periodi di difficoltà, si sentono non più rappresentati dalla politica attuale e scelgono il ritorno al passato, votando partiti di estrema destra, come in Sassonia, e in molti altri Paesi vi è un generalizzazione di questa scelta.
Oppure, dato che sentono lo Stato lontano dal risolvere i propri problemi si fanno le ronde di cittadini per difendersi da una micro criminalità sempre più invasiva, come sta avvenendo in tanta parte della Lombardia.
So benissimo che sono fenomeni diversi e non della stessa dimensione, ma quando si arriva a queste forme di ribellione siamo a livello di guardia pericolosissima ed è certamente la dimostrazione di un imbarbarimento delle relazioni e della società.
Quello che preoccupa di più è la convinzione di essere nella normalità, ma anche l’apatia dei cittadini verso queste continue forme di violenze democratiche. No! Non è normalità!
Purtroppo, in Italia vi una sorta di addormentamento delle coscienze, che porta all’assuefazione di tutto e al disinteresse per la mancata soluzione dei problemi istituzionali, dei quali si è discusso per anni, e l’inadeguatezza dei provvedimenti adottati sta disgregando i valori sociali e la stessa credibilità dello Stato.
Non si tratta di un problema di poco conto, anzi, se ne parla troppo poco! Riguarda tutti noi, perché si stanno sgretolando, goccia a goccia, i pilastri su cui si è costruito il nostro modello di società.
Rousseau, nel Contratto sociale, sosteneva: “Quando il nodo sociale comincia a rallentarsi e lo Stato ad indebolirsi, quando cominciano a farsi sentire gli interessi particolari e le piccole società ad influire sulla grande, allora l’interesse comune si altera e trova oppositori; l’umanità non regna più nei voti; la volontà generale non è più la volontà di tutti; si sollevano contraddizioni, contese; e il miglior parere non è approvato senza dispute”.
Qui non si tratta di piccole società, ma di potenze mondiali che stanno tentando di spartirsi il mondo e le sue ricchezze, per il resto quello che descrive Rousseau è realtà oggi.
Da tempo mi sto interrogando su queste problematiche, considerando che nel nostro Paese si sta incrinando il fondamento stesso dello Stato di diritto, la sua legittimazione razionale, fondata sull’adesione alle regole formali e alle procedure di sistema.
La crisi dello Stato investe ormai problemi elementari della vita collettiva. Siamo in presenza di un degrado così profondo di rapporti basilari della vita civile quali le istituzioni rappresentative, la pubblica amministrazione, il sistema politico, gli interessi sociali organizzati, per cui ogni singolo momento del tessuto connettivo socio-politico si trova ad essere coinvolto nella crisi del suo immediato interlocutore istituzionale, attraverso una progressiva cancellazione di ruolo e di rappresentanza, che lentamente, passo dopo passo, sembra mettere in discussione i principi stessi da cui ha preso origine l’esperienza della Stato repubblicano.
Non solo in Italia, ma in tutto il mondo non esistono in questo momento tanti valori condivisi in base ai quali chiedere solidarietà e aggregare interessi diversi, soprattutto a causa della frammentazione delle rivendicazioni e degli egoismi soggettivi, amplificati dai nuovi modelli economici, politici e sociali.
Da più di alcuni decenni in corso in Italia, come in tutto il mondo, un processo di trasformazione e redistribuzione della ricchezza e del potere politico ed economico che ha reso incerte quelle prospettive di consolidamento e allargamento della democrazia e di quei diritti fondamentali dell’uomo che erano divenuti, dopo la seconda guerra mondiale, le basi di ogni società civile e moderna.
Contestualmente, lo stesso processo di integrazione europea si è modulato esclusivamente sui parametri monetari e ha rappresentato il passaggio verso un nuovo modello, in cui imposizioni cervellotiche dei burocrati, come quelle ultime sul diritto di proprietà, e, soprattutto, sono prive di partecipazione democratica, che ne hanno ridimensionato il ruolo e fanno pensare che il progetto europeo sia da rimodulare in toto.
Gli effetti della crisi politico-economica, per i quali non basta affermare che c’è bisogno di stabilità e governabilità per poterli risolvere, perché i problemi si sono tutti incancreniti, e questo ha ridotto i valori e le conquiste di un lungo e faticoso processo di politica riformatrice.
La recente legge elettorale, al di là delle strumentalizzazioni politiche, che non mi interessa fare, credo che provocherà ancora di più un’astensione dei cittadini e che ridurrà ancora di più la partecipazione democratica.
Non discuto se fosse stato necessario presentarla, perché ogni coalizione che ha governato, ha presentata la sua, ma quello che non va è, ancora una volta, funzionale solo a chi governa, in quanto il blocco dei capilista, la non scelta completa dei futuri eletti da parte dei cittadini e il principio di premiare la maggioranza, non sono, parer mio, un cambiamento sostanziale per ridare spazio ai cittadini. Anzi, si rischia di allontanarli del tutto.
E allora per tornare al problema che ho posto all’inizio è evidente che viviamo in un’epoca in cui sono venuti meno quasi tutti i principi valoriali come quelli della pace, della coesistenza dei popoli e quelli di solidarietà e coesione, della partecipazione democratica che danno dignità al cittadino.
Come se ne esce?
Per non essere pessimista, spero che si avvii una grande opera di ripristino delle condizioni di una nuova crescita di valori, ideali e di civiltà, ripartendo dal basso e dall’infanzia, inculcando di nuovo passione politica, militanza nella democrazia e nella libertà.
Non ascoltare i falsi profeti che vogliono far tornare l’Umanità nel buio e nel caos. Ribellarsi a questa prospettiva e battersi di nuovo per la giustizia sociale, per la libertà e l’uguaglianza.
Va fatta uninformazione sui rischi e sui pericoli della deriva in cui sta precipitando il mondo e questo lo può fare un giornale come il nostro, che rappresenta tanti punti di vista, lo può fare chi fa cultura, chi insegna, chi è in grado di parlare agli altri, perché ha credibilità.
Non lo può fare né la politica e né i suoi rappresentati, perché sono loro che hanno creato questa situazione.
Ognuno di noi deve riprendersi il proprio spazio di partecipazione politica e, soprattutto, dobbiamo ritornare a fare Politica.
Non è troppo tardi e non è utopia, ma è essenzialmente sopravvivenza, in quanto è l’unico modo per evitare che l’Umanità non abbia più un futuro!





